L’Inferno Monacale di Suor Arcangela Tarabotti
di Pancrazio Caponetto – ” Se l’Evangelio dice che «In Inferno nulla est redentio» et che «Ibi erit fletus et stridor dentium» queste son conditioni che rendono poco dissimile il monastero dagli abbissi infernali. Non mai può sperarsene la liberatione e ’l fonte dell’amarissime lacrime dell’infelici è tanto abbondante che dà sembiante di stanza de’ danati a quel loco ove sono miseramente condenate.”
Queste parole di Suor Arcangela Tarabotti al secolo Elena Cassandra Tarabotti ( Venezia,1604 – 1652 ) sono contenute nella sua opera L’Inferno monacale.L’opera mai pubblicata vivente la Tarabotti, è stata trascritta ed edita nel 1990 dalla studiosa Francesca Medioli.
Elena Cassandra entrò nel 1617, come educanda nel monastero benedettino di Sant’Anna in Castello a Venezia e qui col nome di Suor Arcangela fece la professione solenne nel 1623, rimanendo poi nel monastero fino al giorno della morte. La sua fu una monacazione forzata voluta dalla famiglia forse a causa di un handicap fisico, una zoppia congenita. Elena non aveva una vocazione allo stato monacale e fu costretta a cedere all’autorità paterna che essa chiama di frequente “tirannia”. Più che una vocazione religiosa, Arcangela manifestò nella vita una vocazione letteraria e la scrittura riuscì a renderle sopportabile l’esistenza nel monastero. In vita riuscì a far pubblicare quattro opere mentre altre andarono perdute o rimasero inedite, tra cui, come detto, L’Inferno monacale .
Dalla lettura del suo epistolario, Lettere familiari e di complimento (Venezia, Guerigli, 1650) veniamo a conoscenza dei rapporti familiari, politici e letterari che la Tarabotti riuscì a stringere nonostante fosse reclusa in monastero.Ebbe contatti epistolari con dogi come Francesco Erizzo e Francesco Molino; con la granduchessa di Toscana Vittoria della Rovere; col duca di Parma Edoardo Farnese; col cardinale Giulio Mazzarino. Numerosi anche i letterati che entrarono in contatto con Suor Arcangela, primo fra tutti Giovan Francesco Loredano, intellettuale di spicco nella Venezia del Seicento, “anima” dell’Accademia degli Incogniti.L’Accademia rivestiva un ruolo di primo piano nel campo della cultura e dell’editoria veneziana, molti dei suoi intellettuali apprezzarono la novità, l’anticonformismo, la spregiudicatezza dell’opera della Tarabotti.Temi che emergono soprattutto nell’ Antisatira del 1644, nello scritto intitolato Che le donne siano della spetie degli huomini del 1651 e in La semplicità ingannata, pubblicata dopo la sua morte. “In esse – come ha scritto la Medioli – il punto di vista tutto politico di Arcangela Tarabotti e il suo proto femminismo appaiono in piena nitidezza: prima di tutto la denuncia delle monacazioni forzate, cogente problematica a lei contemporanea mai rivendicata in termini personali, e poi il diritto alla parità in termini sociali ed economici e anche di opportunità (lo studio prima e poi il diritto al lavoro) fra uomo e donna, il diritto di partecipare alla vita pubblica e a quella religiosa, il diritto alla sessualità.”
Non stupisce, pertanto che La semplicità ingannata fosse censurata dalle autorità della Chiesa e messa all’Indice in quanto fortemente critica dell’istituto monastico e della clausura. Oggetto di censura furono soprattutto i passi in cui si paragonava il chiostro all’Inferno : “se su la porta dell’Inferno è scritto: Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate, su la porta de’ monasteri ancora puossi scrivere il medesimo ” . Un paragone che, come si è visto in apertura, la Tarabotti sviluppava ampiamente nell’ Inferno monacale.
L’opera è dedicata alla Serenissima Repubblica di Venezia, ” Republica nella quale, più frequentamente che in qual altra si sia parte del mondo, viene abusato di monacar le figliole sforzatamente”. Nella dedica Suor Arcangela precisa che non è suo intento “biasmar la religione”, ma solo prendere posizione contro quei “padri e parenti che con violenza imbavarono le figliole”. Entrate in monastero intorno ai nove anni,” incarcerate non in chiostro santo e religioso “, la bambine perdono presto la loro purezza, avanzando nell’età diventano peggiori e “s’incaminano nell’offesa del loro mal volentier accetato Sposo”, vivendo con poca decenza religiosa.
L’obbedienza ai genitori è dovuta – osserva la Tarabotti – ma solo nelle cose lecite e giuste non nelle irragionevoli, come costringere una figlia alla monacazione contro la sua volontà.
Suor Arcangela si scaglia poi contro l’usanza delle famiglie dell’epoca che non badavano a spese nell’assegnare una dote alle figlie da maritare mentre diverso era il destino delle bambine da rinchiudere in convento : ” O miserie, o tormenti veramente d’Inferno per quelle infelici che, senza niun altra provissione che quella poca dote, povere nelle ricchezze de’ travagli, vien a forza sigilate ne’ chiostri! ”
Nei conventi era imposto alle monache il voto di povertà, esse dovevano staccarsi da ogni bene terreno, morire al mondo e vivere solo per Dio. Per la Tarabotti, invece, la povertà doveva essere abbracciata dalle religiose volontarie non dalle rinchiuse in clausura dalla tirannia dei padri. Ed ecco come descrive il misero abbigliamento di una di esse: ” … la condenata alla tomba d’un chiostro è necessitata a coprirsi la gamba di rozza rassa et adatarsi al piedi un zoccolo di legnio mal vestito di cuoio e cingersi al collo un bavaro così nemico della ricchezza che la priva d’tesori donatoli dalla nattura; esercita le mani intorno esercitij vili et imonde schifezze, è bisogniosa insino d’un infelice ago, o spila e, fra poveri cenci, va mendicando insino il suo proprio valere per valersene, ma essendole anegato o prolongato il dargliele, resta a penare fra’ suoi dissaggi. ”
Vengono poi descritte tutte le fasi della professione solenne (“tragiedia e mestissima rapresentatione”) di una suora di clausura. La ricostruzione si chiude con una significativa citazione di alcuni versi del canto terzo dell’Inferno di Dante:
” Quivi sospiri e pianti et altri guai risuonano per l’aria senza stelle che al cominciar io già ne lacrimai… ”
Fin dal noviziato la futura suora è tenuta al voto dell’obbedienza che si trasforma, per chi è priva di vocazione religiosa, in momenti di sfruttamento ed umiliazione : ” Ma la novizza spirituale, – scrive la Tarabotti – sino che con tal tittolo si va disponendo per sostentar al la ponderosa carica della proffessione, è ricca d’ogni mancanza: sia pur di sangue serenissimo ed hillustrissimo, nulla di rispetto le vien portato, anzi è impiegata nelle maggiori fattiche. Le più immonde schifeze, fugitte dalle più vili serve nelle case private, ad essa son risservate per esercitio. ”
La novizia è esposta anche alle insidie delle monache più anziane. Esse “… sotto spoglia di religiose, cuoprono il veleno, hanno parole d’amore, effetti d’odio, apparenza di dolcezza o begninità, ma lacci orditi, inganni tessi: portano humile il volto, ma superbo il core. E chi pottrà descriver queste finte religiose?! ”
La Tarabotti paragona, come si è visto, il chiostro all’Inferno ma talvolta anche alla corte di un principe:” Il viver d’hoggi in tal uno di questi chiostri è poco disimil dal vivere in corte, ché, se questa può dirsi raccolta d’huomeni depravati, quelli dir si ponno ricetti di donne disperate. Se ivi una moltitudine di vitiosa gente, sagacce, di corotti costumi, altro non essercita che invidiosa concorenza, qui pur anche trionfa l’astutia, regnia la superbia in chi meno duria pretenderla, volano l’altezza e la boria in ogni parte; …”
La vita nel chiostro è lontana, scrive la Tarabotti, dai precetti degli “institutori delle veraci religioni”. Ella ricorda gli insegnamenti di S. Francesco, S. Domenico, S. Geronimo ed immagina che essi tutti uniti, si rivolgeranno alle “finte monache” con queste parole : ” Le leggi da voi osservate già non furono le nostre sante regole, ma, sforzate dall’ingiuste leggi del mondo, in mille modi che con violenza ivi vi sigillarono, l’havete e depravate e deturpate.”
Nel chiostro dove dovrebbe esserci umiltà, dove le suore dovrebbero amarsi come sorelle regnano “… due maniere di cecità: l’una, non conoscer se stesso e suoi diffetti, l’altra, il veder in altrui quelle colpe che non sono. Ambidue questo si rittrovan nell’anima della non vera religiossa e dalla prima è congionta la seconda, poi ché l’esser talpe in iscorger i proprij diffetti fa che elle sian tant’Arghi occhiuti ne’ mancamenti delle sorelle,…”
Con frode ed ipocrisia alcune suore giungevano ad ottenere “gli ambìti gradi primieri ” : ” Queste tali però – scrive la Tarabotti – arrivan a tal honore non con altri meriti che con una bona apparenza sotto cui tengan celata una real e perfetta malitia. Il lor dessio ad altro non s’estende che andar di continuo opprimendo l’altre et avantaggiando se stesse. ”
L’atto d’accusa di Suor Arcangela non era rivolto contro la religione né contro le donne che sceglievano spontaneamente la via del chiostro e anzi “col capo per riverenza chino”, ella esaltava “alle stelle” “la santità e merito di quei monasterij e monache che son rettamente governati e che, chiamate da celeste inspiratione, vollontarie corrispondono esponendosi a pattimenti di monasticha vita. ”
Era la monacazione forzata che allontanava le donne dalla vera religione, dalla visone di Dio, dalle bellezze del creato e riduceva la loro esistenza a un inferno in terra come la Tarabotti ribadisce in chiusura della sua operetta : ” Se la perpetuità di crucij e la privation della divina vissione sono i due maggior tormenti de’ condennati all’Averno, eccoli ambo in eccelenza nel monastico Inferno, ove s’entra senza spene di mai più in etterno riuscirne; e disperatamente entrandovi, non solo non si conosce e vede la Divina Maestà, ma si riman anche prive di veder l’opere dal Perfetissimo Architettore fatte, cioè la vaghezza di sì maraviglioso teatro com’è il mondo che pur, tanto per le monache quanto per altri, dalla Suprema Man fu fabricato. ”
Le parole di Suor Arcangela sulla vita nei conventi di clausura non vanno considerate una forzatura.Esse “fotografavano”, per dir così, una situazione reale. Sant’ Anna ( il monastero veneziano dove visse la Tarabotti ) era un monastero chicchierato : ” nell‟inverno 1608-1609 – ricorda la Medioli in un suo studio – era stato teatro di uno scandalo che aveva visto coinvolti non meno di una decina di “monachini” (così chiamati coloro che amoreggiavano con le monache) facenti parte della „ meglio gioventù‟ dei patrizi veneziani di quella generazione. ” Sappiamo, inoltre, che il Concilio di Trento aveva imposto la stretta clausura alle monache della cristianità. Si trattò in sostanza di una misura carceraria “che venne vigorosamente fatta osservare, sia come clausura attiva (l‟uscita dal convento) sia come clausura passiva (chi vi entrava, anche se di sesso femminile). E che la vera e propria ossessione su di essa, di cui partecipavano sia le autorità religiose sia quelle secolari, era mantenere il suo involucro inviolato, a rappresentare le monache non violate:…” ( Francesca Medioli, Arcangela Tarabotti fra storia e storiografia: miti, fatti e alcune considerazioni di carattere più generale ).
Alla luce di queste considerazioni emerge con maggiore chiarezza la forza e l’importanza dell’Inferno monacale e delle altre opere della Tarabotti. Suor Arcangela seppe superare la sua triste condizione coltivando la vocazione letteraria. Seppe, inoltre, denunciare con determinazione e coraggio un male del suo tempo: la monacazione forzata. Si guadagnò così la stima e l’apprezzamento dei contemporanei ( è il caso dell’Accademia degli Incogniti ) e dei posteri ( è il caso dell’erudito veneziano Apostolo Zeno, nel Settecento, di Benedetto Croce e più recentemente di Emilio Zanette e Francesca Medioli, fino ad arrivare all’illustre storico della letteratura Alberto Asor Rosa che nella sua Storia europea della letteratura italiana, del 2009, l’ha definita “il caso più rilevante di intellettualità femminile nel perioro in questione”).
Pertanto è giusto concludere con le parole della Medioli: ” Oggi, a distanza di quasi quattro secoli, consola … saperla ripagata delle sue sofferenze personali per le quali certamente continuerò a piangere, anche se solo in termini metaforici e storiografici, grazie a una fama che, per sua immensa fortuna, le giunse in vita e che le sopravvive ancora adesso, immutata, in morte. “



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