Il caso Mannino, di Davide Giacalone
Quel che c’era da dire, sugli aspetti politici del processo a
Mannino, lo ha detto ieri, benissimo, Paolo Pillitteri. Mannino è stato
condannato per concorso esterno in associazione mafiosa (quando ci liberemo di
quest’abominio giuridico?). Tre anni fa era stato assolto, ed il mondo della
diaspora democristiana gli si era stretto attorno. Dopo la condanna, a caldo,
vige il silenzio codardo. Una scena imbarazzante. Ancor pi๠imbarazzante se
condizionata dalle pi๠recenti indagini, che hanno coinvolto altri uomini di
quell’area politica.
Il cittadino Mannino, per quel che mi riguarda, e per quel
che dovrebbe riguardare ogni persona dabbene, è da considerarsi innocente fino
ad una sentenza definitiva, che potrà confermare in modo indiscutibile quest’innocenza,
o macchiarla con una condanna non pi๠appellabile. Non mi piace la discussione
fra innocentisti e colpevolisti, perché mi piace, invece, il rispetto del
diritto e dei diritti. Fin qui calpestati. Il procedimento contro Mannino iniziò
nel febbraio del 1994.
Un anno dopo, nel febbraio 1995, un giudice ritenne
esistessero urgenti motivi per incarcerarlo (un anno dopo! come se un anno dopo
potesse ancora esserci pericolo di fuga o d’inquinamento delle prove). Nove mesi
in carcere, tredici agli arresti domiciliari. Nel giugno del 2001 il tribunale
assolve Mannino. Nel maggio del 2004, pi๠di dieci anno dopo l’avvio del
procedimento, il tribunale di secondo grado lo condanna. E, adesso, si andrà in
Cassazione. E’ una storia senza senso, un’offesa alla civiltà del diritto. Se si
tratta di un innocente, lo si sta sottoponendo ad una tortura intollerabile. Se
si tratta di un colpevole, si sta esponendo la collettività al rischio che
continui la sua carriera criminale.
In tutti e due i casi la giustizia è fallimentare. In tutti e
due i casi siamo largamente fuori dal rispetto dell’articolo sei della
Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. In tutti e due i casi l’Italia è già
potenzialmente sul banco degli accusati presso la Corte di Strasburgo. E questo,
per così dire, a diritto vigente, ovvero sulla base delle regole in vigore. Ma
cerchiamo di ragionare seriamente. Abbiamo adottato il sistema accusatorio, ma
non ne abbiamo adottato la logica conseguenza: chi viene assolto non può essere
processato una seconda volta.
L’assoluzione di primo grado mostra, in modo indiscutibile,
che il caso, quanto meno, non è chiaro, non consente una condanna “al di là di
ogni ragionevole dubbio”. Ripetere il processo significa continuare l’impari
lotta fra l’accusato e la forza dello Stato, per giunta giungendo a verdetti che
saranno inutili o discutibili.
Il presidente del Consiglio, qualche mese fa, aveva trovato la lucidità e la
forza per dirlo: anche in Italia gli assolti non devono potere essere
riprocessati per lo stesso ipotetico reato. Ma, poi, non è successo pi๠nulla.
Attendiamo ancora che si metta seriamente mano alla riforma della giustizia, nel
mentre i magistrati proclamano scioperi per difendere i privilegi della loro
carriera.
Gli sciocchi leggeranno in queste righe la “difesa di
Mannino”; i vigliacchi ammoniranno al silenzio, visto che si parla di roba
turpe, di mafia (come non basti, sono anche siciliano); gli insulsi inviteranno
ad attendere che la giustizia faccia il suo corso. Solo che la civiltà d’un
Paese, e la grandezza (o miseria) della sua classe dirigente, si misura anche
dalla capacità di mandare al diavolo queste tre categorie umane e di affrontare
il problema per quello che è: la bancarotta della giustizia non può attendere
oltre.
Davide Giacalone
Fonte:
http://www.opinione.it/


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