Magistrati: l’indennità
giudiziaria non è soggetta a rivalutazione. Lo ha stabilito la quarta sezione
del Consiglio di Stato con la decisione 4832/04 (qui pubblicata nei documenti
correlati).

L’indennità giudiziaria
La norma interpretativa di cui all’articolo 3, sessantunesimo comma, della legge
537/93 ha chiaramente sancito la non rivalutabilità dell’indennità
"giudiziaria". La proporzionalità e la sufficienza della retribuzione vanno
valutate in relazione non a singoli elementi della retribuzione, bensi’
considerando la retribuzione nel suo complesso. Il disposto dell’articolo 97
della Costituzione non puo’ essere utilmente invocato al fine di conseguire
miglioramenti economici o provvidenze retributive. Sono questi i fondamentali
principi di diritto stabiliti dalla decisione 4832/04, con la quale la quarta
sezione del Consiglio di Stato prende posizione in tema di rivalutabilità dell’indennità
giudiziaria istituita dall’articolo 3 della legge 27/1981. In via iniziale è
opportuna una ricostruzione del complesso quadro normativo sotteso alla
controversia in esame. Con l’articolo 3 della legge 27/1981 fu istituita a
favore dei magistrati ordinari una speciale indennità " giudiziaria ", il cui
importo doveva essere adeguato di diritto ogni triennio nella misura stabilita
per l’adeguamento degli stipendi. Con l’articolo 1 della legge 221/88, l’indennità
in questione fu attribuita, a decorrere dal 1° gennaio 1988 e nella misura
vigente a tale data, al personale delle cancellerie e segreterie giudiziarie.
Con l’articolo 1 della legge 51/1989 lo stesso trattamento fu esteso al
personale di segreteria del giudice amministrativo e contabile, nonchè al
personale dell’avvocatura erariale. Essendosi nel prosieguo instaurato un
importante contenzioso in ordine alla rivalutabilità triennale dell’indennità
relativa al personale non togato, il Legislatore è stato costretto ad
intervenire in materia ricorrendo al suo esclusivo potere di interpretazione
autentica. L’esercizio di tale potere ha preso corpo nella norma, appunto, di
interpretazione autentica, contenuta nell’articolo 3, sessantunesimo comma,
della legge Finanziaria 537/93: è stato specificato che l’indennità
giudiziaria di cui all’articolo 3 della legge 27/1981 andava corrisposta, senza
adeguamenti, nella misura vigente alla data del 1 gennaio 1988. E’ intervenuto,
infine, l’articolo 1 della legge 525/96 (recante "Norme in materia di personale
amministrativo del ministero di Grazia e Giustizia e delle magistrature
speciali") il quale, testualmente, recita:
"1. Alle indennità previste dall’articolo 1 della legge 221/88, e dall’articolo
1 della legge 51/1989, si applica fino al 31 dicembre 1993 il meccanismo di
adeguamento periodico di cui all’articolo 3 della legge 27/1981.
2. L’adeguamento periodico ai sensi del comma 1 decorre dal 1° gennaio 1991. La
successiva dinamica delle indennità di cui al predetto comma 1,
contrattualmente definite " indennità di amministrazione", rimane affidata alla
contrattazione di cui all’articolo 49 del decreto legislativo 29/1993, come
sostituito dall’articolo 23 del decreto legislativo 546/93; tuttavia gli aumenti
di tali indennità previsti in sede di contrattazione per il biennio 1996 – 1997
restano assorbiti dagli importi determinati dai meccanismi di adeguamento
periodico.
3. I giudizi pendenti alla data di entrata in vigore della presente legge e
aventi ad oggetto le questioni di cui ai commi 1 e 2 sono dichiarati estinti
d’ufficio con compensazione delle spese fra le parti. I provvedimenti giudiziali
non ancora passati in giudicato restano privi di effetti.
4. Le somme maturate fino al 30 settembre 1996 sono corrisposte per il
trentacinque per cento nel corso dell’anno 1997, per il trentacinque per cento
nel corso dell’anno 1998 e per la restante parte nel corso dell’anno 1999.
5. Sulle somme derivanti dall’applicazione del presente articolo non sono dovuti
gli interessi e la rivalutazione monetaria".

LA VICENDA
Alcuni cenni sulla vicenda aiuteranno meglio a capire il percorso logico seguito
dai giudici della quarta sezione del Consiglio di Stato nella decisione in
commento.
Gli odierni appellanti, nella loro qualità di dipendenti, avevano diffidato le
amministrazioni indipendenti a corrispondere interessi e rivalutazione sulle
somme loro erogate, ai sensi della legge 525/96, a titolo di adeguamento
periodico dell’indennità giudiziaria, relativo al triennio 1991 – 1993. A
fronte del silenzio rifiuto opposto dall’amministrazione, gli interessati
avevano proposto ricorso al Tar Lazio, domandando l’accertamento del loro
diritto a percepire gli accessori in questione.
Il Giudice di prime cure aveva respinto il ricorso. La sentenza era stata,
quindi, impugnata dai predetti dipendenti, che ne avevano chiesto l’integrale
riforma, sulla base di un unico motivo di gravame, articolato in due diversi
profili.
Sotto un primo profilo, gli appellanti osservavano che la legge 525/96 si era
limitata a riconoscere ( e per un periodo già da tempo decorso ) la
rivalutabilità su base triennale dell’indennità giudiziaria da essi già
percepita, rivalutabilità già sancita da costante giurisprudenza. L’intervento
del legislatore, pertanto, secondo gli appellanti, non aveva attribuito al
personale interessato un nuovo diritto patrimoniale, ma aveva confermato un
diritto preesistente, con la conseguenza che la tardiva erogazione del quantum
dovuto aveva comportato di per sè l’obbligo per l’amministrazione di
corrispondere interessi e rivalutazione monetaria, quali elementi costitutivi
del credito principale.
Sotto un diverso profilo gli appellanti lamentavano la ingiustificata disparità
di trattamento che la normativa in questione aveva determinato fra i dipendenti
che hanno ottenuto l’adeguamento triennale e gli accessori di legge in base a
decisioni giurisdizionali ed i dipendenti ai quali, invece, il suddetto
adeguamento era stato corrisposto solo a seguito dell’entrata in vigore della
legge 525/96.
In tal senso, gli appellanti denunciavano l’illegittimità costituzionale, per
contrasto con gli articoli 3, 36 e 97 della Costituzione, dell’articolo 1,
quinto comma, della citata legge 525/96, nella parte in cui da un lato esclude
la erogazione di accessori sulle somme tardivamente erogate a titolo di
adeguamento triennale dell’indennità giudiziaria e, dall’altro, commina
l’estinzione dei giudizi all’uopo intentati dal personale interessato.
L’amministrazione, costituendosi, insisteva per il rigetto del ricorso,
ritenendo manifestamente infondata la proposta questione di legittimità
costituzionale.

IL DECISUM DEL CONSIGLIO DI STATO
Il Consiglio di Stato, sulla scia di quanto deciso con la decisione 4250/03,
resa dalla quarta sezione ha statuito che la norma interpretativa di cui
all’articolo 3, sessantunesimo comma, della legge 537/93 ha chiaramente sancito
la non rivalutabilità dell’indennità giudiziaria, stabilendo che essa andava
corrisposta, nel caso di specie, nell’importo vigente al gennaio del 1988. La
norma in questione è stata ritenuta esente da vizi di costituzionalità dalla
Corte costituzionale, la quale, con la sentenza 15/1995, ha chiarito come il
legislatore abbia fatto un uso ragionevole del suo potere di interpretazione
autentica. A fronte del dubbio sollevato dai Giudici remittenti, ad avviso dei
quali l’articolo 3, comma 61, al di là della formale autoqualificazione, non
esprimeva l’interpretazione autentica dell’articolo 1 della legge 221/88, alla
quale si riferisce, ma modificava retroattivamente la disciplina dettata da
quest’ultima, mediante un’innovazione estranea alla finalità di renderne
inequivoco il contenuto normativo, la Consulta ha, invece, rilevato che la norma
in questione, destinata a chiarire il significato dell’articolo 1 della legge
221/88, nell’ambito delle possibili interpretazioni consentite dal tenore
letterale di quest’ultima disposizione, risponde ai requisiti propri delle leggi
interpretative ed ha pertanto efficacia naturalmente retroattiva, operando sul
piano delle fonti di produzione del diritto.
Nella stessa citata sentenza, la Corte costituzionale ha chiarito come il
mancato adeguamento dell’indennità per il personale di segreteria non fosse in
contrasto con l’articolo 36 della Costituzione, poichè la proporzionalità e la
sufficienza della retribuzione devono essere valutate in relazione non a singoli
elementi della retribuzione, bensi’ considerando la retribuzione nel suo
complesso. Inoltre, come ha già stabilito la stessa Corte costituzionale con la
sentenza 273/97, il disposto dell’articolo 97 della Costituzione non puo’ essere
utilmente invocato al fine di conseguire miglioramenti economici o provvidenze
retributive. Manifestamente infondata è stata ritenuta, quindi, dai giudici di
Palazzo Spada, la questione di illegittimità costituzionale, in relazione al
disposto degli articoli 3, 36 e 97 della Costituzione, dell’articolo 1, comma 5,
nella parte in cui esclude la corresponsione di interessi e rivalutazione sulla
sorte capitale dovuta per retroattiva applicazione del meccanismo di adeguamento
triennale.
Da quanto detto, errata si è presentata, quindi, la ricostruzione degli
appellanti in base alla quale il diritto all’adeguamento dell’indennità sarebbe
già stato riconosciuto dal combinato disposto delle varie norme istitutive di
tale emolumento, con la conseguenza che la tardiva erogazione del quantum dovuto
aveva comportato di per sè l’obbligo per l’amministrazione di corrispondere
interessi e rivalutazione monetaria, quali elementi intrinsecamente costitutivi
del credito principale. In altri termini, secondo gli appellanti, con le
restrittive disposizioni di cui all’articolo 1, quinto comma, della legge
525/96, il Legislatore sarebbe illegittimamente intervenuto in via
interpretativa al solo fine di decurtare le loro preesistenti spettanze di
quanto ab origine dovuto per interessi e rivalutazione. In realtà, secondo i
giudici della quarta sezione del Consiglio di Stato, "il diritto vantato dagli
appellanti non puo’ ritenersi preesistente (ostandovi appunto la norma
interpretativa ) e che essi hanno effettivamente conseguito il titolo a
beneficiare – retroattivamente – del meccanismo di adeguamento triennale solo
per effetto dell’entrata in vigore dell’articolo 1 della legge 525/96 e, dunque,
con le modalità ( in concreto: pagamento in tre tranches, senza accessori ) ivi
previste".
In relazione, poi, ad un ulteriore profilo di incostituzionalità,
manifestamente infondata è stata ritenuta la questione mediante la quale si
prospettava l’irragionevolezza del citato quinto comma dell’articolo 1 della
legge 525/96, nella parte in cui esclude la corresponsione di accessori sul
capitale erogato per applicazione retroattiva del meccanismo di indicizzazione
triennale. Ad avviso del Collegio, infatti, nella fattispecie in esame non si è
assistito alla decurtazione autoritativa di una componente essenziale di un
credito preesistente, ma piuttosto alla attribuzione ex novo, e con decorrenza
retroattiva, di un beneficio altrimenti non spettante ai sensi della normativa
previgente. In siffatto contesto, la misura concretamente adottata dal
legislatore, mirando a contemperare le esigenze del personale interessato con
quelle del contenimento della spesa pubblica, è risultata rientrare a pieno
titolo nell’ambito insindacabile della discrezionalità legislativa. Del resto,
sulla stessa linea si era già posta la Corte costituzionale con l’ordinanza
368/99 con la quale erano state ritenute manifestamente infondate le censure di
incostituzionalità rivolte proprio all’articolo 1 della legge 525/96 dalla
categoria degli ufficiali giudiziari, la cui indennità è esclusa in toto dal
beneficio dell’adeguamento triennale.
Irrilevante è, infine, la questione di costituzionalità sollevata in relazione
all’articolo 3 della Costituzione, sulla base di una ipotetica disparità di
trattamento che la norma citata determina fra la generalità del personale e
quei dipendenti in quali hanno ottenuto gli accessori in questione per l’effetto
di giudicati favorevoli. Secondo l’Ecc. mo Consesso "[…] gli interessati
sostengono di aver in precedenza agito in sede giurisdizionale per il
riconoscimento del diritto all’adeguamento: cio’, a ben vedere, comporta che
essi sono parte in ( altri ) giudizi – che dovranno essere dichiarati estinti,
per l’effetto della normativa in rassegna – ed è precisamente in seno a quei
giudizi che va dedotta la disparità di trattamento con i colleghi i quali hanno
anteriormente beneficiato di giudicati favorevoli, risultando la questione
irrilevante in questa sede, ove si discute della legittimità di quella diversa
norma che attribuisce, sia pure con modalità restrittive, il beneficio de quo a
tutto il personale, indipendentemente dal contenzioso in atto".

 

Massimiliano Nisati,

www.dirittoegiustizia.it


 

 


R  E  P  U  B  B  L  I  C 
A     I  T  A  L  I  A  N  A

N.4832/2004

Reg. Dec.

N. 335 Reg. Ric.

Anno 2002


IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

      Il
Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) ha pronunciato la
seguente


D E C I S I O N E

sul
ricorso in appello n. 335/2002 proposto da


(Omissis)

contro


il Ministero della Giustizia, la Presidenza del Consiglio dei
Ministri

http://www.litis.it