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Giovanni Falcone, senza dubbio "il magistrato
più capace e famoso d’Italia" fu oggetto di un "infame linciaggio" anche da
parte di ambienti politici ed istituzionali, e questo "fini’ con il giovare
all’associazione mafiosa". Nella lunga motivazione della sentenza con la
quale la Cassazione conferma la paternità di Cosa Nostra nell’attentato
dell’Addaura, località del palermitano nella quale si trovava la villa di
Giovanni Falcone, numerose sono le pagine dedicate alla figura ed all’opera
del grande magistrato. La Seconda Sezione Penale – la stessa che ha emesso
la sentenza Andreotti – ha infatti ricordato che il fallito attentato che
anticipo’ di tre anni la strage di Capaci non fu opera dei servizi segreti
ma di Cosa Nostra, che aveva tutto l’interesse non tanto ad intimidire
quanto ad eliminare fisicamente quello che era considerato il suo maggior
nemico. E a tale proposito la Suprema Corte non usa mezzi termini,
sostenendo che l’effettiva finalità dell’attentato era quella di
"intimidire i Giudice Falcone al fine di normalizzare la lotta alla mafia e
far spegnere i riflettori della stampa sul magistrato più capace e famoso
d’Italia, divenuto, suo malgrado, oggetto di strumentalizzazioni da parte
della partitocrazia e di non trasparenti interessi politico- economici", e
sottolineando "il dato sconcertante costituito dalla circostanza che
autorevoli personaggi pubblici, investiti di alte cariche e di elevate
responsabilità, si siano lasciati andare, in una vicenda che, per la sua
eccezionale gravità, imponeva la massima cautela, a cosi’ imprudenti
dichiarazioni le quali hanno finito per contribuire, sia pure
indirettamente, a fornire, unitamente alla ridda di ipotesi anche
fantasiose, più o meno artatamente divulgate, lo spunto ai molteplici
nemici e detrattori del Giudice di inventare la tesi, delegittimante, del
falso o simulato attentato, avendo i vertici di Cosa Nostra addirittura
impartito l’ordine agli uomini dell’organizzazione di divulgare la falsa e
calunniosa notizia che l’attentato se l’era fatto lui stesso". Allo stesso
modo, prosegue la sentenza "non vi è dubbio che Giovanni Falcone fu
sottoposto a infame linciaggio, prolungato nel tempo, proveniente da più
parti, gravemente oltraggioso nei termini, nei modi e nelle forme, diretto a
stroncare per sempre, con vili e spregevoli accuse la reputazione e il
decoro professionale del valoroso magistrato", e che "Giovanni Falcone,
certamente il più capace e famoso magistrato italiano, fu oggetto di
torbidi giochi di potere, di strumentalizzazioni ad opera della
partitocrazia, di meschini sentimenti, di invidia e di gelosia, (anche
all’interno delle stesse istituzioni), tendenti ad impedire che egli
assumesse quei prestigiosi incarichi i quali, dovevano, invece, a lui per
essere conferiti sia per essere egli il più meritevole sia perchè il
superiore interesse generale imponeva che il crimine organizzato fosse
contrastato da chi si era indiscutibilmente dimostrato il più bravo e il
più preparato e che offriva le maggiori garanzie, anche di assoluta
indipendenza e di coraggio, nel contrastare, con efficienza ed in
profondità, l’associazione criminale". La Corte di Cassazione ha infine
ricordato le "caratteristiche ineguagliabili del magistrato", consistenti
nella "incorruttibilità, perseveranza, efficienza e crescente prestigio
personale", "una serie di qualità personali che avevano reso Giovanni
Falcone un nemico letale di Cosa Nostra trasformandolo in un bersaglio da
colpire ad ogni costo".
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