Solo una sessione parlamentare può ridare “fiato” alla giustizia. Di Michelina Grillo

di Michelina Grillo  – Presidente Organismo Unitario
dell’Avvocatura Italiana

Il sistema Giustizia attende
da decenni interventi realmente solutori delle sue non più tollerabili
disfunzioni. Ogni iniziativa riformatrice, peraltro, lungi dal produrre gli
effetti benefici sempre postulati, si è caratterizzata per la progressiva
attribuzione di sempre più rilevanti ambiti di giurisdizione a magistratura non
professionale, ovvero, cosa ancora più grave, ad autorità amministrative
estranee al circuito della giurisdizione. Si è incentivato, anche in
provvedimenti recenti, il massiccio ricorso a sistemi alternativi di
conciliazione con una logica meramente deflativa. Sono stati perseguiti in via
prioritaria obiettivi puramente quantitativi di ricerca dell’efficienza, spesso
senza alcuna attenzione al bilanciamento con le garanzie sostanziali e
processuali. Un  tal procedere ha determinato la compressione e svalutazione del
diritto alla difesa e del ruolo del difensore, garante della certezza dei
diritti, sia nel processo che al di fuori di esso. Spesso cio’ è avvenuto, o si
voleva avvenisse, in nome di aperture al mercato ed alla concorrenza agitate
come vessillo in favore del cittadino, ma che in realtà lo penalizzano, in
settori ove è più rilevante e significativa l’asimmetria informativa e quindi
professionalità, competenza ed indipendenza, garantite dagli Albi, sono valori
non certamente neutri e trascurabili. L’avvocatura, pur quotidianamente
mortificata nel proprio ruolo e nella propria funzione ed oggetto di persistente
disinformazione se non addirittura di dileggio e di discredito, ha ripetutamente
chiesto di intervenire nei percorsi riformatori non già per interessi
corporativi, ma per ristabilire nei rapporti economici e sociali il rispetto del
principio di legalità. Si è resa portavoce, il più delle volte inascoltata,
della necessità di avviare con chiarezza di obiettivi e trasparenza di metodo,
una approfondita riflessione culturale sulle cause della persistente crisi della
giustizia, tesa ad individuare, in uno sforzo corale ed al di sopra di interessi
di parte, un modello condiviso di giurisdizione e linee di intervento che siano
efficace risposta alle esigenze della moderna società, che non puo’ non vedere
nella ritrovata competitività del sistema la chiave di volta per ripristinare
una corretta attuazione dei diritti e nel contempo agevolare e sorreggere un
armonico e corretto sviluppo economico e sociale. Desta sconcerto riscontrare
ancora oggi l’assenza di un percorso riformatore sistematico ed il persistente
utilizzo della giustizia quale terreno di scontro, ove il dibattito si arena,
frenato da esercizi dialettici sterili ed improduttivi tra forze politiche, tra
poteri dello Stato, tra operatori, con totale oblio del prioritario interesse
del Paese a vedere garantito un sistema funzionale e rispettoso dei principi,
anche costituzionali, che lo sorreggono, nel più ampio quadro del contesto
europeo e della partecipazione alla costruzione di uno spazio comune di libertà,
sicurezza e giustizia.  In assenza di chiara consapevolezza sul modello di
amministrazione della giustizia che si intende realizzare, e sul ruolo
costruttivo e di stimolo che in tale costruzione deve essere giocato dai
soggetti della giurisdizione ” e tra essi dagli avvocati ” pare perdersi di
vista anche la individuazione delle priorità di azione, nella desolante
constatazione che ogni intervento scoordinato, anche ove ben calibrato, non puo’
dispiegare appieno i propri effetti per la complessiva inadeguatezza del
contesto. E cosi’ ogni giorno di più la situazione si aggrava: il debito
pubblico giudiziario si accresce, malgrado si tenti di acclarare, pur in difetto
di dati certi ed opportunamente disaggregati, una controtendenza in atto; i
cittadini continuano a non disporre di una giustizia celere, moderna, garantita,
gestita da magistrati terzi, imparziali, adeguatamente e costantemente formati;
sempre maggiori quote di conflitto vengono affidate ad una magistratura onoraria
in perenne attesa di organico riassetto; ipotesi di percorsi stragiudiziali e
conciliativi avanzano quotidianamente con riferimento ad ogni settore del
diritto, in una parossistica fuga dalla giurisdizione; le risorse destinate al
settore si assottigliano progressivamente, in assenza di verifica sul gettito
che lo Stato trae dal servizio. In questo quadro diffusa è la convinzione, che
recenti e ciclici interventi sulla stampa attestano con chiarezza, che la lobby
parlamentare facente capo all’avvocatura sia assai forte ed influente, ed agisca
consapevolmente ed in nome di una pretesa quanto insussistente logica di
appartenenza, per la realizzazione di fini propri della classe forense,
preoccupata di salvaguardare i propri privilegi, ed in cio’ pregiudizialmente
ostile ad ogni fenomeno di ammodernamento, anche soprattutto con riferimento
alle professioni ed all’ordinamento forense. Va sottolineato, per contro ed al
di là dei ricorrenti attacchi che l’avvocatura sempre più subisce, oggi in
particolare da parte delle authorities, che una tale prospettazione è
assai lontana dal vero. La questione, cosi’ strumentalmente impostata, è
certamente mal posta. La carta costituzionale, il cui rispetto è interesse
primario dell’avvocatura, in più punti contiene affermazioni utili a definire
la funzione dell’avvocato.Proprio il ruolo ivi delineato di garante dei diritti,
di custode del principio di legalità e di soggetto della giurisdizione, cui non
possono essere indifferenti norme e tutele, fa si’ che l’avvocato possa e debba
svolgere un’attività latu sensu politica, tendente, nel rispetto dei
poteri e del loro equilibrio, a verificare che la costruzione e lo sviluppo
degli impianti normativi sostanziali e dei sistemi processuali e, più in
genere, di definizione dei conflitti, avvenga nel rispetto del dettato
costituzionale e di tutti i principi ed i valori che esso esprime o cui
sottende. Sta qui la differenza, il reale motivo per cui l’avvocatura non è e
non sarà mai una lobby nel senso abitualmente attribuito al termine: l’azione
dell’avvocatura non è mai azione corporativa, tesa alla tutela categoriale
(anche se, a dire il vero, nulla in cio’ vi è o vi sarebbe di commendevole) ma
svolta a favore dei cittadini e della società. Cio’ è tanto vero che nella
presente legislatura, ma la realtà è tale da molto tempo anteriore, non si
sono registrati provvedimenti tesi a favorire l’ammodernamento del comparto
professionale ” ancorchè punto qualificante del programma dell’attuale
maggioranza, ed agitati anche dall’opposizione ” nè tesi a supportare, anche
economicamente, un percorso di riqualificazione e formazione, anche permanente,
che l’avvocatura ha già da qualche anno, ed in piena autonomia, avviato. Non si
sono avuti provvedimenti che abbiano introdotto agevolazioni fiscali per gli
studi professionali che, evidentemente,vengono assimilati alle imprese solo
quando lo si ritiene utile. Molte sono state le battaglie che l’avvocatura ha
dovuto intraprendere per difendere l’autonomia e gli equilibri del sistema
previdenziale, per garantire alla categoria quella sicurezza sociale che è
condizione essenziale per una piena realizzazione dei requisiti preziosi di
autonomia ed indipendenza che sono patrimonio anche della classe forense. Forte,
ma allo stato completamente solitaria ed incompresa, la battaglia per
rivendicare in capo ad un professionista serio, preparato ed eticamente
irreprensibile, l’attività di consulenza nel delicatissimo settore dei diritti
e della loro tutela, di talchè il ruolo e la funzione dell’avvocatura,
nell’interesse del cittadino, non sono tutelati neppure nell’ambito delle
procedure conciliative e di definizione alternativa delle controversie, ove la
difesa tecnica ha uno spazio del tutto marginale, quando non è inesistente o
specificatamente esclusa. In questo scorcio di legislatura, che vede ancora
irrisolti la più parte degli annosi problemi che affliggono il settore
giustizia, l’avvocatura italiana sente ancor più forte il dovere e la
responsabilità di intervenire e chiedere alla politica l’assunzione di precisi
impegni, per il conseguimento di alcuni importanti risultati, e tra essi la
riforma dell’ordinamento giudiziario, del processo civile e fallimentare, dei
codici penali. Chiede che si riparta da una riflessione approfondita sui diritti
e sulla loro tutela, per dar corso, finalmente, alle prospettate riforme
sostanziali e processuali con l’approvazione di interventi complessivi ed
armonici, e non già con l’usuale tecnica dell’intervento tampone, con quella
provvisorietà che oramai siamo adusi a considerare perenne. Chiede che tutte le
forze politiche, di governo e di opposizione, riconoscano sottoscrivendo un
chiaro ordine del giorno in tal senso la priorità nel Paese della questione
giustizia, con l’impegno ad investirvi le necessarie risorse, determinando la
calendarizzazione di quella seduta straordinaria parlamentare a riguardo che,
pur promessa, è rimasta sino ad oggi un miraggio. Occorre un cambiamento
radicale di impostazione nella politica giudiziaria, che ponga fine alla babele
nella quale ancora oggi ci si dibatte. E’ dunque un appello che gli avvocati
italiani, per i cittadini, rivolgono: recuperare principi, valori, etica, non
già per perorare sterili istanze corporative, ma per volare più alto 
riaffermando la cultura della legalità, i diritti della difesa, il rispetto dei
precetti costituzionali (e tra essi del giusto processo), l’importanza della
funzione giurisdizionale per la certezza del diritto e dei rapporti anche
economici, l’essenzialità di una rivalutazione forte, nel Paese, del ruolo dei
professionisti della conoscenza, vero motore dello sviluppo e della crescita
culturale. Il tutto con ogni necessario provvedimento, prima fra tutti la
riforma delle professioni.

Fonte: Guida al Diritto


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