La non via giudiziaria sulla legge sulla procreazione medicalmente assistita, di Donatella Poretti
Gli ovuli
fecondati vanno impiantati, anche se c’è il rischio che possano essere
portatori di malattie genetiche". Lo afferma il giudice monocratico di Catania,
che ha respinto la richiesta di una coppia di portatori sani di talassemia che
chiedeva un esame del dna prima dell’impianto e l’eventuale congelamento
dell’ovulo ‘malato’.
La sentenza del giudice Felice Lima
La sentenza, emessa il 3 maggio scorso ma della quale si è appresa notizia
soltanto lo scorso 25 maggio, è la prima del genere in Italia dopo l’entrata in
vigore della legge 40 sulla procreazione assistita. La coppia, due dipendenti
statali entrambi di 35 anni, senza figli, sollecitava anche l’invio degli atti
alla Corte costituzionale, ma anche questa richiesta è stata respinta.
L’impianto sulla donna è andato avanti ma l’unico ovulo fecondato in vitro
rimasto ‘vivo’ non ha attecchito. La coppia ha deciso di rinunciare alla
fecondazione assistita e di avviare la pratica dell’adozione ma ha scelto
ugualmente di proseguire l’azione civile, ricorrendo contro la sentenza.
L’udienza di "appello" si è svolta davanti alla prima sezione civile penale del
Tribunale di Catania nei giorni scorsi, la decisione è attesa per la prossima
settimana.
Secondo il giudice monocratico Felice Lima, che ha respinto il ricorso
della coppia, la legge sull’interruzione della gravidanza "non autorizza un uso
dell’aborto come strumento selettivo dei feti, con riferimento alla loro
salute". Per il giudice questo "è un uso eugenetico dell’aborto certamente
vietato dalla legge"
Il giudice sottolinea come con la richiesta si "invoca l’esigenza di tutelare la
salute del figlio ‘desiderato’ che, diversamente da quello che realmente si
sacrificherà è entità virtuale, del tutto astratta, esistente solo nella
rappresentazione mentale dei suoi aspiranti genitori".
"Sicchè -scrive il giudice Lima nella sentenza nr. 4612 del 2004- si dà
l’impressione suggestiva di volere tutelare la salute del figlio, ma siccome il
figlio tutelato non è quello reale ma quello virtuale, non si difende in
realtà alcun figlio, ma la propria volontà di averne uno conforme ai propri
desideri, sacrificando a questo obiettivo, per tentativi successivi, tutti i
figli reali difformi che venissero nel frattempo".
Il giudice nella sentenza rileva la "confusione di concetti" sui quali "si
fondano le dottrine eugenetiche certamente ripudiate dal nostro attuale
ordinamento giuridico". "E su questa confusione -scrive il giudice respingendo
la richiesta- si fonda anche l’affermazione contenuta nel ricorso secondo la
quale l’iniziativa giudiziaria dei ricorrenti sarebbe volta a tutelare
l’interesse costituzionalmente garantito e vincolante del nascituro a nascere
sano".
La donna, una paziente in cerca di cura
"E’ una legge atroce, fatta da chi non sa di cosa parla, occorre cambiarla per
rispetto delle famiglie e delle donne". "Domani torno a lavorare -annuncia la
donna sentita dall’agenzia Ansa– ma riprende la mia battaglia per un
diritto naturale e costituzionale: avere un figlio mio, tutto mio e sano".
L’insegnante afferma di essere "distruttà, anche se sottolinea di non volersi
arrendere: "sto vivendo un’esperienza drammatica ma non mi fermo. Sono troppo
arrabbiata, e dalla mia rabbia trovo la voglia di reagire e continuare". "Io a
differenza di molti parlamentari italiani, senza cuore, vivo ogni giorno con
l’handicap, perchè faccio l’insegnante di sostegno. Molti di loro non sanno
cosa sia il dolore di vedere un figlio gravemente malato. E se capitasse a una
loro figlia? Che farebbero?". "Certo ci riprovero’ ma non so come e quando. In
questo momento mi sento trattata come un oggetto non come una donna. Spero che
la legge cambi e possa riprovarci, perchè non ho la possibilità economica di
andare all’estero, in uno dei tanti Paesi Europei dove si stanno recando
tantissime coppie italiane benestanti". Dell’ipotesi adozione "per il momento"
preferisce non parlare. "Perchè devo essere ‘costrettà ad adottare un figlio
da una legge che mi vieta di averlo naturalmente? Io voglio un figlio mio, come
tante altre madri". L’insegnante ricorda "le sofferenze terribili e i dolori
atroci per avere un figlio". "Ho già avuto tre aborti e non posso più farne,
per non rischiare di morire. Io chiedo la possibilità di avere impiantato
embrioni sani o portatori sani di talassemia e di congelare quelli malati: non
è un aborto eugenetico, la scienza fa passi avanti e in futuro potrebbe trovare
una soluzione e ‘guarirli"’. La donna non porta rancore nei confronti del
giudice di Catania: "ha applicato una legge sbagliata che è un muro contro i
diritti delle donne". "Dopo avere appreso della sentenza sono stata malissimo, e
sono ancora distrutta. Avevo una speranza ma ho perso due volte: davanti al
giudice per colpa di una legge sbagliata e crudele e l’embrione che portavo in
grembo". "Questa situazione ha sconvolto la mia vita e quella dei miei familiari
mio marito mi ha sempre sostenuto, e continua a farlo come i miei congiunti, ma
non ci fermeremo: non so come, ma lotteremo ancora per avere riconosciuto un
nostro diritto naturale riconosciuto in tutti i Paesi europei tranne che in
Italia: avere un figlio nostro, sano".
L’avvocato della donna, Maria Paola Costantino
"La signora è sconvolta, non vuole parlare con nessuno, neanche con me.
Comunichiamo via posta elettronica". Cosi’ l’avvocato Maria Paola Costantino
rivela dello stato d’animo della propria assistita, un’insegnante di 35 anni,
portatrice sana di talassemia come il marito, alla quale il Tribunale di Catania
ha respinto la richiesta di esami sugli embrioni da impiantare facendo ricorso
alla fecondazione assistita.
"E’ stata una sentenza traumatica che ha sconvolto la vita della coppia.
Speravamo che una decisione cosi’ importante, un atto cosi’ grave fosse
demandato dal giudice alla Corte costituzionale per un giudizio sulla
legittimità della legge 40 sulla procreazione assistita". "Questa sentenza non
tiene conto del diritto alla salute dei genitori e dello stesso bambino. La
talassemia è una malattia grave, che crea inabilita" devastanti nei pazienti.
E’ giusto pensare a chi nasce e come deve vivere. E pensare anche alla salute
della donna, fisica e psicologica che sa di avere in grembo un figlio che
nascerà con una patologia gravissima. Per questo i miei assistiti avevano
chiesto di non impiantare gli embrioni eventualmente malati".
In una lettera agli atti del fascicolo, e riportata nella sentenza del giudice
di Catania, la donna ricostruisce "il calvario vissuto" con il marito per
"realizzare il desiderio di essere una famiglia in senso pieno e totale".
""Tuttavia durante questo percorso, ed in particolare nell’ultimo periodo, ho
maturato una coscienza della sofferenza, in particolare quella derivante dalla
malattia, che mi rende psicologicamente insopportabile l’idea di mettere al
mondo e di dovere accudire, sentendomene colpevole, un figlio malato che debba
vivere fra atroci sofferenze". Per questo sottolineava al suo medico che non
sarebbe stata disponibile a ricevere l’impianto di un embrione malato "ritenendo
tale eventualità pericolosa per la mia salute fisica e psichica" e annunciava
il "ricorso a pratica abortiva" se avesse concepito un feto malato.
Il medico, il dott. Nino Guglielmino
"L’impianto dell’ovulo fecondato è avvenuto dopo la sentenza: era riuscito con
un embrione portatore sano, ma lo stato di salute della donna, che è molto
provata fisicamente e psicologicamente, non ne ha consento lo sviluppo". Cosi’
il dottor Nino Guglielmino del centro non profit Hera di Catania precisa
i termini dello stato di salute della donna. "La signora ha avuto fecondati tre
ovuli in vitro ma due si sono deteriorati. L’unico sopravvissuto è stato
impiantato dopo la sentenza del Tribunale di Catania, e per fortuna è risultato
essere sano. Ma purtroppo è andato perduto. La paziente ha avuto nei giorni
successivi uno choc emotivo e fisico violento, che l’ha costretta anche al
ricovero in ospedale". Il medico ha sentito per telefono la signora, che ha 35
anni come il marito e insegna e vive in Puglia, e le è sembrata "molto ripresa,
particolarmente combattiva". Guglielmino sottolinea di "essere decisamente e
nettamente contrario alla legge 40 sulla procreazione assistita" ma che "mai
avrei violato una disposizione legale, nè una sentenza". "Capisco anche il
giudice che non ha fatto altro che applicare, anche se in modo rigido, una legge
che è sbagliata, anche sul piano etico". Al centro Hera di Catania, che è un
punto di riferimento per la diagnosi prenatale della talassemia per il
Mezzogiorno si fanno circa mille impianti l’anno. "La maggior parte delle
persone che puntavano alla diagnosi prenatale prima dell’entrata in vigore della
legge erano persone fertili, portatrici sane ma che avevano subito il trauma
dell’aborto volontario perchè il feto era affetto da una grave forma di
talassemia".
Il medico sottolinea anche alcune "disparità create dal legislatore". "Se una
donna ha avuto impiantati due ovuli e uno è sano e l’altro malato dovrà
decidere di tenerli entrambi o di eliminarli entrambi. Se un caso analogo
avviene a una gestante rimasta incinta senza il ricorso alla fecondazione
assistita, allora potrà scegliere se tenere quello sano e abortire quello
talassemico. Ma allora la vita del feto non è uguale sempre e per tutti e
qualche donna ha più diritti di altre a parità di condizioni".
L’avvocato del centro medico, Gianni Baldini
"Nelle carenze della legge 40 sulla procreazione assistita c’è una vittima
sicura: il medico, che suo malgrado è in balia delle decisione delle pazienti".
Lo afferma l’avvocato Gianni Baldini, legale del centro Hera di Catania.
L’avvocato afferma che "il medico è tra due fuochi perchè non è assolutamente
tutelato dalla legge". "Il giudice Lima, da tecnico, non ha fatto altro che
applicare la legge, è la norma che è incompleta e non applicabile cosi’ come
è stata redatta, perchè mette a rischio il medico, qualunque cosa faccia". Il
legale ipotizza tre scenari possibili.
Prima ipotesi: il medico denuncia la donna e chiede l’esecuzione coercitiva del
transfer embrionario con un Trattamento sanitario obbligatorio (Tso) atipico.
"La forza pubblica in questo caso impone alla donna l’esecuzione del
trattamento. Il medico non corre sanzioni ma rischia di essere querelato dalla
paziente che, dopo il parto, puo’ chiedere un risarcimento danni in sede civile
e puo’ denunciarlo per lesioni colpose aggravate e all’ordine dei medici
provvedimenti disciplinari per violazione del codice deontologico".
Secondo scenario: il medico denuncia la donna e la forza pubblica non esegue la
misura coercitiva. "E’ l’ipotesi più complessa nonostante l’embrione sia come
noto materiale deteriorabile, infatti, al medico è fatto comunque e sempre
divieto di crioconservarlo fuori dai casi di forza maggiore sopravvenuti. Come
dovrà comportarsi? Rischia sanzioni penali con tre anni di reclusione, una
multa la sospensione dalla professione sia che faccia deteriorare gli embrioni,
sia che crioconservi quelli malati che la donna rifiuta di farsi trasferire".
Terza ipotesi: il medico non denuncia la donna, esponendosi cumulativamente a
rischi di sanzione. "In tutti i casi il medico si espone a rischi di gravi
sanzioni penali, civili e amministrative, il che rende la legge inapplicabile e
senza soluzione per il professionista. Per questo abbiamo chiesto che la legge
sia dichiarata incostituzionale".
Alcuni commenti di quelli contrari alla sentenza, e alla legge
"Il caso di Catania dimostra, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la via
giudiziaria alla scelta non è percorribile, cosi’ come invece avevano voluto
far credere coloro che approvarono questa legge sbagliata sulla procreazione
assistita", è stato il commento di Emma Bonino. Ricordando che i
radicali stanno raccogliendo in tutta Italia le firme per indire un referendum
abrogativo della legge 40, l’europarlamentare radicale ha detto che "siamo in
una situazione in cui l’indignazione di molti partiti della sinistra è rimasta
solo un’indignazione e alla proposta di fare una cosa concreta come la raccolta
di firme per il referendum ci è stato risposto, ci vuole ben altro…". "Sono
trent’anni che mi sento fare questa proposta di ‘benaltrismo’". "Su questa legge
in particolare ci fu detto si poteva ricorrere alla magistratura, almeno per
superare i punti più scandalosi di questa legge, compreso appunto quello della
proibizione di diagnosi pre-impianto: come si è letto su tutti i giornali di
oggi la coppia che è ricorsa alla magistratura a Catania si è vista negare dal
magistrato la possibilità di diagnosi pre-impianto e quindi è obbligata o a
rinunciare alla procreazione assistita, o a impiantare ovuli magari malati salvo
abortire successivamente". "La vicenda di Silvia e di suo marito deve far
riflettere".
Su Repubblica interviene Miriam Mafai, "Una legge ideologica,
iniqua e crudele cosi’ è violata la dignità della donna". "Una legge
"crudele", cosi’ l’avevamo definita a suo tempo. La sentenza di Catania non fa,
dopotutto che applicarla, e rivelarne in questo modo tutta la crudeltà. Vengono
violate la libertà e la dignità della donna, avevamo detto e scritto. E la
sentenza di Catania lo conferma. Sempre ieri, mentre giungeva notizia di questa
sentenza, si svolgeva a Roma un incontro nazionale, promosso dal Comitato "no
alla legge 40", al quale partecipavano organizzazioni di pazienti, scienziati,
bioeticisti, giuristi, parlamentari, sociologi impegnati a denunciare l’iniquità
della legge e definire un’azione comune per cancellarla. Le possibili strade
sono almeno due: il ricorso alla Corte Costituzionale, già promosso da un
gruppo di giuriste, e la raccolta delle firme per un referendum abrogativo, già
promossa dai radicali. La sentenza di Catania cancella ogni velo di ipocrisia
che finora circondava la legge, l’affermazione di alcuni parlamentari che
offrivano a chi protestava contro la legge la furbesca via d’uscita della sua
impraticabilità. No, la legge è applicabile. E’ già applicata. [ ] Una legge
ideologica, una legge crudele, offensiva per le donne, per la libertà dei
cittadini e della ricerca scientifica: e dunque, perchè nessuno dei grandi
partiti impegnati nella campagna elettorale per le Europee finora ne ha parlato?
A che è dovuta la timidezza o la prudenza di tanti candidati e candidate, anche
tra quanti si presentano nello schieramento di centrosinistra? Nel corso del
dibattito parlamentare l’Ulivo non è stato capace di raggiungere una linea
condivisa. E, finora, l’unica voce che si è alzata, con forza, contro la legge
è quella della radicale Emma Bonino. Sarebbe un fatto positivo se il drammatico
caso di cronaca di Catania sollecitasse altri uomini e donne, anche del
centrosinistra, a prendere una posizion


Commento all'articolo