Giustizia, l’equidistanza impossibile
L’editoriale di Sabino Cassese sul
Corriere della Sera di venerdì 7 affronta lo sciopero di tre giorni annunciato
dall’associazione nazionale magistrati, contraria a molti aspetti della riforma
dell’ordinamento giudiziario. La prima scadenza dell’astensione è fissata il 25
maggio. L’articolo distribuisce le critiche, in apparenza equanimi, tra i
magistrati e il governo. Secondo l’autore i primi peccano di corporativismo e di
disinteresse per gli utenti della giustizia, il secondo di delirio di
onnipotenza.
Ma il testo pone un problema giornalistico. Il lettore che ignori i motivi
profondi dell’agitazione è indotto a pensare a un comportamento sindacale
autoprotettivo da parte dei magistrati, di fronte al quale maggioranza
parlamentare e ministro della giustizia “sembrano incapaci di stabilire un
dialogo permanente con l’ordine giudiziario”. Strana maniera di porre la
questione. Il lettore ignaro è indotto a pensare a una storia di cattive volontà
reciproche in un quadro di normalità istituzionale. Ma, riconosce l’autore,
“coniugando sistema parlamentare e metodo maggioritario, si mette solidamente
nelle stesse mani il controllo di due poteri, quello legislativo e quello
esecutivo. Il terzo potere, quello giudiziario, è l’unico che sfugge a questo
controllo”.
Si potrebbe partire da qui. Finora il terzo potere è sfuggito a quel controllo,
e ciò è motivo di rallegramento per la causa della democrazia. Ma con quanta
fatica! Ed è sfuggito solo a un controllo o a qualcosa di pi๠pesante? àˆ
possibile trattare il tema e non ricordare che il presidente del consiglio è per
l’appunto imputato di corruzione dell’ordine giudiziario? E che dall’inizio
della legislatura i suoi due poteri hanno attaccato con tutti i mezzi l’altro
potere costituzionale, definito senza pudore e senza un’ombra di cautela
istituzionale il “cancro della democrazia”? E si può trascurare del tutto il
fatto che la stessa persona riunisce nelle sue mani anche il quasi monopolio dei
mezzi d’informazione pi๠importanti con i quali è libero di diffamare i
magistrati, alterare la realtà e la sua percezione da parte di una quota
consistente dell’opinione pubblica? E che con il quasi monopolio della
pubblicità è in grado di controllare o strangolare i mezzi d’informazione che
possono suggerire punti di vista diversi? Dunque un osservatore equilibrato
riconoscerebbe che siamo in una situazione di grave anormalità istituzionale.
Ma questo è ancora il meno. Se finora è sfuggito al controllo, il terzo potere
potrà continuare a mantenersi indipendente? La cosiddetta riforma
dell’ordinamento è precisamente il mezzo con cui i poteri esecutivo e
legislativo riuniti vogliono assoggettare al proprio controllo il potere
giudiziario. Su questo tema l’articolo è muto, e ciò preoccupa. Eppure già molti
specialisti si sono pronunciati. Hanno spiegato che i nuovi meccanismi
introdotti rendono ancora pi๠barocche e lente le procedure, macchinosa la
costruzione delle carriere e gerarchica la loro struttura, mentre aumenta la
coazione a comportamenti conformistici da parte delle nuove leve. Molti hanno
detto: un ritorno indietro di cinquant’anni. àˆ stato messo a nudo il disegno di
sottoporre l’ufficio dell’accusa alla volontà del governo, con la maggioranza
che dovrebbe dettare di anno in anno le priorità dell’azione giudiziaria. Chi
sostiene questa aberrazione si fa forte dell’esempio francese. Ma la
sottomissione del pubblico ministero non è certo uno dei tratti migliori di
quella democrazia, e chi la vorrebbe importare si dimentica che in Francia un
monopolista televisivo non potrebbe mai diventare detentore del potere politico.
àˆ stata indicata una seconda distorsione meno appariscente ma ancora pià¹
insidiosa: l’idea di un’autorità che possa vagliare l’applicazione della legge
da parte del giudice. Qui siamo del tutto fuori dalla Costituzione. Il giudice è
soggetto solo alla legge e l’unico vaglio al suo operato può venire solo da un
processo di grado successivo in cui un altro giudice abbia la stessa
indipendenza. L’azione umana è perfettibile e le sentenze devono essere
appellabili, ma non si può rinunciare al principio fondamentale insito nel
libero convincimento del giudice formato nel corso del processo. Se si suppone
che esso debba essere vagliato da un’autorità superiore che cosa impedirà che si
possa sospettare anche di questa? E soprattutto che il vaglio sia basato su
criteri extragiudiziali?
La controriforma dell’ordinamento giudiziario ha dunque l’aspetto concreto di un
tentativo di imbavagliamento di un potere indipendente. Ma la realizzazione del
disegno, che appare tanto pi๠triviale quanto pi๠impersonato dalla figura del
ministro addetto, altera in modo decisivo l’equilibrio tra i poteri
costituzionali e quindi è un danno profondo alla Costituzione. C’è del metodo in
questa pazzia perché la controriforma in atto della Costituzione stessa
demolisce in un colpo tutte le fondamentali garanzie originarie per consegnare
tutto il potere sostanziale a un premierato assoluto, tanto pi๠pericoloso se lo
immaginiamo, come non possiamo escludere a priori, in mano al monopolista
televisivo. Del resto l’eversione costituzionale caratterizza l’azione del
governo anche nella politica estera dove il dispregio dell’articolo 11 sul
rifiuto della guerra illustra la partecipazione italiana al disastro iracheno,
fino al punto che i nostri soldati, agli ordini di un’autorità militare
straniera, sono stati uccisi e hanno sparato con esiti letali sulla popolazione
civile. I rapporti tra potere politico e potere giudiziario, già distorti
dall’anomalia istituzionale italiana, sono ora e saranno ancora di pi๠in futuro
sottoposti non a un delirio ma a un duro progetto di onnipotenza del potere
politico attuale. Nessuno pensa che la magistratura sia esente da critiche, ma
fingere una situazione di equilibrio in cui le responsabilità possano essere
ripartite alla pari non è un buon servizio alla verità . Cassese lamenta nel suo
articolo la “relativa solitudine in cui (l’associazione dei magistrati) sta
sviluppando la sua critica del progetto di riforma dell’ordinamento
giudiziario”. Solitudine relativa: la società civile li ha sostenuti con forza e
continuerà a farlo senza farsi intimorire dalla prepotenza del potere. Se invece
quella solitudine fosse vera e drammatica, l’equidistanza dell’autore in un
conflitto tremendamente asimmetrico e micidiale per la nostra democrazia non
contribuirebbe certo a temperarla.
Francesco Pardi
http://www.unita.it/


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