Giustizia, i dubbi di Ciampi potrebbe non firmare la riforma
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di MASSIMO GIANNINI
Un altro
sciopero dei magistrati per il Quirinale sarebbe intollerabile. Ma l’ultima
riforma Castelli sull’ordinamento giudiziario rischia di fare la stessa fine
della prima riforma Gasparri sul sistema radiotelevisivo. Bocciata dal
presidente della Repubblica per manifesta incostituzionalità. Rinviata alle
Camere, senza la firma che ne integra la promulgazione: quella di Carlo Azeglio
Ciampi.
In queste ore il Capo dello Stato vive, come tutti gli italiani, l’angoscia
profonda per la sorte delle due Simone rapite a Bagdad. Continua a lanciare
appelli accorati per la loro liberazione. Continua a chiedere un impegno comune,
di tutta l’Europa, per sostenere l’Onu e il ripristino di una strategia
multilaterale che consenta una via d’uscita dall’inferno iracheno.
Ma Ciampi segue anche con attenzione e apprensione crescente il destino delle
riforme. Su quelle istituzionali ha già lanciato un monito chiaro, la settimana
scorsa. Sulla riforma dell’ordinamento giudiziario non si è ancora espresso con
altrettanta nettezza. Ma il dossier è sulla sua scrivania. Ed è un dossier
voluminoso. Pieno di perplessità politiche e di dubbi costituzionali. Con ogni
probabilità, se dovesse controfirmare oggi quel testo, cosi’ come sta
transitando al Senato, le ragioni per respingerlo prevarrebbero di gran lunga su
quelle che lo indurrebbero a un via libera.
La nuova legge che riscrive le regole della giustizia italiana è all’esame di
Palazzo Madama. Cambia il sistema delle carriere e dei concorsi dei magistrati,
con tanto di test di idoneità psicoattitudinale. Modifica lo status dei
pubblici ministeri. Ridefinisce la formulazione degli illeciti disciplinari.
Altera il rapporto tra il Csm e il ministro della Giustizia. Per questo, ha
aperto una frattura insanabile tra la politica e la magistratura, come
confermano i giudizi inappellabili arrivati in questi ultimi due giorni dal
congresso dell’Anm di Napoli.
Ha spaccato
radicalmente i due Poli. Ma ha anche creato l’ennesima crepa nella Casa delle
libertà. In Commissione sono stati presentati ben 500 emendamenti al testo.
Quasi tutti dell’opposizione, tranne una quindicina, che sono dell’Udc e che
marciano in netta controtendenza rispetto alle norme sostenute da Forza Italia,
Lega e An.
La dialettica politica, per quanto aspra, non alimenta i timori del Colle.
Quello che invece desta molta inquietudine è l’effetto complessivo che la
riforma produce sugli assetti costituzionali e sull’equilibrio tra i poteri
dello Stato. Su questo, il dossier di Ciampi abbonda di punti critici.
Il presidente, finora, ha enunciato una sola convinzione pubblica, che tuttavia
indica il suo altissimo livello di attenzione sul tema: "Quella dell’ordinamento
giudiziario è una riforma di rilievo costituzionale". Una riforma, cioè,
destinata ad "avere riflessi sui diritti fondamentali dei cittadini", ma anche
ad incidere "sull’equilibrio tra i poteri dello Stato" definito dai costituenti
con la Carta del 1948.
Già da questa premessa, dal punto di vista del Quirinale, discende un primo
dubbio di metodo. E’ possibile introdurre nell’ordinamento giuridico una riforma
"di rilievo costituzionale" con una semplice legge ordinaria, cioè al di fuori
delle regole dettate dall’articolo 138 per disciplinare rigidamente tutte le
forme di revisione costituzionale? La risposta, al momento, non c’è. Ma i dubbi
sono tanti. Superiori alle certezze.
Se poi dal metodo si passa al merito, le incertezze si moltiplicano. Sul Colle
non possono passare inosservate le sirene d’allarme suonate dal Csm. A Ciampi,
che dell’organo di autogoverno della magistratura è presidente, è arrivato il
lungo parere scritto a Palazzo dei Marescialli, con il quale si indicano almeno
otto vizi di illegittimità costituzionale contenuti nel provvedimento all’esame
del Senato.
Ma sul Colle non sono passate inosservate nemmeno le innumerevoli iniziative e
la vastissima letteratura che già si è prodotta, tra i giuristi, sulla riforma
Castelli.
Andrea Manzella, uno dei più vicini ed ascoltati da Ciampi, ha già detto
chiaro cio’ che pensa: "L’intero impianto della riforma tradisce i principi, le
garanzie e i valori indicati dai costituenti come paletti dell’ordinamento
giudiziario".
E ben 73 costituzionalisti, tra i più prestigiosi d’Italia, hanno già
sottoscritto un appello, trasmesso a Palazzo Madama, nel quale si segnalano
tutti i punti di palese illegittimità del testo. Si sottolinea "l’interesse
primario dei cittadini ad avere una magistratura autonoma e indipendente", e si
denuncia al contrario l’intenzione della riforma a creare "una magistratura
fortemente burocratizzata" e sottoposta alle ingerenze politiche.
Pescando tra i firmatari dell’appello si trova di tutto e di più. Sergio
Bartole, presidente dell’Associazione italiana dei costituzionalisti e docente
all’Università di Trieste: "L’obiettivo della riforma è contenere i poteri
decisionali del Csm sulla carriera dei magistrati… L’indebolimento del Csm
gioca a vantaggio del ministro, cui si consente ancora di reclutare tra i
magistrati personale direttivo degli uffici del suo dicastero, favorendo anzi la
carriera di quanti torneranno all’esercizio delle funzioni giudiziarie al
momento della distribuzione degli uffici direttivi. Con buona pace della
separazione dei poteri".
Gaetano Silvestri, costituzionalista dell’Università di Messina: "Non siamo in
presenza soltanto di singole norme illegittime, ma di un ‘esprit’ dell’intera
legge pericolosamente eversivo rispetto alla Costituzione e ai suoi valori
fondamentali… Con le nuove norme si accentua la struttura piramidale
dell’ordine giudiziario, in controtendenza rispetto al principio-cardine
contenuto nell’articolo 107".
Roberto Romboli, dell’Università di Pisa: "Il progetto governativo segna un
momento di frattura visto che si muove in senso spesso opposto a quello indicato
dai principi costituzionali. Si pensi ad esempio al rapporto tra Csm e ministro
della Giustizia, al sistema dei concorsi, alle modifiche allo status dei pm".
Mario Dogliani, ordinario all’Università di Torino: "La disciplina delle
carriere, della formazione e del controllo disciplinare contenuta nel disegno di
legge del governo rappresentano un radicale sviamento dall’alveo costituzionale:
cosi’ non solo si nega in radice il disegno dei costituenti, ma si svilisce e si
delegittima la giurisdizione".
Questi rilievi sono in bella evidenza, nel dossier che gli uffici del Quirinale
hanno predisposto per Ciampi. Il Capo dello Stato ne ha parlato a più riprese
con Virginio Rognoni. Il risultato dei colloqui è che il vicepresidente del Csm,
proprio la settimana scorsa, in un convegno a Courmayeur è tornato ad affondare
il colpo sugli effetti distorsivi ed eversivi della riforma.
Come dire: come già accadde per la Gasparri, il Quirinale comincia a lanciare
segnali precisi. E chi vuole capire, capisca.
Tra questi, evidentemente, non c’è Castelli. Giusto mercoledi’ scorso, in una
rutilante intervista al "Sole 24 Ore", il ministro ha rilanciato la sfida al
Colle: "Ormai i giochi sono fatti: la riforma è blindata, e la blindatura per
la Lega è irrinunciabile". In altre parole: il testo non si tocca. Se questa
linea dura sarà fatta propria dall’intera Cdl, è molto probabile che il
governo Berlusconi, per la seconda volta nella legislatura, andrà a sbattere
contro le mura del Quirinale.
Fonte: Repubblica


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