Giustizia, l’etica della responsabilità, di Emilio Nicola Buccico

Siamo
veramente in un vicolo cieco? Si puo’ sperare in una via di uscita, con la
corretta ricollocazione dei poteri istituzionali senza che la ormai estenuante
contrapposizione tra politica e magistratura si trasformi in una irreversibile
condizione patologica? Le grida di guerra rendono, peraltro, ancora più flebile
la percezione delle voci di quanti ancora tentano di coltivare la civiltà del
lessico e la ragionevolezza delle proposte. Cerchiamo di capire dove ci sta
portando questa conflittualità schiumosa e rancorosa. L’agenda governativa,
dopo ristrette escursioni legislative parcellizzate e in parte abortite, ha
concentrato, con la istituzione di una cabina di regia (i quattro saggi), ogni
sforzo su un disegno complessivo ” ancorchè non organico (basti pensare che il
tema fondamentale della riforma della geografia giudiziaria, la macchina
dispensatrice di sprechi e sulla quale cammina quotidianamente l’amministrazione
della giustizia, è stato elegantemente abbandonato nel generale tacito consenso
di tutte le forze politiche, restie a fare i conti con i piccoli e grandi
egoismi territoriali ed elettorali) ” dell’ordinamento giudiziario, anno 1942,
sopravvissuto alla Costituzione e al nuovo codice di procedura penale, tra
rattoppi e cuci e scuci. La legge delega, oramai alla Camera, contiene anche
ispirazioni positive e condivisibili: si puo’, e si deve, intervenire sugli
itinerari normativi. Certamente costituiscono utile e possibile terreno di
incontro la istituzione della Scuola superiore della magistratura e la
rivisitazione del settore disciplinare con la tipizzazione degli illeciti
disciplinari.

Di indiscutibile interesse sono, naturalmente, i temi relativi all’accesso, alla
valutazione di professionalità dei magistrati, alla composizione dei consigli
giudiziari, all’ufficio del pubblico ministero: con il favore generale è stata
salutata la istituzione dell’ufficio del giudice, ancorchè in via sperimentale.
Praticamente disertato il confronto, è stato ed è scontro: i magistrati ”
sventolando la bandiera dell’autonomia e della indipendenza più come distintivi
di casta invece che come valori della società ” contestano quasi come
liberticida l’impianto riformatore e, partendo da antiche recriminazioni sulle
“pulsioni bicameralistiche”, focalizzano attenzione (e spesso anatemi) sulla
carriera ad ostacoli con la introduzione dei concorsi, sulle prerogative di una
scuola volontaristicamente gestita dal Csm, sulla burocratizzazione dell’ufficio
del pubblico ministero e sulla mostruosità della interpretazione creativa come
fonte di illecito disciplinare. Venuta meno questa sciocca provocazione
interpretativa, le distanze, tuttavia, hanno continuato ad accrescersi sino alla
proclamazione di due giorni di sciopero, indetti ” per semplici ragioni
estetiche ” solo dopo la partenza del capo dello Stato dall’annuale congresso
dell’Anm.

Ma i problemi veri, gravi e reali resistono tranquillamente alla estremizzazione
e fanno emergere, al di là dei rumori popolari, per dirla con Voltaire, gli
antichi mali. Problema centrale e indefettibile, richiamato alla coscienza dei
magistrati dal presidente Ciampi e in una unitaria delibera del febbraio 2003
dal Csm, rimane quello delle responsabilità dei magistrati. La consapevolezza
dei doveri, e cioè l’etica della responsabilità, è presupposto della
imparzialità la cui costante visibilità non puo’ essere appannata
dall’intrecciarsi di cause di incompatibilità e dalla tendenza alla
esternazione, senza i limiti della continenza: tale fenomeno si ricollega, in
momenti storici di transizione, alla individuazione dell’identità, ora
smarrita, ora ambigua, già invasiva e supplente, della magistratura. Del resto,
le esternazioni non sono che la spia di un costume mediatico che ricerca, per
sorreggersi e alimentarsi, il consenso. E’ terreno infido, che determina
strabismi e protagonismi pericolosi.

E sul tema della responsabilità è facile constatare come, al pari
dell’avvocatura tumoralmente cresciuta nella indifferenza generale, la
magistratura sia priva di seri itinerari formativi: alla mancanza di formazione
si accompagna il sistema breganziano di promozione senza meriti, avallato ”
nella valutazione professionale ” dai consigli giudiziari, circuiti chiusi nei
quali si scrivono, con noiosa letteratura, agiografie sulle quali gli avvocati,
che pure respirano la stessa aria, non riescono ad interloquire.

Questi sono temi e appunti sui quali lavorare e costruire, con la laicità e con
la gradualità proprie della giustizia, vissuta come quotidiana necessità dei
cittadini. Bisogna saper uscire dal guscio e sottrarsi alle fidelizzazioni delle
correnti i cui spifferi governano la quotidianità anche al Csm; sono questi i
primi passi per i magistrati, insieme alla necessità di riprendere il dialogo
con gli avvocati e, insieme, con le forze politiche. Senza pregiudizi e senza
collateralismi in sintonia, come ha auspicato Ciampi, con la coscienza civile
del paese. Coscienza nella quale, in un paese liberale, debbono potersi
riconoscere ” dialoganti ” le forze che animano i poteri della democrazia e in
cui, nelle rispettive sfere di autonomia, il rispetto tra poteri indipendenti
non puo’, ancora e più, essere messo in discussione. Nè dalle sentenze che
sfrattano “il simbolo confessionale” nè dalle ordalie dei girotondi

Fonte: 
http://www.ideazione.com/


 

https://www.litis.it

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