Riforma elettorale, bagarre in aula. Governo battuto
12 Ottobre –
Un’offesa al Parlamento e alle Istituzioni. Cosi’ il presidente della Camera
Pier Ferdinando Casini ha stigmatizzato, alla ripresa della seduta, la
battaglia di cartelli
tra maggioranza ed opposizione avvenuta in Aula, annunciando che, al termine
dell’esame della proposta di riforma elettorale, convocherà l’ufficio di
presidenza per i provvedimenti del caso. ”Gli episodi che hanno portato alla
decisione di sospendere la seduta – ha affermato Casini – si qualificano da soli
e offendono il Parlamento e le istituzioni. L’esibizione di un cartello alle
spalle del presidente della Camera non umilia il presidente della Camera ma
tutti voi. L’ufficio di presidenza discuterà di quanto accaduto al termine di
questa sessione sulle riforme elettorali”.
In aula, dai banchi dell’opposizione sono apparsi cartelli bianchi, rossi e
verdi con gli slogan ‘Ventesima legge vergogna. Perderete comunquè e ‘Ventesima
legge vergognà. Il deputato della Margherita Roberto Giachetti è riuscito a
posizionarsi con il suo cartello proprio alle spalle del presidente Casini che
ha cercato di far tornare la normalità in aula ma la situazione era ormai
precipitata nel tifo da stadio. La maggioranza non è stata colta di sorpresa.
Evidentemente, sapevano dell”agguato’: anche dai banchi del centrodestra sono
spuntati cartelli ed una scritta gigante ‘Siete patetici’. Casini ha annullato
la votazione sull’emendamento ed ha sospeso la seduta per 5 minuti. ”E’ un
problema di cattivo gusto”, ha detto.
Lo scontro si è riacceso poco più tardi quando l’aula, a voto palese nel primo
caso e successivamente a voto segreto, ha bocciato i due emendamenti
dell’opposizione e quello della maggioranza relativi alla presenza delle donne
nelle liste bloccate previste dalla riforma della legge elettorale, le
cosiddette ‘quote rose‘.
Casini si è trovato costretto a sospendere nuovamente la seduta. L’emendamento
sul quale la Cdl, come annunciato dal premier, aveva raggiunto l’accordo
prevedeva un rapporto minimo di due terzi e un terzo per la rappresentanza di
ciascun sesso e la possibilità di inserire nella lista fino a tre
rappresentanti consecutivi di un genere. Per i partiti che non avrebbero
rispettato la norma era prevista una sanzione pecuniaria ossia una riduzione del
rimborso per le spese elettorali del 10% per ogni violazione "in misura
direttamente proporzionale al numero delle violazioni fino a un massimo del
50%". Dalle elezioni del 2011, poi, i rappresentanti consecutivi di un sesso in
lista non avrebbero potuto essere più di due e le violazioni sarebbero state
punite con l’inammisibilità della lista. Gli emendamenti dell’Unione
prevedevano l’alternanza tra uomo e donna nella lista e il rapporto due terzi un
terzo tra i sessi accanto anche ad un’ipotesi più ampia che proponeva un
rapporto del 50% tra i due generi. In entrambi i casi era prevista
l’inamissibilità della lista come sanzione nel caso di mancato rispetto della
regola.
Il governo è stato battuto per 452 voti contro 140. ”Si è trattato di un
capolavoro di stupidità politica reso possibile da chi, ma se ne prende la
responsabilità, ha chiesto il voto segreto". Gianfranco Fini non usa mezzi
termini. Colpevoli ”i deputati del centrodestra che votando contro
l’emendamento proposto dalla commissione hanno fatto si’ che la sinistra
segnasse un punto a suo vantaggio". E accusa: "Diciamolo chiaramente, sono
mancati i voti di Forza Italia e Udc".
I lavori dell’aula sono ripresi con la votazione a scrutinio segreto su una
proposta di modifica del deputato di An Teodoro Buontempo che prevedeva il
ritorno delle preferenze a partire dalle elezioni del 2011. La maggioranza in
questo caso è tornata a votare senza franchi tiratori e, conformemente al
parere contrario espresso da relatore e governo, l’emendamento è stato
bocciato.
Scontro in aula anche questa mattina sulla questione della segretezza del voto.
Dopo l’infuocato pomeriggio di ieri scatenato dalle dichiarazioni del ministro
delle Riforme Roberto Calderoli con conseguenti ”scusè’ del governo al
Parlamento, l’Unione insiste nell’avanzare dubbi sulla
segretezza del voto.
All’inizio della seduta il primo a prendere la parola è stato il capogruppo dei
Ds Luciano Violante per chiedere a Casini la convocazione della Giunta del
Regolamento per ”garantire la segretezza del voto”. ”Ci sono fotografie e
dichiarazioni sulla questione della segretezza del voto sui giornali di oggi –
denuncia Violante – Tra le prerogative del presidente dell’assemblea c’è
sicuramente quella di garantire la libertà di espressione del voto dei
parlamentari. Si è visto chiaramente che ci sono tecniche che lo impediscono”.
Anche il capogruppo della Margherita, Pierluigi Castagnetti, ha preso la parola
per chiedere a Casini ”di sospendere la seduta e convocare la giunta del
regolamento” per tornare a ”una modalità di voto che garantisca la
segretezzà’.
Pronta la replica del presidente di Montecitorio che, pur impegnandosi a
convocare la Giunta alle 13.30, ha sottolineato come la convocazione sia
”improprià’: ”Non so di che cosa discuterà”, ha detto. Nel corso della
riunione, la Giunta non ha riscontrato irregolarità nè elementi che
giustifichino un controllo di merito.
Nonostante la battaglia parlamentare la legge prosegue il suo iter. E’ passato
l’emendamento della maggioranza che corregge la norma sull’indicazione
del premier per evitare rilievi di incostituzionalità. La
disposizione approvata prevede che i partiti alleati in una coalizione
depositino un unico programma elettorale, nel quale dichiarano il nome e il
cognome della persona da loro indicata come unico capo della coalizione. Restano
ferme, precisa ancora la norma, le prerogative spettanti al presidente della
Repubblica previste dall’articolo 92 della Costituzione riguardo alla nomina del
presidente del Consiglio


Commento all'articolo