Provenzano in videoconferenza non risponde ai giudici
Un nuovo ‘no’ di
Bernardo Provenzano. Dopo avere chiesto al Tribunale di Palermo di non essere
ripreso dalle telecamere, il boss mafioso si è avvalso della facoltà di
non rispondere nel processo denominato ‘Trash’ che lo vede
imputato per associazione mafiosa e turbativa d’asta.
Il capo di Cosa nostra era collegato con la terza sezione del Tribunale,
presieduta da Vittorio Anania, in videoconferenza dal carcere di massima
sicurezza di Terni. Provenzano, maglione blu scuro e jeans, ha ripetuto ai
magistrati di non volere neppure rendere dichiarazioni spontanee.
Intanto all’alba di oggi è stato arrestato
nella sua abitazione di Corleone (Palermo) Carmelo Gariffo, 47
anni, nipote del boss mafioso. L’accusa per Gariffo è di
associazione mafiosa. Il suo nome viene fuori da alcuni dei numerosi ‘pizzini’,
cioè foglietti di carta, trovati nel casolare di Provenzano al momento del suo
arresto avvenuto l’11 aprile scorso. Secondo i pm della Dda di Palermo, Gariffo
sarebbe stato per anni il ‘collettorè della raccolta dei pizzini che poi erano
destinati allo stesso boss Provenzano.
L’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Carmelo Gariffo è stata
firmata dal giudice per le indagini preliminari Antonella Consiglio che ha
accolto la richiesta dei pm Michele Prestipino e Marzia Sabella, e del
Procuratore aggiunto di Palermo Giuseppe Pignatone, che coordinano le indagini
sul boss mafioso Bernardo Provenzano dopo la sua cattura. Gariffo, che era
uscito dal carcere da poco tempo per scontare una condanna per associazione
mafiosa, era osservato ormai da tempo dalla Polizia che ne controllava le
mosse.
Secondo gli agenti proprio lui si sarebbe dovuto occupare del trasferimento del
capo di Cosa nostra dal casolare di Corleone (Palermo), in
altro covo possibilmente ”al riparo dagli sbirri”. Gli inquirenti hanno
intuito che il boss avrebbe dovuto cambiare nuovamente il nascondiglio dalla
lettura incrociata di tre lettere trovate nel casolare di Montagna dei Cavalli.
Allo spostamento del Padrino avrebbero dovuto anche partecipare altri
fiancheggiatori di Provenzano.
Nel nuovo covo ”un operatore sanitario
– si legge nell’ordinanza di custodia cautelare – avrebbe dovuto
praticare al capomafia una puntura e procedere ad alcuni prelievi”.
Dall’inchiesta emerge, in particolare, che in alcuni casi accanto al ”codicè’
di Gariffo compare nei ‘pizzini’ un altro numero che coprirebbe il nome di un
medico. E’ una persona che viene indicata con il numero 60 e che secondo i pm
si potrebbe proprio trattare del professionista che curava il boss durante la
latitanza. Nella lettera l’uomo si era respo disponibile a fare al boss
un’iniezione, ma anche dei prelievi del sangue.
Ecco quello che aveva scritto il medico a Provenzano al quale dà del tu, cosa
abbastanza rara del panorama di Cosa nostra: ”Carissimo, con gioia ho ricevuto
tue notizie, mi dispiace sentirti dire che non stai molto bene e la cosa mi fa
star male. Capisco che i tuoi movimenti non sono normali come ognuno di noi, ma
bisogna che si prenda un provvedimento urgente, magari solo per fare la puntura
perchè non farla puo’ peggiorare la stua situazionè’. E il medico prosegue:
”In poche parole i valori che tu tieni sotto controllo possono variare in
negativo, quindi studiamo un qualcosa per praticare questa puntura. Ti ricordo
che io sono a tua completa disposizione. Valuta tua la cosa per poi parlarne
con ‘123”’. Secondo gli investigatori, il numero ‘123’ sarebbe proprio Carmelo
Gariffo che avrebbe fatto da ‘collettorè per lo zio


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