Avvocati in sovrannumero? In Iatalia sono 150.000
di MASSIMO MARTINELLI
NAPOLI – Sono troppi e non
preparati. Soprattutto sono disarmati davanti ai colleghi europei, che arrivano
in Italia con studi legali da fantascienza. Gli avvocati penalisti si guardano
negli occhi, a Napoli, e capiscono che è il momento di darsi una regolata:
«Prima che ce la diano gli altri», sibila Ettore Randazzo, il presidente della
Camere penali italiane che da due anni e mezzo ha avviato un processo di
profondo rinnovamento della sua istituzione. E’ questo l’argomento del
congresso straordinario di Napoli, dove i numeri danno la misura
dell’emergenza: 150mila avvocati, tra penalisti e civilisti. E le università
che ne sfornano altri 15mila l’anno. E tutti devono spartirsi una torta sempre uguale,
perchè la litigiosità degli italiani è sostanzialmente la stessa; e molti ormai
rinunciano a cominciare processi perchè sanno che la sentenza, in ogni caso,
arriverà tardi, a distanza di decenni.
E’ un "outing"in
piena regola, quello delle toghe italiane; un’autocritica dai toni anche duri,
che non mancherà di suscitare reazioni e polemiche. Ne parla con il solito
piglio colorito Nicola Buccico, membro del Csm ed avvocato penalista:
«Ormai, per molti avvocati
più giovani fare questo lavoro è una questione di sopravvivenza». Come dire:
dove sono finiti gli ideali dei padri del diritto, dei principi del Foro? Per
trovare la risposta basta leggere la relazione della Camera penale di Roma,
incaricata di stendere una bozza di riforma per l’accesso alla professione e per
la specializzazione degli avvocati: gli ideali non ci sono più;
ormai quello dell’avvocato è
considerato un mestiere come gli altri. Una questione di "pagnotta"
più che di tutela delle garanzie dei cittadini.
E allora, intorno al tavolo
di Ettore Randazzo e davanti a una platea di penalisti di tutta Italia, si sono
seduti tecnici autorevoli e politici impegnati, per discutere il da farsi. C’è
Maria Grazia Siliquini, avvocato e sottosegretario all’Istruzione e all’Università,
che ha già rivoluzionato il
corso di laurea in Giurisprudenza e vuole introdurre le scuole
di specializzazione per gli avvocati. E c’è Ciro Riviezzo, il neopresidente
dell’Associazione magistrati che sembra in sintonia con i penalisti:
«Insieme, rappresentiamo il
ceto dei giuristi; dobbiamo avere una formazione comune e occorre individuare
un responsabile per la mancata formazione di avvocati e magistrati». E poi
Mario Papa, agguerrito presidente dei Giovani avvocati, che invoca una riforma
prima dell’estate, «perchè di questo problema si parla da anni, ma ogni volta
restano solo parole».
Ma stavolta il progetto c’è;
si tratta solo di trasformarlo in disegno di legge. E richiede la
partecipazione di altre istituzioni, in primo luogo delle università, che non
potranno continuare a sfornare giovani laureati convinti che se non riusciranno
a fare i notai, o i magistrati, tanto c’è sempre l’avvocatura. E poi c’è il problema
delle specializzazioni. Saranno cinque: Penale, Civile, Amministrativo, Lavoro
e Stragiudiziale. Per aggiungere la parolina sulla targa di ottone sulla porta,
si dovranno superare esami teorici e pratici; e questo sarà di garanzia anche
per i clienti, che capiranno al volo se quell’avvocato fa al caso, anzi alla causa,
loro.
Fonte: Il Messaggero


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