Seria A 16^ GIORNATA: I Conti tornano… – di Angelo Abbruzzese

tottiLa 16^ giornata del campionato di Serie A verrà ricordata soprattutto per un motivo: per il ritorno in panchina di Antonio Conte, il condottiero della Juventus del quale la squadra bianconera ha dovuto fare a meno per 22 partite, di cui una di Supercoppa, 15 di campionato e 6 di Champions League. Dopo le Filippiche di Carobbio, dopo mesi trascorsi lontano dal suo regno, dopo essere stato soggetto di interrogatori e perquisizioni, il tecnico leccese torna ad assistere ad una gara della sua Juve dal campo che, a suo dire, gli è mancato così tanto che la moglie ha dovuto procurargli una panchina da tenere in casa.

Il 16° turno, però, si apre con i consueti due anticipi del sabato. Quello delle 18 è Atalanta-Parma e si può definire la partita del riscatto per entrambe le squadre, che arrivano al match rispettivamente da tre sconfitte consecutive e dalla sconfitta di Roma contro la Lazio. La partita prende subito una piega giusta per i padroni di casa, che passano in vantaggio al 4’ con la sesta rete stagionale di Denis, abile ad anticipare di testa i difensori gialloblù e trasformare in gol un perfetto traversone di Schelotto. Il Parma prova subito a reagire, ma la Dea si difende bene: Peluso, con il prezioso ausilio di Bonaventura, non dà spazio alla velocità di Biabiany e il possesso palla degli emiliani è fine a se stesso. Nell’area avversaria gli emiliani si vedono di rado (Amauri protesta per un mani di Bellini), si sente l’assenza di Valdes (un ex) e anche la mossa di spostare Acquah (un interditore) centrale non paga. I nerazzurri possono, così, giocare come preferiscono: difesa bloccata e contropiede. Al 38’ il raddoppio bergamasco arriva proprio in questo modo: diagonale di destro di Denis, respinta corta di Mirante e tap-in di destro di Peluso, al primo gol in campionato. Non è il colpo del ko, perché il Parma ha il merito e la fortuna di trovare, al 45’, il gol che riapre la partita, con l’imperioso colpo di testa di Amauri su cross di sinistro di Zaccardo. Nella ripresa, dopo 9 minuti, Donadoni perde Mirante per infortunio (dentro Pavarini), ma il suo Parma continua a essere poco pericoloso, anche se non è male la triangolazione con Sansone che, al 57’, porta al tiro Amauri. L’occasione più ghiotta arriva, però, sugli sviluppi di un calcio di punizione: Marchionni mette in mezzo e Paletta, tutto solo, non trova clamorosamente la porta di testa. Donadoni decide di osare: fuori Zaccardo e dentro Belfodil, in campo tre punte e Biabiany esterno destro costretto anche a fare il terzino. Dopo qualche minuto per assestarsi, il Parma trova gli equilibri giusti. Cresce Marchionni ed è lui, al 32’, ad andar via e a mettere in mezzo un bel pallone, sul quale Amauri colpisce di testa in tuffo ma non trova la porta per questione di millimetri. Un minuto dopo, con Bellini a terra, è Sansone a mandare sopra la traversa la palla del 2-2. Partita dura e combattuta che Denis rischia di chiudere all’86’ con un destro a giro, poi De Luca al 94’ si divora a porta vuota un gol fatto. Il Parma non ne ha più, finisce 2-1 e l’Atalanta torna a sognare.

Il secondo anticipo corrisponde, probabilmente, alla partita più bella, fin qui, dell’intero campionato. Roma e Fiorentina, all’Olimpico, non si risparmiano, giocando a viso aperto e collezionando palle gol a bizzeffe. Protagonisti, di qua e di là, sono i due portieri, Viviano e Goicoechea, che per 90’ non fanno altro che neutralizzare conclusioni avversarie. Il festival del gol e dello spettacolo prende avvio al minuto numero 7, quando i padroni di casa trovano il gol del vantaggio: punizione di Totti, colpo di testa di Tachtsidis che scavalca il colpevole Viviano, che non può nulla sulla decisiva di Castan. Il pareggio viola arriva sette minuti più tardi, con la seconda rete stagionale di Facundo Roncaglia, su assist del fenomenale Gonzalo Rodriguez. Il nuovo sorpasso giallorosso è firmato Francesco Totti, che, al volo, su suggerimento di Destro, batte Viviano per la seconda volta. È proprio Totti il protagonista assoluto del match. Il capitano della Roma, con Zeman, sembra rigenerato, gioca con una disinvoltura invidiabile ed è tornato a fare il regista avanzato che tanto amava fare, magari perfezionando il suo compito con qualche tocco di pura classe. Le occasioni fioccano da una parte e dall’altra, anche se il primo tempo è ampiamente di marca giallorossa. Destro, Bradley e Pjanic ci provano ma Viviano nega loro la gioia del gol. Al 45’ arriva la doppietta di capitan Totti, con uno dei suoi colpi: destro dai 30 metri che piega le mani a Viviano, sicuramente non esente da colpe anche in questo caso. La Fiorentina non ci sta e lo dimostra con la grinta con la quale entra in campo nella ripresa. Dopo 50 secondi è Mounir El Hamdaoui a segnare la sua terza rete stagionale (terza in trasferta) su cross di sinistro di Borja Valero. La partita continua a vivere di sussulti sia da una parte sia dall’altra, Bradley giganteggia a centrocampo, Destro va a sbattere su Rodriguez e sulla traversa, Pjanic è ispiratissimo ed è tanto bello da vedere in fase offensiva tanto utile in fase difensiva, Marquinhos si vede annullare una rete regolare. Goicoechea respinge il sinistro Seferovic in calcio d’angolo, sui cui sviluppi Bradley salva sulla linea sulla deviazione di Aquilani. In contropiede, poi, Totti mette davanti a Viviano Osvaldo, che con la punta del destro non fallisce e segna l’ottavo gol stagionale. 4-2, gol e tanto spettacolo regalato da due squadre spettacolari e, credibilmente, ambiziose.

Veniamo, ora, alla capolista. La Juventus, di nuovo condotta in panchina da Conte, va a Palermo con l’intento di allungare, almeno momentaneamente, sulle rivali. Al suo ritorno, l’allenatore leccese ex Bari e Siena ritrova la stessa squadra che aveva lasciato il 20 maggio: paziente, concreta, affamata. 3-5-2 bianconero contro il 3-5-2 rosanero, in avanti Matri sostituisce Giovinco per far coppia con Vucinic, nel Palermo inizialmente fuori Brienza, con Morganella marcatore di Pirlo. La partita almeno inizialmente, la fanno i padroni di casa, anche se la supremazia è molto sterile perché le occasioni, eccezion fatta per un destro da fuori di Kurtic respinto coi pugni da Buffon, scarseggiano. L’unico vero brivido lo regala Miccoli con uno splendido tiro al volo da dentro l’area, ma ancora prima che il pallone venisse calciato era arrivato il fischio per fuorigioco. Insomma, non si può nemmeno parlare di gol annullato. Nel finale della prima metà di gara vien fuori la Juventus, che sfiora il vantaggio in due circostanze. Prima un sinistro di Marchisio stoppato da Ujkani finisce sui piedi di Vucinic, che riesce solo a far carambolare il pallone sul palo. Poi è uno splendido taglio di Vidal a mettere Matri davanti alla porta, ma il portiere di casa gli chiude lo specchio addirittura con il volto. La grandine e la pioggia complicano non poco le giocate di entrambe le squadre al ritorno in campo. L’impressione, però, è che il Palermo abbia speso molto più della Juve. Che parte a mille e dopo il secondo palo della partita di Vucinic dopo 20 secondi, va in vantaggio. Colpo di tacco dello stesso montenegrino (grande gara la sua, finalmente) che mette Lichtsteiner davanti a Ujkani. Lo svizzero fa lo svizzero, non si emoziona e insacca. È il gol che rompe in due la partita. Nemmeno l’uscita per infortunio di Vidal per far posto a Pogba, tuttavia, ridà forza ai ragazzi di Gasperini, schierati adesso a trazione anteriore alla ricerca del pareggio. Le speranze palermitane svaniscono definitivamente al 75’, quando Morganella trattiene ingenuamente Asamoah e si becca il secondo giallo. Nel finale la Juve spreca diverse occasioni in contropiede, in particolare con Vucinic che sparacchia addosso a Ujkani e con Bonucci che “sviene” davanti al portiere rosanero beccandosi un giallo per simulazione che non gli farà giocare la gara di domenica contro l’Atalanta, ma porta ugualmente a casa un successo che mette ulteriore pressione alle dirette concorrenti.

Il Milan prova a riaggrapparsi alle grandi e a dare continuità ai precedenti risultati positivi ottenuti. A Torino, però, Allegri deve fare a meno di Constant, Montolivo e Boateng, rimpiazzati da Abate, Emanuelson e Pazzini. In porta ci va ancora Amelia. Nel Toro, solito 4-2-4, con Di Cesare al posto dello squalificato Glik e Masiello in luogo di D’Ambrosio. Al 21’, De Jong si vede costretto ad abbandonare il campo per un infortunio: si teme la rottura al tendine d’Achille, che potrebbe voler dire stagione finita. Il Milan dimostra comunque grande compattezza, anche dopo l’iniziale svantaggio. Questa rimane una costante da dover cancellare in qualche modo. A regalare il primo gol stagionale a Santana è Nocerino, incauto in un retropassaggio verso il lontanissimo Amelia e fregato dall’argentino che supera il portiere e insacca. La partita offensiva del Toro finisce qui. La reazione del Milan a dire il vero tarda ad arrivare, ma in un momento in cui le cose girano per il verso giusto, la magia di Robinho arriva al 40’ come un fulmine a ciel sereno. Magia di Robinho o leggerezza dello sciagurato Di Cesare, dipende dai punti di vista, ma il brasiliano con una finta di corpo disorienta l’avversario e infila Gillet sotto la traversa. La parità all’intervallo dà coraggio ai rossoneri che tornano in campo con un piglio decisamente diverso rispetto ai colleghi granata. Le rimonte del recente passato probabilmente hanno dato convinzione al gruppo di Allegri che al primo affondo di El Shaarawy, minuto 53, trova il vantaggio proprio con Nocerino, bravo a farsi trovare pronto di testa alla respinta tanto corta quanto inutile di Gillet. Il Toro, senza Ventura attardatosi nello spogliatoio e poi curato a bordo campo per degli sbandamenti preoccupanti, prova a trovare il pareggio con Bianchi al 58’, ma subisce l’1-3 di Pazzini. Il centravanti ex Sampdoria e Inter prende palla a centrocampo, si infila con troppa facilità nelle maglie della difesa granata e lascia partire un destro che si insacca sotto la traversa, dopo un contatto falloso con Masiello. Da lì in poi è solo Milan. C’è la traversa di Emanuelson al 70’, il palo di Pazzini di testa al 72’ e poi c’è il cartellino timbrato da El Shaarawy al 76’ con la palla regalatagli dal disastroso Gillet in uscita bassa. Sull’1-4 anche il Milan si spegne, Allegri si infuria e Bianchi finisce il digiuno timbrando il 2-4 finale. Aria d’Europa per il Milan, aria preoccupante in casa Toro. E non solo per le condizioni di Ventura.

Il Genoa crolla anche a Pescara e non riesce ad uscire dal tunnel. Delneri torna a tremare con la settima sconfitta in otto partite, che vuol dire penultimo posto in classifica. La prima vittoria del nuovo corso Bergodi matura nel secondo tempo, con le firme di Abbruscato e Vukusic, serviti entrambi dal gioiellino slovacco Weiss. Per i rossoblù, da segnalare solamente le traverse nel primo tempo di Vargas e Kucka.

Arrivano i primi tre punti lontano dal Massimino per il Catania. La squadra di Maran piega 1-3 il Siena ribaltando il risultato del primo tempo, maturato grazie alla prima rete stagionale di Alessandro Rosina (10’). I toscani sembrano in totale controllo del match, ma nella ripresa il Catania entra con un piglio decisamente diverso e rifila tre gol alla squadra di Cosmi: Bergessio prima serve Castro per il pareggio al 50’ e poi sigla la sua personale doppietta (seconda in campionato) al 67’ e all’82’.

Il Chievo ci prende gusto e ottiene la sua seconda vittoria di fila in trasferta. All’Is Arenas di Cagliari, i gialloblù passano per 0-2 grazie al colpo di testa di Paloschi al 67’ e alla perla su calcio di punizione di Thereau all’87’. Per i padroni di casa, alla quarta sconfitta nelle ultime sei uscite, da segnalare il doppio palo colpito con Pisano e Sau in avvio di ripresa. Il Cagliari resta fermo a 16 e viene sorpassato proprio dal Chievo di Eugenio Corini, ora a quota 18.

Il posticipo domenicale della 16^ giornata è Inter-Napoli. Fuori i secondi, verrebbe da dire. Stramaccioni nasconde le sue carte fino a 45 minuti dall’inizio e, a sorpresa, rinuncia al tridente, schierandosi a specchio rispetto agli avversari. La mossa che spezza in due la partita ha un nome e un cognome: Fredy Guarin. Il colombiano ex Porto viene schierato alla Hamsik, un po’ mezzala, un po’ trequartista, un po’ mediano. In difesa Cambiasso sostituisce lo squalificato Samuel, accanto a Guarin ci sono Zanetti e Gargano, sulle fasce Nagatomo e Pereira; in avanti il tandem è composto dal rientrante Cassano e da Diego Milito. Soliti 11, invece, per il Napoli. L’equilibrio iniziale si rompe dopo appena otto minuti, quando una disattenzione della difesa degli azzurri consente a Fredy Guarin di segnare il suo terzo gol in campionato con un piatto destro al volo che buca De Sanctis sul primo palo. La partita si spacca, il Napoli prova immediatamente a reagire, Insigne e Cavani causano più di qualche grattacapo per la difesa nerazzurra. Ranocchia e Cambiasso vanno spesso in difficoltà, invece Juan Jesus gioca da gladiatore, mordendo chiunque gli passi davanti. Insigne va vicino al pareggio con due conclusioni di pregevole fattura, Cavani, invece, si mangia un gol che probabilmente non ha sbagliato nemmeno nelle partitelle tra amici. Qui si vede la solita, spietata Inter: contropiede al 39’, palla in verticale di Guarin per Milito che, col destro, batte per la seconda volta De Sanctis e torna al gol dopo quattro turni di digiuno. La Beneamata ritrova finalmente il suo Principe azzurro (anzi, nerazzurro). Nella ripresa Mazzarri cambia subito volto ai suoi, inserendo Pandev al posto di Gamberini e passando a 4 in difesa. Al 54’ arriva il gol che riapre i giochi: traversone rasoterra di Hamsik per Pandev, Handanovic compie un doppio miracolo sul macedone e uno su Maggio (anche se la palla sembrava essere entrata); sulla respinta corta arriva come un fulmine Cavani che ribadisce in rete il suo gol numero 11 in campionato. Stramaccioni butta nella mischia Palacio e Coutinho per Cassano e Milito, Mazzarri inserisce Dzemaili per Inler e Mesto per l’acciaccato e deludente Marek Hamsik. A sei minuti dalla fine Alvaro Pereira rischia di segnare nella sua porta con uno sciagurato tocco d’esterno sinistro, ma il risultato resta invariato fino al triplice fischio di Rizzoli. L’Inter torna al secondo posto a -4 dalla Juventus, ma la notizia di giornata è un’altra: i bianconeri rosicchiano altri due punti sulle concorrenti per il titolo.

Udinese e Lazio, dopo i postumi delle gare di Europa League, giocano le loro partite nella giornata di lunedì, rispettivamente a Genova contro la Sampdoria e a Bologna contro i rossoblù di Pioli. Alle 19 è la volta dell’Udinese, che vuole dare continuità alla vittoria della scorsa settimana contro il Cagliari e dimenticare le brutte pagine europee; di fronte la Samp, fresca dell’ottimo pareggio ottenuto a Firenze e rigenerata dopo la bella vittoria nel derby dell’ormai lontano 18 novembre. Dopo un avvio incoraggiante per i padroni di casa, vien fuori la formazione di Guidolin, che trova il gol del vantaggio al minuto numero 17 con il secondo guizzo consecutivo di Danilo, di testa su calcio d’angolo di Totò Di Natale. È Basta l’uomo in più dell’Udinese, insieme all’ispiratissimo Pereyra; sono loro due, infatti, a cambiare la marcia per i bianconeri (per l’occasione in tenuta completamente nera), che trovano il raddoppio al 26’ con il 162° gol in Serie A del capitano Di Natale, che approfitta di un intervento troppo molle di Berardi per battere Romero per la seconda volta. Nella ripresa Ferrara inserisce Pozzi ed Estigarribia per Maresca e Gastaldello e proprio il numero 9 blucerchiato spreca la palla gol più clamorosa per riaprire i giochi. Al 63’, infatti, Gervasoni concede un calcio di rigore alla Samp per fallo di Allan su Icardi, ma Pozzi dal dischetto si fa ipnotizzare da Brkic. A questo punto, però, la Doria molla definitivamente e l’Udinese potrebbe anche dilagare con un destro a giro del solito Di Natale, su cui vola in angolo Romero. Lo spettro retrocessione (terzultimo posto distante appena 3 punti), dopo il mini ciclo positivo fatto di sette punti in tre partite, torna a farsi minaccioso dalle parti di Bogliasco. Per l’Udinese, invece, forse inizia una nuova stagione: ottavo posto ed Europa che non è poi così lontana.

La Lazio, in quel di Bologna, è chiamata a rispondere alle grandi. Petkovic lascia inizialmente in panchina Klose ma recupera Marchetti; Pioli deve rinunciare allo squalificato Gabbiadini, sostituito da Kone. Le prime e uniche occasioni del primo tempo arrivano da iniziative individuali: la prima porta la firma di Candreva, bravo a trovare un pertugio in area, meno a battere a rete. La seconda, al 45’ già scoccato, è prodotta dalla strana coppia Ciani-Biava: la conclusione del seriatese è respinta con balzo felino da Agliardi. La produzione offensiva della Lazio non va oltre. Kozak gioca al “gatto col topo” con i due centrali avversari, Mauri si inserisce poco e male fra le linee, persino il profeta Hernanes è immalinconito e privo di spunti. Il Bologna, oltre a godere di ottima salute e buonissimo carattere, è ordinato e non si scompone mai. Gioca in ripartenza, anche se Radu si oppone un paio di volte, fra primo e secondo tempo, sulle conclusioni ravvicinate di Cherubin e Taider. Lo sforzo degli uomini di Pioli, in generale, è molto più apprezzabile. Palla a Gilardino, che fa salire la squadra e “chiama” gli inserimenti dei compagni. Diamanti si concede qualche rara scorribanda sulla trequarti, ma il vero colpo lo sfiorano Guarente e Pasquato, entrambi da fuori. Neanche l’ingresso di Klose riesce a scuotere una Lazio imballata, che resta anche in dieci per l’espulsione di Kozak all’88’. Per il resto, carte alla mano, due elementi richiedono l’attenzione di Petkovic: uno è che la squadra non vince in trasferta da più di due mesi (0-3 a Pescara) e da quel momento non ha mai segnato (prima di stasera, nemmeno contro Fiorentina, Catania e Juventus); il secondo è che la Lazio, grazie al punticino tirato, rimane quarta da sola in classifica, appena davanti Roma e Fiorentina. È il dato più confortante di una serata alquanto cupa.

In virtù di questi risultati, la Juventus è sempre prima in testa alla classifica con 38 punti, seguita dall’Inter a 34 e dal Napoli a 33. Il fanalino di coda è il Siena, con 11 punti. El Shaarawy resta il re dei cannonieri, con ben 13 reti realizzate, pedinato dal Matador Cavani, a quota 11.

I TOP

Francesco Totti (ROMA): Trentasei anni e non sentirli. Niente di originale in questa affermazione ma essere originali di fronte ai gol numero 220 e 221 di un autentico fuoriclasse diventa anche difficile. Così come è impossibile non stropicciarsi gli occhi e alzarsi in piedi di fronte alla qualità e soprattutto alla quantità di questo “ragazzino” col numero 10 sulle spalle. IMPRESSIONANTE.

Fredy Guarin (INTER): Gol e assist, ma non solo. Il colombiano domina il centrocampo con corsa, qualità e senso tattico. Trequartista quando l’Inter attacca, mediano in fase di non possesso: è lui l’uomo partita. FORMIDABILE.

Gonzalo Bergessio (CATANIA): Segna una doppietta (la seconda stagionale) e regala ai suoi la prima vittoria in trasferta. Si conferma un goleador di discreto livello. SORPRESA.

I FLOP

Emiliano Viviano (FIORENTINA): Vero che con qualche intervento evita la goleada anticipata. Sul suo conto però pesano due erroracci in occasione delle reti di Castan e Totti. Può e sa fare meglio di così e l’ha dimostrato anche all’Olimpico. SCIAGURATO.

Jean Francois Gillet (TORINO): Una giornata storta può capitare a tutti, anche a lui. Regalare due gol a una squadra come il Milan però è decisamente un eccesso di generosità sportiva, mettiamola così. DISASTROSO.

Michel Morganella (PALERMO): Nel primo tempo Gasperini gli affida il compito più difficile, ossia marcare Pirlo. Lo svizzero non ci fa una brutta figura, ma quando viene spostato sulla destra iniziano i problemi. Si prende un giallo che ci può stare, ma il secondo, per come arriva, assolutamente no.INAFFIDABILE.


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