Serie A 15^ GIORNATA: Marchisio e Giovinco giganti della Mole – di Angelo Abbruzzese

marchisioIl quindicesimo atto di questo campionato ha inizio nella serata di venerdì al “Massimino” di Catania, dove il Milan va con l’intento di dar seguito alla grande vittoria ottenuta contro la Juventus. I primi 10’ della squadra di Allegri sono buoni, in costante proiezione offensiva e con un discreto giro palla. Con la partecipazione dei due esterni De Sciglio e Constant, con l’attacco che non dà punti di riferimento ai difensori avversari, alla ricerca di una superiorità negli ultimi trenta metri di campo. Boateng solletica Andujar, poi si spegne la luce. Calcio d’angolo di Lodi, ennesima disattenzione della retroguardia rossonera, Legrottaglie è il più lesto di tutti e insacca di testa per l’1-0 che cambia faccia all’incontro. Il Milan perde le sue poche certezze e il Catania, con tante assenze sul groppone (Gomez e Spolli per qualifica, Biagianti, Izco e tanti altri per infortunio) sembra rintuzzare le rare folate avversarie. Anzi, complici i disastri della coppia Acerbi-Constant, avrebbe anche la possibilità del raddoppio. L’intervallo è un toccasana per tutti tranne che per Barrientos. El Pitu rifila un gratuito calcione a Nocerino dopo 4’ e si becca il secondo giallo (il primo gli era stato mostrato per simulazione al minuto numero 41). Il Milan, che di solito fatica ad approfittare della superiorità numerica a causa dell’elevata densità delle difese avversarie, stavolta colpisce. Ma sul primo gol – cross di De Sciglio, tocco decisivo di Robinho – il guardalinee non segnala la palese posizione di fuorigioco di El Shaarawy, che fa 1-1. Le convinzioni del Catania e quelle dell’arbitro Orsato si sgretolano. Boateng approfitta del caos e stecchisce Andujar con un tiro vecchio stampo: a girare sul secondo palo dai venti metri. Orsato continua nella sua autodistruzione non assegnando un rigore a Nocerino, il Catania non ruba più un pallone e si rintana dietro. Per il Milan diventa presto accademia, ma lo sciagurato Robinho e, fa strano dirlo, per una volta, El Shaarawy non materializzano il doppio vantaggio. Emanuelson colpisce anche un palo, poi Boateng si fa espellere per un’entrataccia da dietro evitabile e ingenua. El Shaarawy riporta la calma con il 3-1 della staffa, anche questo un gol d’autore (destro a giro che bacia il palo e si insacca in rete). Il Milan, pur senza brillare, continua la sua risalita. Un 1-3 che equivale anche al primo filotto stagionale dei rossoneri: sono tre, infatti, le vittorie consecutive, dopo Anderlecht e Juventus.

L’unico anticipo del sabato, invece, è il derby della Mole tra Juventus e Torino. La Juventus deve rinunciare a Chiellini e Caceres, così Conte (ultima gara in tribuna per lui) decide di tornare alle origini, disegnando un 4-3-3 con Lichtsteiner e De Ceglie terzini, Pogba al posto di Vidal al fianco di Pirlo e Marchisio e Giaccherini, Vucinic e Giovinco in attacco. Risponde la squadra di Ventura con il consueto 4-2-4, con Meggiorini spalla di Bianchi. La partita è bloccata, la Juventus costruisce tanto gioco ma le manca, come spesso accaduto in questa stagione, il colpo decisivo. Pirlo appare innervosito dalla marcatura a uomo di Meggiorini, che è anche l’autore dell’unica palla gol della prima mezz’ora, quando prova a beffare un Buffon in uscita con un tocco di punta. Pirlo bloccato, idee bloccate dunque. Il solo Pogba prova a mettere in difficoltà Gillet, ma le sue due conclusioni da fuori vengono neutralizzate non senza qualche problema dal portiere belga. La partita decolla a favore della Juventus al minuto numero 36, quando Glik entra in maniera folle sul povero Giaccherini e viene cacciato da Rocchi. Cinque minuti più tardi, l’arbitro assegna un calcio di rigore ai padroni di casa per una “parata” di Basha sulla percussione centrale di Pogba. Il numero 4 del Toro, già ammonito, andava chiaramente espulso. Dal dischetto, però, Pirlo manca clamorosamente il bersaglio, calciando un penalty stile Pato. In avvio di ripresa Conte, per mano di Alessio, cerca di dare un’ulteriore scossa ai suoi, inserendo Bendtner al posto di un impreciso Giaccherini. Col danese in campo, in area cominciano a piovere palloni dalle fasce, come quello che Pogba manda alto sopra la traversa dopo la spizzata dello stesso Bendtner. Al 52’ la vera svolta della gara: cross dalla destra di Giovinco e Marchisio, in tuffo, realizza il gol del vantaggio, che è anche il suo secondo centro in campionato. Il raddoppio arriva dieci minuti più tardi: apertura di Vucinic sulla destra per Giovinco, destro in diagonale del numero 12 bianconero e partita sigillata. Ci prova ancora il gigante Pogba di testa, ma Gillet gli nega per la terza volta la via della rete. Anche Bendtner ha la sua occasione, ma non sfrutta al meglio il sopraffino lavoro di Vucinic (assist di spalla) e Marchisio (tocco d’esterno), centrando in pieno Gillet, in una circostanza nella quale forse era più facile centrare la porta piuttosto che il portiere avversario. Il terzo gol arriva a sei dalla fine, ancora con Marchisio, che trasforma in gol una sponda col petto di Vucinic. Alla fine non potevano non essere i due torinesi bianconeri, nati e cresciuti nella Juve a decidere questo derby. La gara, infatti, termina così, la Juventus mata il Toro e manda un chiaro e inequivocabile messaggio alle altre pretendenti per lo scudetto.

La partita prandiale della 15^ giornata si disputa al San Paolo, dove il Napoli di Mazzarri vuole tenere il passo della capolista contro il Pescara del neo tecnico Bergodi. Il primo quarto d’ora ci regala la foga agonistica di Inler e Hamsik, che partono a razzo e capitalizzano al meglio. Lo svizzero sblocca con un tiro a uscire che beffa Perin, lo slovacco, indiscusso vincitore nel derby con il connazionale Weiss, sbeffeggia Terlizzi e spiazza il portiere. Sembra tutto fatto per un Napoli che nei primi 20’ dà la sensazione di essere davvero troppo per l’avversario. Gli uomini di Mazzarri occupano bene gli spazi e ripartono in modo letale, creando una superiorità che il folto centrocampo abruzzese non riesce ad arginare. Poi, da un cross estemporaneo di Zanon, Bjarnason imbuca De Sanctis di testa e la gara cambia padrone. Il Pescara esalta le sue discrete doti di palleggio e il Napoli non mette la testa fuori. Ha il merito di contenere senza eccessivi svarioni, così l’unica occasione per il pari è di Vukusic, che spreca da buona posizione e calcia sopra la traversa. Cavani è stranamente impreciso, la squadra impacciata. Così anche l’avvio del secondo tempo non regala soddisfazioni. Terlizzi si fa cogliere di sorpresa su un paio di lanci da ottanta metri, ma Perin è attento sul Matador. Al 12’ l’episodio che cambia tutto. Bocchetti aggancia in area Cavani: il rigore è sacrosanto, l’espulsione esagerata. L’uruguayano fa centro dagli undici metri e annienta anche l’ultima statistica sfavorevole, che voleva il Pescara come l’unica delle venti squadre di A (Napoli compreso) cui non aveva ancora segnato. La cosa veramente grave per gli ospiti è rimanere in dieci. Bergodi capisce l’andazzo e cerca di evitare l’imbarcata, inserendo Capuano per Weiss. Perché il Napoli, spinto dall’entusiasmo di uno stadio ingordo, non può smettere di attaccare e fa poker, con Cavani sul cross radente di Hamsik. Poi Inler punta il mirino e colpisce per la seconda volta dai venti metri, con la complicità del palo. La squadra di Mazzarri non si fa mancare nulla, tanto meno il record stagionali di tiri verso la porta avversaria: 28. Nessuno ha prodotto tanto. Il numero più importante è pero quel -2 che separa dalla Juve. C’è partita, nonostante i numerosi difettucci da correggere.

L’Inter ospita un Palermo orfano di Miccoli e Donati (entrambi squalificati) e ritrova, per l’occasione, Gargano a centrocampo, dove gli esterni sono capitan Zanetti e Pereira, preferito a Nagatomo. Coutinho agisce dietro la solita coppia Milito-Palacio. Gasperini si affida a Dybala in attacco, spalleggiato da Brienza e Ilicic. Primo tempo con emozioni pari a zero a San Siro. L’Inter ha un buon impatto con la partita, grazie soprattutto a un Coutinho che sembra in giornata, ma poi si perde. Insieme al brasiliano. Nerazzurri in avanti ma senza idee: servirebbero le invenzioni di Cassano, che non c’è e si sente. Tanti errori in fase di impostazione, poche verticalizzazioni per Palacio e Milito a scavalcare un centrocampo avversario foltissimo, dove Brienza e Ilicic fanno superiorità numerica, e spinta sulle fasce praticamente nulla. A parte un paio di iniziative di capitan Zanetti. Sull’altra sponda Pereira viene quasi sempre frenato da Morganella. Il Principe si lamenta per i palloni alti e allora si va a prendere palla e cerca l’azione personale: al 30’ si libera bene al tiro ma spara alto e al 37’ lascia sul posto Munoz e crossa a centro area, dove i difensori rosanero liberano senza affanni. Il Palermo si difende con ordine ed è ben messo in campo: buona circolazione di palla dei rosanero anche se poi negli ultimi venti metri manca la zampata vincente. Al 28’ ci pensa Samuel ad anticipare Dybala e a sventare in pratica l’unico pericolo. Nessuna sostituzione nella ripresa da una parte e dall’altra. Va avanti a testa bassa la squadra di Stramaccioni ma la confusione resta. Venti minuti e soltanto una doppia conclusione di Ranocchia, poi il tecnico nerazzurro cambia: dentro Nagatomo per capitan Zanetti (che, nell’uscire, incita uno per uno i suoi compagni) e Guarin per Milito, reduce da un fastidio al quadricipite. E subito i due nuovi entrati danno uno sprazzo di dinamismo all’attacco nerazzurro. Ma all’Inter serve un episodio, un colpo di fortuna per sbloccare il risultato: che arriva al 74’, quando Garcia devia nella propria porta un traversone di Ranocchia. Trovato il vantaggio, i nerazzurri ci provano ancora con Coutinho e Cambiasso. Senza fortuna. Prima della fine c’è spazio anche per il ritorno di Mariga (per Cambiasso) e l’ingresso di Zahavi per Dybala. Brutta Inter ma serviva una vittoria per evitare di aprire la crisi. Tre punti, il resto è noia.

Spietata e graziata. Sono questi gli aggettivi che si possono attribuire alla Lazio vista contro il Parma all’Olimpico. Petkovic si presenta con il consueto 4-1-4-1, di fronte alla formazione di Donadoni, in gran forma e ancora galvanizzata dalla grande vittoria di lunedì contro l’Inter. Mauri e Candreva, larghi rispettivamente a sinistra e destra, sono troppo attenti nel presidiare il centrocampo ma si dimenticano spesso e volentieri di supportare Klose, isolato tra Zaccardo e Paletta. La Lazio passa in vantaggio al 25’ con Biava, anche con un po’ di fortuna, poiché il difensore biancoceleste andava espulso qualche minuto prima per doppia ammonizione. La furia del Parma esplode definitivamente alla mezz’ora, quando Parolo colpisce in area di testa e Klose, col braccio largo, devia in calcio d’angolo. Guida si consulta con l’arbitro di porta, Fabbri, e opta per un semplice corner. La Lazio si salva per la seconda volta e, quattro minuti dopo, colpisce con la sua arma letale, Klose, che sfrutta un assist di Gonzalez, anticipa l’uscita di Mirante e lo trafigge in mezzo alle gambe. La squadra di Donadoni ha il merito di non disunirsi, e con grande pazienza riesce a mantenere l’iniziativa anche nella ripresa. Sansone, largo a sinistra nel tridente, al 66’ semina il panico in area di rigore prima di essere abbattuto da Mauri. Questa volta è calcio di rigore e Belfodil, da poco in campo al posto di uno spento Amauri, prima si fa parare il tiro da Bizzarri e, poi, infila in rete sulla respinta del portiere. La Lazio prende paura e arretra ulteriormente, il Parma ci prova e al 69’, ancora Belfodil, sfiora il 2-2 con un destro da pochi passi. Così i biancocelesti si barricano dietro per difendere, con i denti, una vittoria che alimenta la marcia verso il vero obiettivo chiamato Champions.

La Roma di Zeman vola a Siena con la voglia di proseguire la striscia positiva iniziata contro il Torino. Il primo tempo vive per buona parte sugli attacchi al lato sinistro del Siena, dove Rubin spesso e volentieri mette in difficoltà Piris. Al decimo minuto proprio il terzino sinistro senese reclama per un contatto in area con Pjanic ma Mazzoleni lascia correre. Linee di gioco troppo orizzontali, il possibile rigore rimane per altri quindici minuti l’unica occasione pericolosa. Almeno fino al gol di Neto, bravo a svettare su Marquinhos e battere Goicoechea, nell’occasione un poco disturbato da Rosina. Trovato il vantaggio, il Siena si abbassa ma la Roma non ne approfitta. Zeman non si alza mai dalla panchina, eppure una scossa servirebbe: Pegolo è impegnato solo da Totti (migliore in campo), su calcio di punizione dal limite. Tiro forte, ma troppo centrale: il portiere del Siena respinge e porta i suoi negli spogliatoi in vantaggio. Il copione non si ripete nel secondo tempo, la Roma è più incisiva ma soprattutto trova i gol dell’uomo giusto al momento giusto. Il Siena tiene giusto un quarto d’ora, con tutto l’impegno possibile ma senza mai ripartire. È allora che la legge dell’ex condanna i toscani: Destro approfitta dello scambio Tachtsidis-Florenzi per fare 1-1 e, contemporaneamente, dare una mazzata alle speranze di Cosmi. Pur senza il gioco divertente di Zeman, la Roma prende il dominio della metà campo bianconera, Pegolo prima si oppone a Pjanic poi non può nulla su Perrotta, cambio azzeccato, che spedisce nell’angolino il gol del sorpasso. Il Siena non c’è più e Destro, fischiato dopo l’esultanza (solito ballo vicino la bandierina), decide di dare un doppio dispiacere ai suoi ex tifosi. La Roma continua ad avere problemi, ma la vittoria di Siena assume un’importanza fondamentale per il prosieguo della stagione. E con un Destro e con un Totti così, sognare diventa più che lecito.

L’Udinese torna alla vittoria con un netto 4-1 sul malcapitato Cagliari di Pulga e Lopez. Il risultato si decide già nel finale di primo tempo, quando i bianconeri di Guidolin colpiscono prima con Pereyra (secondo gol in campionato e terzo in Serie A) e poi con Angella (alla terza marcatura stagionale in appena sei apparizioni), a segno rispettivamente al 33’ e 39’. Nella ripresa i sardi sperano di riaprire i giochi, ma Danilo al 48’ e Pasquale al 66’ tolgono loro ogni speranza. Inutile la rete di Dessena al minuto numero 80 su preciso cross di Cossu. Ma la vera notizia del pomeriggio friulano, però, è che la squadra di Guidolin ha ottenuto una vittoria senza un gol del capitano Totò Di Natale.

Il Genoa non riesce a dare continuità alla vittoria di Bergamo e incappa nella settima sconfitta nelle ultime otto gare. Il Chievo di Corini, invece, ottiene i suoi primi punti in trasferta e deve ringraziare il bomber di turno, Alberto Paloschi, autore di una spettacolare tripletta. Il vantaggio gialloblù arriva al 14’ su calcio di rigore, mentre il raddoppio otto minuti più tardi, con un tocco sotto dell’ex centravanti del Milan. Delneri, per cercare di rimediare, inserisce Said per Toszer e il cambio si rivela azzeccato, perché il giovane attaccante segna il gol dell’1-2, di testa. Paloschi, nel primo minuto di recupero del primo tempo, segna il terzo gol clivense, con un colpo di testa su suggerimento di Guana. Nella ripresa il Genoa entra in campo più convinto e trova la seconda rete, con un bolide dal limite di Jankovic. A nulla vale il forcing genoano contro un Chievo in 10 (espulso Andreolli), che, anzi, riesce a trovare la via della quarta rete: sinistro di Jokic, papera di Frey e tap-in vincente di Stoian. Finisce 2-4, Delneri sempre più in crisi.

Con una rete per tempo il Bologna trova la via della vittoria e si tira fuori dalla zona rovente della classifica salendo almeno al quartultimo posto. Il tutto regolando un’Atalanta a questo punto in piena crisi e reduce, dopo il grande successo sull’Inter, da tre sconfitte consecutive in campionato. Al Dall’Ara è Diamanti ad aprire le danze con una punizione capolavoro (anche se deviata da Denis) al 16’. Al 52’ lo stesso Denis trova il pareggio con un grande sinistro in diagonale, ma Manolo Gabbiadini (autore anche di un palo a giro nel primo tempo) chiude i conti al 72’ in mezza rovesciata.

Il posticipo del 15° turno è Fiorentina-Sampdoria, in cui la squadra di Montella mette in cascina il nono risultato positivo consecutivo, ma non riesce a vincere contro i blucerchiati in una giornata cruciale e scende al quarto posto in classifica, alle spalle dell’Inter. Un’occasione persa per la Viola. Sicuramente giustificata dalle assenze. Jovetic manca da cinque gare (tra campionato e coppa) e in avanti, senza Toni, El Hamdaoui e Fernandez non possono fare reparto. Al 21’, però, arriva il vantaggio della Fiorentina: angolo di Borja Valero, gran colpo di testa di Savic che segna il suo primo gol italiano. La Sampdoria, comunque, è una squadra rigenerata dopo il derby vinto, e si vede. La traversa di Maresca ne è la chiara dimostrazione. Il pari arriva al 2’ della ripresa con il sinistro di Krsticic, dopo una grande sponda di testa di Icardi. I viola pagano la giornata no di molti dei suoi migliori interpreti, su tutti Rodriguez e Valero. È proprio il numero 2 a combinare un pasticcio grande così al 72’, quando sbaglia porta regalando il vantaggio agli ospiti. Tre minuti più tardi è ancora Savic a salvare la Fiorentina con un altro colpo di testa. In attesa di un attaccante vero, la squadra di Montella deve accontentarsi di questo interessante e giovane difensore serbo.

Per effetto dei risultati di questa giornata piena di gol (addirittura 39), la Juventus resta al comando con 35 punti, seguita dal Napoli a 33 e dall’Inter a 31. El Shaarawy è sempre più il capocannoniere solitario del nostro campionato, con ben 12 reti segnate.

I TOP

Claudio Marchisio (JUVENTUS): Alla fine il 3-0 dice che non c’è stato match; ma se la partita non è diventata stregata – e poteva diventarlo, specie dopo il rigore fallito da Pirlo – il merito è quasi esclusivamente suo; che segna un gol di testa a mo’ di Paolo Pulici, o di Bobo Boninsegna, da vero rapace dell’area di rigore; e un secondo gol, quello che pone la lapide sulla fossa granata, con un sinistro al volo di rara bellezza (come di rara bellezza è l’assist, con stop di petto, che gli fornisce Vucinic). Quando si dice poco fumo e molto arrosto. PRINCIPESCO.

Alberto Paloschi (CHIEVO): Prima tripletta in A, tre gol da rapace d’area come il buon Inzaghi insegna. Che sia finalmente arrivata la sua ora? RITROVATO.

Mattia Destro (ROMA): A Siena si mettano il cuore in pace: l’esultanza non è una mancanza di rispetto, il ragazzo aveva bisogno di questi gol. Che siano arrivati sul campo dove giocava una stagione fa, è solo una spiacevole coincidenza. Per un’ora assente, con l’incornata dell’1-1 trova nuova linfa e, oltre a chiudere la gara, riesce a trovare la posizione e i movimenti che Zeman gli chiede nel tridente. SERENO.

Eccelse anche le prove di Savic, Cavani, Inler ed El Shaarawy, tutti e quattro autori di una doppietta.

I FLOP

Kamil Glik (TORINO): L’intervento sul povero Giaccherini è pura follia: primo perché rischia di portargli via la gamba, poi perché, di fatto, condanna i suoi alla sconfitta. DISSENNATO.

Pablo Barrientos (CATANIA): Un tuffo, a una manciata di minuti dalla fine del primo tempo, gli costa un giallo. Non contento, al 4’ della ripresa, rifila a Nocerino un calcione a palla lontana. Lascia la squadra in dieci, senza alcuna possibilità di svolta dalla panchina. Talentuoso ma, calcisticamente parlando, poco intelligente. FOLLE.

Santiago Garcia (PALERMO): Praticamente perfetta la sua prestazione fino al 74’, quando inganna Ujkani e regala la vittoria all’Inter. SFORTUNATO.


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