Avvocati, identità da tutelare. di Guido Alpa -; Presidente del Consiglio Nazionale Forense
di
Guido Alpa ” Presidente del Consiglio Nazionale Forense
Due giorni per discutere
degli Ordini forensi e della disciplina della perofessione. Questo il tema del
Convegno nazionale degli Ordini forensi in programma a Bari dal 19 al 20
novembre alla Fiera del Levante.
I fantasiosi ritratti di Arcimboldo, le impertinenti figure in parrucca di
Hogarth, le grottesche maschere di Daumier, i comportamenti truffaldini
dell’Azzeccagarbugli, le gag di Alberto Sordi in Pretura riflettono,
nell’immaginazione di molti, ma anche nella corrente convinzione, spesso
irriflessa, dei più il modo di rappresentare e di rappresentarsi chi svolge la
professione di avvocato. Una letteratura e un’iconografia che ritroviamo
ovunque, nei suoi toni divertenti, talvolta nei suoi accenti biliosi, altra
volta ancora nelle sue posizioni perplesse . Negli Stati Uniti si sono
addirittura istituiti corsi di "Law and Literature" per formare gli studenti
della "School of Law" a ritrovare nella cultura generale le rappresentazioni
degli avvocati, del loro lavoro, del loro modo di pensare e agire. Ma è da
quegli stessi ambienti che provengono le migliaia di battute, barzellette,
racconti ironici che riguardano questa categoria. E’ un modo per esorcizzare le
paure di chi, di fronte alla tecnica difensiva, di fronte a chi usa le parole
(oltre che l’ingegno) per fabbricare la propria identità, il proprio ruolo, il
proprio lavoro, appare più forte e quindi prevalente; dalla prevalenza alla
prevaricazione il passo è breve.
Si puo’ essere indotti a
credere che l’avvocato, in quanto giurista, non abbia ancora perso quell’aura di
magia o stregoneria che nella notte dei tempi pervadeva chi dettava o chi
applicava le regole (religiose, sociali, morali e finalmente giuridiche). C’è
anche il pendent a questo filone inarrestabile, ma è meno noto e meno gustoso.
La rassegna dei santi, a cominciare da Ivone di Chartres per finire a Contardo
Ferrini, la rassegna dei eroi, di quanti (e non sono pochi) hanno pagato con la
vita la fedeltà ai principi che regolano da secoli questa antica professione:
la ricerca della verità, la difesa del cliente, la collaborazione alla
giustizia degli uomini.
Citando gli avvocati che
si erano immolati nella Rivoluzione napoletana che aveva fatto seguito alla
Rivoluzione francese, nella corte d’onore del Palazzo Reale di Napoli, ai
colleghi dell’Associazione internazionale dei giovani avvocati, avevo detto, con
orgoglio e senza enfasi retorica, che anche noi abbiamo i nostri santi e i
nostri eroi. Esempi luminosi, modelli di vita e sapienza, che il fluire
meccanico della vita quotidiana finisce per coprire con il manto dell’oblio.
Alcuni anni fa, nella visita concessa da Giovanni Paolo II al Consiglio
nazionale forense, avevamo menzionato al Santo Padre il detto medievale "Juristen
boese Christen". E la sua riposta fu pronta: «Non dimenticate che lo stesso
Paraclito è raffigurato come u n avvocato, e Maria è l’"advocata nostra"».
Il ruolo dell’avvocato nella difesa dei diritti è dunque il contraltare al
filone denigratorio che continua ad alimentare i pregiudizi. Ma i pregiudizi
sono duri a morire. E quando gli avvocati parlano di sè, discutono le regole
della propria professione, partecipano alla redazione di modelli normativi
riguardanti il lavoro intellettuale autonomo, avvertono nell’interlocutore un
atteggiamento di difesa e sospetto. Oggi convivono cosi’ diverse concezioni
dell’avvocato: il "principe del foro" che con il suo sapere e la sua competenza
vince le cause, persuadendo il giudice della bontà del suo dire, il "mercante
dei diritti" che traduce in norme le spietate regole del mercato, il
"funzionario pubblico" a cui si assegnano compiti di polizia giudiziaria nella
lotta contro il terrorismo e il riciclaggio. Mentre si perde la sostanza che
riguarda la diuturna applicazione nell’interpretazione e attuazione della legge,
nella formazione e nell’aggiornamento culturale e tecnico, nel dialettico
confronto con il collega avversario, per far progredire il diritto e i diritti.
Dalla fine dell’Ottocento a oggi i cardini della professione non sono cambiati,
perchè costituiscono l’ossatura, la stessa ragion d’essere della professione
forense: l’indipendenza e l’autonomia, la competenza, la correttezza
deontologica. La tradizione, che è composta dalla trasmissione del sapere,
dalle credenze condivise, dal lavoro quotidiano nei rapporti con il cliente, con
il collega, con il giudice, non è segno di vetustà e neppure di arroccata
difesa di privilegi, immunità, interessi corporativi. E il progresso non è
necessariamente collegato con il cambiamento radicale. Progresso, in questa
prospettiva, significa piuttosto adattamento delle antiche e nobili regole alle
esigenze di una società moderna e in rapida evoluzione: ma in nessun caso
progresso puo’ significare il travolgimento della personalità della
professione, con la creazione di società con soci di puro capitale, che
orientano con le loro decisioni l’organizzazione dello studio, la scelta dei
clienti, la difesa dei clienti; non puo’ significare che lo studio si deve
attrezzare come se fosse la catena di montaggio di un’impresa che fabbrica beni
o produce servizi; non puo’ significare mettere il professionista alla mercè
della pubblicità commerciale (che è diversa dalla pubblicità informativa);
non puo’ significare obbligare l’avvocato normale, che nella sua piccola
struttura si avvale degli strumenti più semplici, ad adottare sofisticate
tecnologie. Insomma, progresso ” nel nostro caso ” significa graduale
adattamento, senza traumi, rivoluzioni, indebite pressioni, inesigibili
adempimenti. Questa nobile e antica categoria vive della sua quotidianità, con
il riferimento agli Ordini per osservare le regole della deontologia e alle
Associazioni per rivendicare i propri diritti e proteggere i propri interessi.
Nel suo insieme è una categoria che non puo’ essere estranea alla politica del
diritto: ecco perchè il Cnf, oltre ai pareri istituzionalmente richiesti da
Governo e Parlamento, collabora ai progetti che intendono aggiornare le regole
interne, e riorganizzare la preparazione universitaria, le scuole professionali,
il tirocinio, l’ingresso dei giovani nella professione, l’aggiornamento
culturale di chi già la esercita, gli spazi professionali che si aprono nei
nuovi mercati. Ecco perchè gli avvocati, insieme con Ordini e Associazioni,
avvertono l’esigenza di discutere del nuovo volto della professione forense nel
convegno organizzato a Bari nei giorni 19-20 novembre. Dobbiamo riflettere su
"cosa siamo" e su "dove andiamo". La meta sarà individuata insieme, con spirito
collaborativo e realistico, agli Ordini e alle Associazioni, ai rappresentati
della politica e delle istituzioni. Il dialogo, franco e fattivo, è il sale
della democrazia, ma è anche la garanzia che al nostro lavoro sia riconosciuta
quella dignità e quella rilevanza che gli competono in ogni società civile,
antica o moderna che sia.


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