Bulli a scuola con la pistola? Scatta il divieto di frequenza – Cassazione Penale, Sentenza 36659/2010

Nei casi gravi di bullismo a scuola scatta la misura del divieto di frequentare le lezioni ed avvicinarsi all’edificio scolastico per i ragazzi minorenni responsabili di atti di violenza ed intimidazione nei confronti di professori e compagni di classe. Lo sottolinea la Cassazione a proposito del caso di due studenti violenti di un istituto professionale di Potenza, uno dei quali era andato in classe portando una pistola vera. Spetta al giudice – rileva inoltre la Suprema Corte con la sentenza 36659 – stabilire se l’obiettivo di allontanare i violenti dalla scuola, garantendo così l’incolumità degli altri studenti e dei docenti e il tranquillo svolgimento della didattica, si possa ottenere con i soli arresti domiciliari o se è necessario ricorrere alla reclusione dei minori negli Istituti minorili.
 In particolare, la Cassazione si è così espressa affrontando il ricorso di due studenti potentini contro l’ordinanza con la quale il Tribunale per i minorenni di Potenza aveva ordinato la permanenza dei due ragazzi in un istituto minorile. Inizialmente il gip aveva, invece, preferito ordinare gli arresti domiciliari per i due giovanissimi indagati denunciati dai compagni di classe, alla Polizia, per “atti di bullismo” commessi a scuola.
Gli imputati hanno sostenuto che la reclusione in istituto era eccessiva e che bisognava valutare se l’obbligo di dimora nel loro paese di residenza o il solo divieto di avvicinarsi alla scuola potesse bastare. La Cassazione su questo punto si è dimostrata sensibile e ha rimproverato il tribunale “per aver escluso l’adeguatezza di ogni altra misura cautelare senza una specifica indagine sugli effetti che l’allontanamento dei prevenuti dall’ambiente scolastico, con altre misure cautelari, potrebbe produrre in ordine al pericolo concreto di reiterazione delle condotte criminose”.
Ora il tribunale motiverà meglio le ragioni per le quali i domiciliari non bastano dal momento che i due bulli non avevano nessuna comportamento “collaborativo”.
Cassazione Penale, Sezione Seconda, Sentenza 36659 del 13/12/2010
 

Con ordinanza in data 12 maggio 2010, il Tribunale per i Minorenni di Potenza, in funzione di Tribunale per il riesame, accoglieva l’appello proposto dal P.M. avverso il provvedimento, in data 4/10/2006, con il quale il Gip aveva respinto la richiesta di applicazione della misura cautelare in IPM nei confronti di [omissis] e [omissis] indagati per reati vari connessi ad atti di “bullismo” posti in essere nell’Istituto lPSlA di Potenza, e, per l‘effetto, disponeva l’applicazione della misura della custodia cautelare nei confronti di entrambi gli indagati.

Il Tribunale osservava che le modalità e le circostanze dei fatti-reati denotavano una spiccata pericolosità sociale, tale da rendere assai probabile la reiterazione di analoghi comportamenti delittuosi. In particolare osservava che il pericolo concreto di reiterazione dei comportamenti criminosi era desumibile dalle dichiarazioni rese dallo [omissis] studente il quale aveva riferito di minacce rivolte in classe agli studenti che avevano sporto denunzia. Il Tribunale quindi escludeva che misure meno afflittive della custodia cautelare potessero rivelarsi adeguate a neutralizzare il pericolo concreto per l’assenza di comportamenti collaborativi negli indagati.

Avverso tale sentenza propongono ricorso entrambi gli indagati per mezzo del rispettivi difensori.
[omissis] propone due motivi di ricorso con i quali deduce:

1) Inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità in relazione agli art. 274 e 275 c.p.p.;

2) Mancanza, manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione in relazione all’art. 275, 5° comma c.p.p.

Al riguardo osserva che, trattandosi di atti di bullismo verificatisi in ambito scolastico, il Tribunale aveva completamente omesso di motivare sulla inadeguatezza di altre misure meno afflittive quali gli arresti domiciliari o l’obbligo di dimora nel comune di residenza, ovvero il divieto di avvicinarsi all’ IPSIA ai sensi dell’art. 282 1co. c.p.p. in relazione ai reato di cui alI’art. 612 bis c.p.

[omissis] propone un unico motivo di ricorso con il quale deduce la manifesta illogicità della motivazione in relazione alla sussistenza delle esigenze cautelari di cui all’art. 274 c.p.p. Al riguardo deduce che la pistola sequestrata allo [omissis] non è stata mai usata per minacciare o intimidire gli altri studenti. E che dopo l’intervento della Polizia il comportamento scolastico dei due indagati era cambiato, come rilevato dalla relazione della Dirigente scolastica e dalle dichiarazioni degli operatori dell’azienda sanitaria ASP. Successivamente il difensore di [omissis] ha depositato memoria ex art. 611

MOTIVI DELLA DECISIONE

Entrambi i ricorsi sono fondati.

Se appare incontestabile, nella fattispecie, la sussistenza della gravità del quadro indiziario e delle esigenze cautelari, come emerge dalla motivazione del provvedimento impugnato, congrua e priva di vizi logici, altrettanto non può dirsi in ordine all’esigenza di disporre la custodia cautelare in IPM per l’inadeguatezza di ogni altra misura.

Al riguardo il provvedimento impugnato appare affetto dal vizio di motivazione apparente, in quanto esclude l’adeguatezza di ogni altra misura cautelare senza una specifica indagine sugli effetti che l’allontanamento dei prevenuti dall’ambiente scolastico, con altre misure cautelari, potrebbe produrre in ordine ai pericolo concreto di reiterazione delle condotte criminose.

Di conseguenza si impone l’annullamento del provvedimento impugnato con rinvio al Tribunale per i
Minorenni di Potenza per una nuova valutazione delle esigenze cautelari.

P.Q.M.

Annulla l’impugnata ordinanza con rinvio al Tribunale per i Minorenni di Potenza.
In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati idenfificativi a norma dell’arI. 52 d.lgs 196/03 in quanto imposto dalla legge.

Depositata in Cancelleria il 13.10.2010

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