Il Regicidio Di Gaetano Bresci In Uno Scritto Di Amilcare Cipriani
” Dalla folla immensa di vittime della miseria e dei massacri della Lunigiana, di Sicilia e di Lombardia è sorto un vendicatore: Bresci. ”
Con queste parole Amilcare Cipriani ricordava l’anarchico Gaetano Bresci che, il 29 luglio del 1900, a Monza, uccise a colpi di pistola il re d’Italia Umberto I. L’attentato suscitò enorme scalpore nel Paese. Quasi tutte le parti politiche invocarono una stretta repressiva nei confronti degli anarchici. Ben pochi analizzarono lucidamente l’accaduto, fra questi Amilcare Cipriani. Su vari giornali francesi egli espresse la sua opinione mostrando ammirazione per Bresci e attirandosi l’ira di buona parte della stampa italiana che ne chiese l’estradizione. Successivamente egli motivò in maniera più articolata le sue posizioni in un opuscolo pubblicato a Parigi nel settembte 1900: Bresci e Savoia – Il regicidio.
Ma chi era Amilcare Cipriani ? Amilcare Cipriani era nato ad Anzio ( Roma) nell’ottobre 1844. Nella prima parte della sua vita prese parte attiva alle vicende del Risorgimento italiano: partecipò tra le fila dell’ esercito piemontese alla battaglia di San Martino (1859), fu con Garibaldi nella spedizione dei Mille, prima, e nell’episodio di Aspromonte (1862), poi. Politicamente condivise fin da giovane l’atmosfera rivoluzionaria e l’ostilità al governo del papa che si respirava in Romagna, dove si era trasferito.
Dopo il fallimento della spedizione dell’Aspromonte fu costretto a riparare in Grecia in quanto per unirsi a Garibaldi aveva disertato dall’esercito piemontese. Significative esperienze degli anni successivi della vita di Cipriani furono la partecipazione alla fondazione della Prima Internazionale (1864 ) ; la promozione, insieme ad altri immigrati italiani, durante il soggiorno in Egitto, delle prime società operaie di ispirazione democratico – repubblicana; la partecipazione alla terza guerra di indipendenza (1866) sempre tra le truppe di Garibaldi.
Tornato in Egitto fu coinvolto in un episodio, una rissa in cui uccise un uomo e due guardie egiziane che cercavano di fermarlo. Fu pertanto costretto di nuovo a lasciare il paese rifugiandosi a Londra dove entrò in contatto con Giuseppe Mazzini, il grande padre del Risorgimento italiano.
A partire dal 1870 troviamo Cipriani in Francia attivo nell’esperienza della Terza Repubblica e della Comune di Parigi. Catturato dalle truppe del governo di Versailles, subì una prima condanna a morte, cancellata da Adolphe Thiers, presidente della Repubblica francese, e una seconda pena capitale alla quale scampò per la commutazione in deportazione a vita. Pertanto nel 1872, insieme a un gruppo di comunardi, fu inviato nella Nuova Caledonia dove rimase otto anni. Fu liberato nel 1880 in seguito ad un’amnistia concessa dal governo francese.
Nel 1881 Cipriani fu in Svizzera dove strinse rapporti con l’anarchico Carlo Cafiero, progettando un ‘insurrezione antimonarchica in Italia. Ma appena rimise piede sul suolo italiano venne arrestato e incriminato per cospirazione contro la sicurezza dello Stato e per gli omicidi commessi in Egitto. Venne condannato a venticinque anni di carcere. Il suo divenne un vero e proprio caso politico: esponenti dei partiti di sinistra, radicali, socialisti, repubblicani e personalità di spicco della cultura italiana, tra cui Carducci, Saffi, Costa e Turati si schierarono in sua difesa. Il governo, messo sotto pressione valutò la possibilità di liberare Cipriani, ma il condannato non volle firmare la domanda di grazia. La situazione si sbloccò nel 1888 quando con un atto di clemenza Cipriani venne scarcerato.
Si trasferì nuovamente in Francia a Parigi mantenendo contatti col movimento anarchico col quale non mancarono dissidi in quanto egli era favorevole all’unione di tutte le forze antimonarchiche italiane. Nel 1893 fu al congresso dell’Internazionale socialista, dove si schierò al fianco degli anarchici espulsi per i contrasti con la maggioranza dei delegati marxisti. In questi anni non mancò di partecipare ad imprese militari come la guerra greco – turca del 1897. Ferito nei combattimenti trascorse un breve periodo in Italia venendo eletto al Parlamento. Annullata l’elezione, Cipriani si trasferì definitivamente a Parigi dove lavorerà come redattore prima al giornale La Petite Republique e poi all’Humanité, continuando a frequentare gli ambienti del socialismo transalpino. Proprio qui, a Parigi egli, nel settembre del 1900, pubblicherà il suo opuscolo Bresci e Savoia – Il regicidio.
In apertura del suo lavoro Cipriani risponde a quanti sostenevano che fu per la “bontà” di Re Umberto che egli venne liberato dal carcere nel 1888. Menzogna – scrive Cipriani – in carcere ” vi fui inviato nel nome del re e ne uscii per volontà di popolo, sopratutto dei due collegi elettorali di Forlj e Ravenna, ove fui eletto deputato nove volte come protesta contro la mia condanna ingiusta ed infame. Fu l’opinione pubblica che forzò il re a firmare la mia grazia, grazia che disprezzai di domandare e che mi sarei creduto disonorato se l’avessi fatto. Al vostro re e a voi non devo nulla, non ho mai nulla domandato….Io, alla vostra monarchia, spogliatrice e sanguinaria, non devo che bagno, reclusione, prigione, esilio, ferite, calunnie ignobili ed infami.”
Messa in chiaro questa questione, Cipriani viene a parlare del regicidio riportando quanto da lui scritto sul giornale francese Petite Republique. Alla notizia dell’uccisione del re d’Italia seguiranno – osservava Cipriani – servili biografie e panegicirici menzogneri per un uomo che ” durante più di vent’anni di regno non ha saputo far nulla di bene, ma anzi fece molto male.” Degli anni di regno di Umberto I vengono ricordati quindi i momenti peggiori : gli effetti disastrosi della Triplice Alleanza, l’avversione alla Repubblica francese, il disastro sanguinoso di Adua, i massacri del popolo in Sicilia e a Milano, le persecuzioni “feroci ed inique” di socialisti, anarchici, repubblicani, semplici liberali, la miseria crescente tra la gente e l’emigrazione da questa causata.
Dopo l’attentato, scrive Cipriani, si è scatenata la reazione del governo e della Polizia: “Migliaia di famiglie sono gettate nella miseria e nella desolazione per gli arresti e le condanne ingiuste ed arbitrarie dei loro capi, dei loro sostegni. Non vi è sicurezza per nessuno e ciò senza distinzione di sesso nè di età. …. Le condanne per apologia di regicidio piovono come grandine, ciò che prova che non tutti disapprovano l’atto di Bresci. Una parola, uno sguardo, un nonnulla è un delitto di lesa maestà. Per avere io scritto l’articolo qui riportato, mi hanno chiamato il parricida ed hanno chiesta la mia estradizione dalla Francia.”
Cipriani riportava poi un passaggio del giornale francese Le Soir, dove Gustavo Kahn aveva definito nobili gli scopi degli attentati anarchici, frutti non di un assassinio ma di un atto di giustizia. Bresci, che colpì il re d’Italia conosceva la repressione di Milano, i moti di Sicilia e, concludeva Kahn: ” Questo non è un delitto, ma è guerra di casta”.
Sono argomentazioni riprese e sviluppate da Cipriani che giunge a definire Bresci un “eroe” , “perchè sarà sempre un eroismo l’osare di colpire un potentato in pieno giorno in mezzo alla folla circondato dai suoi soldati e dai suoi sbirri. Immolarsi ad una morte certa, o ai lunghi supplizii della cella, peggiori della morte, per vendicare le vittime di un re, è veramente grande. ” E’ questo, osserva ancora Cipriani, l’insegnamento della storia che condanna i tiranni ed esalta i coraggiosi che li hanno uccisi: Armodio ed Aristogitone che liberarono la Grecia da Pisistrato; Bruto e Cassio che pugnalarono Giulio Cesare; Cronwell che fece cadere la testa di Carlo I ; quei grandi che in Francia nel 1793 ghigliottinarono Luigi XVI e sua moglie.
Persino i monarchicici riconoscono questa verità : II giorno dopo i funerali di re Umberto le associazioni monarchiche si recarono al Quirinale per manifestare sostegno al nuovo re al grido di : Viva Trieste! Viva Trento! Viva Oberdan. Guglielmo Oberdan che aveva attentato alla vita dell’imperatore d’Austria amico ed alleato di Casa Savoia. Il re e la regina si affacciarono al balcone ringraziando la folla. ” E i giornali della monarchia – scriveva Cipriani – mi chiamano parricida perchè ho detto: Bravo Bresci! Buffoni! ”
Egli ricorda poi i casi di Felice Orsini, attentatore di Napoleone III ed Agesilao Milano che tentò di uccidere il re di Napoli .Il primo, ricordato con lapidi in diverse città italiane, il secondo con una statua e una via che porta il suo nome. Pertanto : ” Il regicida non è un delinquente volgare che uccide pel gusto di uccidere. Quando si esaminano le cause che produssero la morte del re, si trova che vi è a carico del suo passato morte, massacri, miserie, oppressione brutale del popolo, dolori che armarono il braccio d’un uomo per vendicare i suoi fratelli: sentimento lodevole che lo rende un eroe. ”
E ancora: ” Come i martiri cristiani rischiavano la morte nel circo, per rovesciare i falsi dèi, così i ribelli contemporanei rischiano la morte del patibolo o quella generata dalle malattie nei reclusorii per precipitare i re nell’abisso della morte: i due atti sono identici. ”
Cipriani viene poi a considerare i rapporti tra Casa Savoia e Vaticano dopo l’uccisione di Umberto I. La regina Margherita scrisse una lettera a Monsignor Bonomelli vescovo di Cremona chiedendogli di approvare, copiare e pubblicare una preghiera da lei scritta in memoria del re. “Essa – scrive Cipriani – ha visto che era il momento di giuocare la gran carta, cioè di gettare la nazione nelle braccia del Vaticano. Ecco lo scopo di questa preghiera. Domandando il permesso al vescovo Bonomelli di copiarla, approvarla e pubblicarla essa ha fatto un atto di sommissione al Vaticano.” Atto che non sortì effetto alcuno. Il Vaticano non ordinò la santa messa per Umberto e non presentò le sue condoglianze. Solo per opportunità il papa dispose i funerali religiosi per Umberto, non essendo il sovrano personalmente scomunicato, anche perché il governo italiano esercitò una forte pressione. Inoltre il Sant’Uffizio proibì in tutte le chiese e luoghi di culto la preghiera della regina Margherita. ” Il Vaticano – commentava Cipriani – ha dato una grande lezione di rettitudine e di coerenza al Quirinale.”
Dopo il 1870 la monarchia aveva più volte tentato di battere la strada della conciliazione con il papato. Invano, come dimostrava l’atteggiamento del Vaticano dopo l’uccisione di Umberto. Atteggiamento che Cipriani finisce per apprezzare : ” Fra il libero pensiero che ha fatto breccia nei troni dei papi, e il clero, non v’è conciliazione possibile. La monarchia la vuole, i preti la respingono sdegnosamente: i preti hanno ragione. ”
L’opuscolo di Cipriani è in sostanza un’apologia del regicidio, un atto d’accusa contro la Casa Savoia, Può sembrare vi sia cinismo nelle sue parole, ma così non è. E’ un’analisi storica, appassionata e coraggiosa di quarant’anni di monarchia italiana e delle lotte del popolo per conquistare dignità. “Tutti i vili compromessi, – scrive Cipriani a conclusione del suo opuscolo – tutte le apostasie, tutte le debolezze non hanno arrestato nè arresteranno nemmeno per un istante questa lotta accanita fra reazionari e rivoluzionari, fra il presente e l’avvenire, e la vittoria finale, è certo, resterà all’avvenire. “



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