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Litis.it - Penale

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Commette il reato di esercizio abusivo della professione il soggetto che svolge attività “tipica e di competenza specifica” della professione regolamentata senza però essere iscritto all’Albo professionale. Lo affermano le Sezioni Unite della Cassazione nella sentenza n. 11545 depositata lo scorso 23 Marzo 2012 e qui leggibile nel suo testo integrale.

(© Litis.it, 28 Marzo 2012)

Cassazione Penale, Sezioni Unite, Sentenza n. 11545 del 23/03/2012

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Il Tribunale di Isernia ha condannato due medici alla pena di mesi tre di reclusione, con i benefici di legge, per avere ciascuno concorso, con condotte colpose indipendenti ex art. 113 c.p., alla produzione di lesioni personali gravissime a danno di un minore. L’art. 113 c.p. stabilisce infatti che ‘nel delitto colposo, quando l’evento è stato cagionato dalla cooperazione di più persone, ciascuna di queste soggiace alle pene stabilite per il delitto stesso’.

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La Corte di Cassazione ha stabilito che nei procedimenti per violenza sessuale di gruppo, il giudice non sarà più obbligato a disporre esclusivamente del carcere ma potrà applicare misure cautelari alternative. Decisione che invalida un ordinanza del Tribunale del riesame di Cassino che aveva confermato il carcere, come unica misura cautelare possibile per due ragazzi accusati di violenza sessuale di gruppo nei confronti di una giovane del frusinate. Già nel 2010 la Corte di Costituzionale, con la sentenza n. 256, si era espressa in tal senso contestando la legge di contrasto alla violenza sessuale continua…

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Non è reato inserire sul web le inserzioni a favore delle escort. Lo ha sottolineato la Cassazione annullando senza rinvio “perché il fatto non sussiste” una condanna ad un anno di reclusione nei confronti di Nicola M. che telefonava alle escort interessate a fare inserzioni sul web per vendere loro le ‘top list’ dopo essersi fatto inviare dalle interessate per email le fotografie.

Secondo la suprema Corte chi “si limita a pubblicare gli annunci pubblicitari delle continua…

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“E’ diffamazione pubblicare sui giornali foto che ritraggono i volti dei mendicanti“. E’ quanto ha stabilito la Quinta sezione penale della Corte di Cassazione, sottolineando che “non è possibile negare l’oggettiva valenza diffamatoria” alla pubblicazione di uno scatto di chi chiede la carità.
“La coscienza comune – si legge nella sentenza n. 3721/2012 – pone questi soggetti in uno dei gradini più bassi della cosiddetta scala sociale ed è allora naturale che chi sia costretto dalla necessità a praticare la mendicità e venga additato come tale si sentirà mortificato e continua…

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Con sentenza 1894 del 12 gennaio, la sezione penale della Corte di cassazione ha fornito un’interpretazione puntuale sul concorso tra il reato di emissione e quello di utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, sancendo il principio per cui concorre nel reato di emissione di fatture false colui che, dopo averle ricevute, le contabilizza pur non inserendole in dichiarazione, perché prima della scadenza del termine per la presentazione della dichiarazione stessa è intervenuta una verifica dell’Organo preposto.

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C’è reato di occultamento delle scritture contabili anche quando i “conti” aziendali sono recuperati attraverso controlli incrociati con i documenti rinvenuti altrove (scritture delle società che hanno avuto rapporti commerciali con l’impresa) e non ci sia, invece, l’assoluta impossibilità di ricostruzione. E’ quanto stabilito dalla Cassazione nella sentenza 2698 del 23 gennaio.

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Fare pipì in strada è reato, anche se di notte o in un luogo appartato. Lo ha deciso la Cassazione con la sentenza n. 40012/11 che bacchetta chi urina fra le macchine, uscito da un locale o dietro a un cassonetto.

Per i giudici nascondersi non è una giustificazione e quindi se il gesto viene “percepito da terzi” scatta il reato.

La decisione è arrivata dopo un tipico caso di vita notturna arrivato sul tavolo dei giudici. Un ragazzo dopo una serata passata in discoteca fa pipì in strada, viene denunciato e il Giudice di continua…

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Con la decisione in esame le Sezioni Unite, risolvendo un contrasto di giurisprudenza, hanno affermato il principio secondo cui “è ricorribile per cassazione la sentenza di patteggiamento nella parte relativa alla condanna alla rifusione delle spese di parte civile, in particolare per quanto attiene alla legalità della somma liquidata e alla esistenza di una corretta motivazione sul punto, una volta che sulla relativa richiesta, proposta all’udienza di discussione, nulla sia stato eccepito”.

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“Il diritto alla salute va tutelato anche al di sopra delle esigenze di sicurezza”. La Cassazione lo sottolinea in una sentenza in cui viene data ragione a un detenuto che ha presentato ricorso contro la custodia in carcere proprio perché gravemente malato ai reni. “In presenza di gravi patologie – si legge ancora nel documento – si impone la sottoposizione al regime degli arresti domiciliari o comunque il ricovero in idonee strutture”.

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