Le toghe in rivolta delegittimano il ministro. Castelli:
Riesplode la polemica.
Alcuni magistrati non riconoscono il Guardasigilli come interlocutore: assemblee
in diversi tribunali
LA RIFORMA dell’ordinamento
giudiziario ripropone la «rivolta» dei magistrati. Che si scagliano nuovamente
in maniera durissima contro il Guardasigilli Castelli. Al punto da ritenerlo
ormai delegittimato. «Il ministro della Giustizia è un interlocutore
completamente delegittimato, dagli atteggiamenti supponenti e arroganti, e
affetto da una sorte di sindrome di narcisismo storico per cui vuole mettere il
suo nome su una legge. A parole e a fatti si è irriso della magistratura». Va
giù duro Fabio Roia, segretario nazionale di Unicost, rivolgendosi al
Guardasigilli Roberto Castelli durante l’assemblea dei magistrati milanesi. A
suo giudizio la riforma dell’ordinamento giudiziario «creerà macerie
giudiziarie».
Ma soprattutto l’iter del testo e la sua approvazione mostra che
«dell’efficienza del sistema giudiziario non interessa a nessuno. Quella
approvata alla Camera – ha aggiunto Roia – non è una riforma della giustizia,
ma della magistratura contro la magistratura. Ma fino a quando questa legge non
sarà promulgata – ha esortato il magistrato – dobbiamo continuare a portare
avanti la nostra posizione ricordando inoltre che la riforma presenta numerosi
profili di incostituzionalità».
Detto questo il segretario nazionale di Unicost ha dovuto pero’ ammettere che
ormai la magistratura non ha piu «un interlocutore politico. Siamo ormai merce
di scambio».
Immediata la replica del ministro Castelli. «Ho deciso di non sporgere querele
perchè credo che la lotta politica si combatta con armi diverse da quelle
giudiziarie. Ma stavolta si è davvero passato il segno», dice il Guardasigilli.
«Il profluvio di insulti e contumelie che oggi alcuni magistrati hanno riversato
sul sottoscritto è davvero impressionante. Tra l’altro – aggiunge Castelli in
una nota – mi chiedo come possano permettersi di tranciare giudizi su quanto da
me affermato senza mai avermi parlato direttamente. In ogni caso, il modo di
pensare di questi signori lascia davvero esterrefatti e mi chiedo come possano
sentirsi sereni i cittadini che sono indagati o giudicati da persone che
utilizzano queste categorie di pensiero».
«Quanto all’accusa di essere un ministro delegittimato – conclude il
Guardasigilli – dico a questi signori che la legittimazione non viene certo da
loro, ma dal popolo che mi ha eletto e che ha dato alla Casa delle Libertà il
mandato di governare e di riformare una giustizia che non funziona».
«Le gravissime dichiarazioni fatte da alcuni magistrati sono sconcertanti e
denotano lo sprezzo che piccoli, ma agguerriti settori della magistratura hanno
nei confronti del potere legislativo», commenta il capogruppo di An in
commissione Giustizia alla Camera, Sergio Cola, attaccando le parole pronunciate
da alcuni leader delle toghe durante le assemblee organizzate dall’Anm negli
uffici giudiziari per protestare contro il progetto di riforma dell’ordinamento
giudiziario.
«Quanto hanno sostenuto contro il Parlamento e il ministro della Giustizia –
continua Cola – è l’espressione più evidente che alcuni magistrati ritengono
di dover condizionare la politica e le due Camere. Una vera e propria continua
ingerenza, con cui ci si assume una grave irresponsabilità».
Fronte caldo anche a Roma. Un’ora di sospensione delle udienze e assemblee dei
magistrati romani, prima al tribunale civile poi in Cassazione e infine
nell’aula magna della Corte d’appello, ieri nell’ambito delle iniziative di
protesta contro il disegno di legge di riforma dell’ordinamento giudiziario.
Presente anche il presidente dell’Anm, Edmondo Bruti Liberati. «Ci auguriamo –
ha detto Bruti Liberati – che il Parlamento voglia ripensare la questione. Se ci
sarà la riapertura del confronto, noi saremo pronti con le nostre proposte. La
nostra è una ferma protesta senza timore di dire quello che non ci va bene, e
con il rilancio delle nostre proposte nei confronti di un testo con evidenti
incostituzionalità secondo diversi profili».
GIANNI DI CAPUA – Il Tempo


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