La
Corte di Cassazione afferma che il mancato versamento della cauzione previsto
dall’art.3 bis l.31 maggio 1965,n.575 costituisce reato omissivo istantaneo che
si consuma nel momento in cui scade il termine fissato dal Tribunale per il suo
versamento.


Più specificamente, il provvedimento impositivo della misura di prevenzione e
della relativa cauzione è immediatamente esecutivo e quindi il reato di
inottemperanza all’ordine di versare la cauzione si perfeziona con la scadenza
del termine fissato dal Tribunale per il deposito della cauzione stessa,
indipendentemente dalle eventuali impugnazioni proposte e dal loro esito.

 

CASSAZIONE PENALE, Sezione
Feriale, Sentenza n. 35904 del 16/09/2004

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE FERIALE PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri
Magistrati:

Dott. VITALONE Claudio –
Presidente

Dott. ROSSI Bruno – Consigliere

Dott. SANTACROCE Giorgio –
Consigliere

Dott. ESPOSITO Antonio –
Consigliere

Dott. PALMIERI Ettore –
Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA/ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

1) NIRTA GIUSEPPE, N. IL
26/10/1960;

avverso SENTENZA del 15/01/2004
CORTE APPELLO di REGGIO CALABRIA;

visti gli atti, la sentenza ed
il procedimento;

udita in PUBBLICA UDIENZA la
relazione fatta dal Consigliere Dott. SANTACROCE GIORGIO;

Udito il Procuratore Generale
in persona del Dott. DELEHAYE Enrico che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 


Svolgimento del processo

 

1. Con sentenza del 15 gennaio
2004, la corte di appello di Reggio Calabria confermava la sentenza con la quale
il tribunale monocratico della stessa città aveva irrogato a NIRTA Giuseppe la
pena di mesi 6 di arresto, ritenendolo responsabile di non aver ottemperato
all’obbligo di deposito della cauzione impostagli di un milione di lire, quale
sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica
sicurezza (art. 3-bis l. 31 maggio 1965, n. 575).

Rispondendo alle censure mosse
dall’imputato alla sentenza di primo grado, la corte territoriale affermava
innanzitutto che l’adempimento dell’obbligo di deposito della cauzione prescinde
dalla definitività del provvedimento di applicazione della misura di
prevenzione, sicchè nessuna concreta incidenza sul versamento della somma
imposta derivava dall’aver il Nirta impugnato il decreto del tribunale, che
peraltro aveva determinato l’entità (peraltro, modesta) del relativo importo
tenendo conto delle sue condizioni economiche e del suo accertato ruolo di
"grosso trafficante di droga".

Peraltro, aggiungeva la corte
di merito, l’imputato non aveva fornito alcuna prova circa la sua materiale
impossibilità di adempiere l’obbligo impostogli, sicchè correttamente il
giudice di prime cure lo aveva ritenuto in colpa per l’omesso deposito della
cauzione.

Quanto alla avanzata richiesta
subordinata di concedere all’imputato le attenuanti generiche e di ridurre
comunque la misura della pena inflittagli, la corte riteneva che lo stesso non
meritasse un trattamento sanzionatorio più blando, stante i suoi precedenti
penali e le sue gravissime pendenze giudiziarie, nè il Nirta aveva tenuto un
comportamento processuale degno di essere valutato positivamente, essendo
rimasto contumace nel giudizio di primo grado.

Ricorre per Cassazione il Nirta,
contestando sia la sentenza che l’ordinanza con la quale la corte di appello di
Reggio Calabria aveva rigettato la sua richiesta di rinvio dell’udienza pubblica
per usufruire, ai sensi dell’art. 5 della l. 12 giugno 2003 n. 134 sul c.d.
patteggiamento allargato, della procedura prevista dall’art. 444 c.p.p. (primo
motivo di ricorso).

L’imputato si doleva, in
particolare, sotto il profilo della erronea applicazione della legge penale e
dei vizio di motivazione, che la sentenza, vergata a mano, era scritta con una
grafia che non consentiva di seguire i passaggi logico-argomentativi della
decisione adottata (secondo motivo); che l’azione penale per omesso deposito
della cauzione non poteva essere esercitata nei suoi confronti, non essendo
ancora divenuto definitivo il decreto impositivo della misura di prevenzione
personale applicatagli (terzo motivo); che la pena irrogatagli non era
proporzionata al fatto e comunque la corte non aveva indicato le ragioni che
l’avevano indotta ad determinare una pena cosí elevata (quarto motivo).

 


Motivi della decisione

 

Il ricorso è per un verso
generico e per altro verso manifestamente infondato, sicchè deve essere
dichiarato inammissibile.

Sono generici il terzo e il
quarto motivo di ricorso, avendo la corte di merito spiegato con dovizia di
argomenti le ragioni sia della non subordinazione dell’obbligo del deposito
della cauzione alla definitività del decreto impositivo della misura di
prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza sia della entità
della sanzione detentiva inflitta, ampiamente giustificata dai precedenti penali
e giudiziari del ricorrente e dall’applicazione nei suoi confronti di una misura
di prevenzione personale.

Con specifico riferimento al
reato di mancato versamento della cauzione previsto dall’art. 3-bis l. 31 maggio
1965, n. 575 (e successive integrazioni e modificazioni), la corte di merito,
aderendo al costante orientamento di questa Corte Suprema, ha spiegato che si
tratta di un reato omissivo istantaneo che si consuma nel momento in cui scade
il termine fissato dal tribunale per il suo versamento (Cass., Sez. 1^, 25
ottobre 2001, n. 43239, Malavigna, in Cass. pen. mass. ann., 2002, n. 959, p.
2892). Più specificamente, secondo l’indirizzo di questo Supremo Collegio, il
provvedimento impositivo della misura di prevenzione e della relativa cauzione è
immediatamente esecutivo e quindi il reato di inottemperanza all’ordine di
versare la cauzione si perfeziona con la scadenza del termine fissato dal
tribunale per il deposito della cauzione stessa, indipendente dalle eventuali
impugnazioni proposte e dal loro esito.

Tale conclusione trova
fondamento nell’art. 4 comma 9 l. 27 dicembre 1956, n. 1423, secondo cui "il
ricorso non ha effetto sospensivo", nonchè nell’art. 3-bis comma 3 l. n. 575/65,
secondo cui "quando sia cessata l’esecuzione della misura o sia rigettata la
proposta, il tribunale dispone con decreto la restituzione del deposito o la
liberazione della garanzia": tali disposizioni non lasciano dubbi sull’effetto
ex nunc del provvedimento di revoca della misura di prevenzione o di rigetto
della relativa proposta (Cass., Sez. 1^, 2 giugno 1995, Callà, in Cass, pen.
mass. ann., 1996, n. 947, p. 1598;

Id., Sez., 22 dicembre 1993,
Galatà, ivi, 1995, n. 1025, p. 1613, dove si sottolinea che il reato di omesso
versamento della cauzione è un reato di pura condotta o formale che si consuma
nei termine perentorio stabilito dal tribunale, con conseguente irrilevanza
degli eventi successivi alla consumazione del reato).

Manifestamente infondati sono
poi gli altri due motivi di ricorso.

Contrariamente a quanto assume
il ricorrente, la lettura dell’impianto motivazionale della sentenza della corte
di appello di Reggio Calabria è piuttosto agevole e consente di cogliere il
senso compiuto delle frasi che vi sono inserite, sicchè non ricorre nel caso in
esame quella nullità ex arti 125 comma 3 e 546 comma 1 lett. e) c.p.p. che
questa Corte ha ritenuto sussistere quando la sentenza rechi una motivazione
vergata a mano con grafia incomprensibile che non soddisfi i requisiti minimi
indicati dalia legge (Cass., Sez. 3^, 22 novembre 2001, n. 45458, Gaiangos, in
Cass. pen. mass. ann., 2002, n. 1298, p. 3833).

Quanto alla doglianza relativa
al rigetto della istanza di rinvio dell’udienza dibattimentale stabilito
dall’ordinanza pure impugnata dal ricorrente per esperire l’istanza di
patteggiamento ai sensi dell’art. 5 comma 1 l. 12 giugno 2003, n. 134, è ormai
pacifica l’applicazione di questo rito, anche nella sua versione "ritoccata",
nel solo giudizio di primo grado, come hanno statuito di recente le Sezioni
Unite di questa Corte (24 settembre 2003, n. 18, Petrella), le quali hanno
sottolineato come il patteggiamento nei giudizi di impugnazione, necessariamente
diverso da quello degli artt. 444 e segg. c.p.p., avrebbe richiesto una
previsione espressa e una disciplina specifica che nella legge dianzi richiamata
mancano.

Le Sezioni Unite hanno infatti
precisato che l’art. 5 comma 1 della l. n. 134 del 2003 non regola un generico
"patteggiamento", un accordo di qualunque genere sull’esito del processo, ma si
riferisce specificamente alla "richiesta di cui all’art. 444 del codice di
procedura penale", e questa richiesta per sua natura non può che essere
anteriore alla sentenza di primo grado.

Già la denominazione
legislativa dell’istituto ("applicazione della pena su richiesta delle parti")
ne scandisce le caratteristiche: si tratta di un procedimento speciale,
alternativo al giudizio, in cui l’imputato accetta la pena concordata con il
pubblico ministero e applicata dal giudice, senza che la stessa risulti sorretta
da un formale accertamento di responsabilità e da una pronuncia di condanna. La
sentenza non è appellabile e l’imputato, per l’accettazione della pena e la
correlativa rinuncia alle garanzie del giudizio e dell’appello, ottiene un
trattamento per vari aspetti più vantaggioso di quello che prevedibilmente
conseguirebbe al giudizio.

L’art. 5 comma 1 della legge n.
134/2003, in considerazione dell’avvenuto ampliamento delle possibilità del
patteggiamento, ha reso possibile, in via transitoria, "la richiesta di cui
all’art. 444 c.p.p… anche nei processi penali in corso di dibattimento nei
quali… risulti decorso il termine previsto dall’art. 446 comma 1 c.p.p.".
Questa disposizione in qualche modo modifica i termini tipici dell’accordo sul
rito, perchè una parte più o meno ampia dell’istruzione dibattimentale si è
svolta e quindi non può formare oggetto di rinuncia: rimangono però applicabili
nel corso del giudizio di primo grado disposizioni significative degli artt. 444
e segg. c.p.p., perchè il giudice può ancora seguire le regole di decisione
stabilite dall’art. 444 comma 2 c.p.p. (verifica relativa all’insussistenza
delle condizioni per l’applicazione dell’art. 129 c.p.p., alla qualificazione
giuridica del fatto, all’applicazione delle circostanze e alla congruità della
sanzione richiesta) e pronunciare una sentenza di applicazione della pena (anzichè
di condanna), con gli effetti previsti dagli artt. 444 e 445 c.p.p. e non
suscettibile di impugnazione con il mezzo dell’appello.

Dopo il giudizio di primo grado
l’applicazione della pena su richiesta a norma degli artt. 444 e segg. c.p.p.
non avrebbe senso, poichè, in presenza di un accertamento di respon

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