Giro di vite sulle mini-controversie. La manovra innalza in maniera drastica il costo fiscale dei processi per le cause di minor valore

E’ la stagione
dei diminutivi e quella sul processo non sarà forse una stangata epocale, ma
una stangatina è indubbia. Le misure sul fronte della giustizia, contenute nel
disegno di legge finanziaria approvato dal Consiglio dei ministri di mercoledi’,
determineranno un aumento dei costi fiscali delle cause con percentuali che
varieranno dal 13% al 22 per cento. L’obiettivo è quello di un recupero di
gettito che il ministero stima in circa 66 milioni di euro all’anno con un
aumento di circa il 23% rispetto a quanto era stato incassato in precedenza. In
sostanza si dovrebbe passare da 287 a 354 milioni. Non sarà quel ticket
sull’accesso alla giurisdizione che il ministro Roberto Castelli aveva tempo fa
ventilato, ma ci siamo molto vicini. Anche perchè l’aumento degli importi che
andranno versati a titolo di contributo unificato è accompagnato da una
ridefinzione degli scaglioni in cui erano stati incasellati i processi a partire
dal 2002, quando il tributo fece il suo tormentato debutto. Il confronto
riportato nella tabella pubblicata a fianco, che simula i costi del procedimento
attraverso i tre gradi di giurisdizione, dà un’idea dell’incremento dei costi.
Il totale, e la conseguente variazione, si riferisce al caso di un procedimento
nel quale la parte perde in tutti i gradi di giudizio e non tiene conto
dell’eventuale decisione del giudice sulla destinazione delle spese (di norma è
la parte sconfitta a pagarle anche per quella vincente, e in questi casi il
costo raddoppierebbe, ma in molte circostanze è stabilita una compensazione).
Due le voci di spesa che incidono in maniera determinante, ma in proporzione
diversa: il contributo unificato e l’anticipazione dei diritti, delle indennità
di trasferta e dei costi della spedizione. Anche questa voce infatti subirà un
aggiornamento che comporterà un innalzamento dei costi. L’effetto della
tenaglia fiscale sul costo del processo sarà quello di andare a colpire in
maniera maggiore le controversie di valore meno elevato. A essere cancellata,
nel disegno di legge, è infatti l’esenzione di cui ancora beneficiano le cause
con un valore stimato al di sotto dei 1.100 euro. Per questi procedimenti
l’accesso alla giurisdizione è stato finora a costo zero (solo un piccolo
contributo per i diritti di 2,46 euro), mentre, dal momento di entrata in vigore
della Finanziaria per il 2005, scatterà un contributo di 30 euro fissi per
grado di giudizio, accompagnato a un’anticipazione dei diritti più consistente
(8 euro). Non vanno meglio le cose per i processi di valore tra 1.100 e 5.200
euro. Per questi procedimenti, infatti, il costo complessivo al termine del
giudizio di Cassazione salirà in media del 21%. Ma è in media attorno a questa
percentuale che si attesterà l’aumento dei costi, visto che nei tre scaglioni
finali, quelli relativi ai processi di importo più elevato (da 26.000 a 520.000
euro), l’incremento va dal 22 al 19 per cento. Dal punto di vista del gettito,
la classe più redditizia dovrebbe rivelarsi, stando alle prime stime del
ministero dell’Economia, quella compresa tra 52.000 e 260.000 euro. Insomma i
cittadini si troveranno fare i conti anche con la variabile del costo fiscale,
oltre che con le parcelle degli avvocati. La penalizzazione del
micro-contenzioso sembra andare proprio nella direzione di scoraggiare, o almeno
di fare riflettere, sul ricorso al giudice per fare valere le proprie ragioni.
Dal complesso dell’intervento pero’ arrivano segnali contraddittori. L’obiettivo
dichiarato è quello di ripianare i debiti accumulati sul fronte delle spese di
giustizia (con un accento particolare per i costi delle intercettazioni che sono
da tempo fuori controllo), che al ministero stimano in circa 345 milioni di
euro, e di garantire il funzionamento degli uffici giudiziari. Una testimonianza
delle difficoltà a fare quadrare i conti e assicurare un servizio meno precario
e avventuroso. In questa direzione vanno anche le misure per procedere alla
dismissione dei veicoli sequestrati o confiscati, che da tempo il ministero è
costretto a custodire con costi crescenti. Più contraddittorie le misure sul
fronte dei giudici di pace. Viene stabilito un tetto all’indennità di valore
assai elevato: 7.700 euro al mese, che rappresentano uno stipendio che molti
giudici togati neppure avvicinano. Come pure qualche perplessità, in un’ottica
un po’ meno angusta di riforma del processo civile, suscita la scelta di
cancellare l’esenzione per le conciliazioni davanti ai giudici di pace. Una
decisione che forse comporterà qualche incremento di gettito, ma il pericolo è
quello di un effetto boomerang capace di vanificare i passi avanti fatti finora.


ANDREA
MARIA CANDIDI GIOVANNI NEGRI

 

Fonte, Il Sole 24
Ore


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