Aldo Capitini sorvegliato speciale della polizia

di Pancrazio Caponetto – Aldo Capitini il Gandhi italiano, l’antifascista liberalsocialista, il teorico della religione aperta, il promotore della marcia della pace Perugia-Assisi, fu sorvegliato speciale dalla polizia dal 1933 al 1968.
Se l’attenzione della Polizia nel ventennio fascista si comprende per l’antifascismo dimostrato dall’intellettuale umbro, meno chiara è la situazione nel secondo dopoguerra, quando nell’Italia nata dall’antifascismo la figura di Capitini non avrebbe dovuto più apparire agli occhi della Polizia come quella di un sovversivo. Luce su questi temi è fatta dal volume Dossier Capitini sorvegliato speciale dalla Polizia pubblicato nel 2014 a cura di Andrea Maori e Giuseppe Moscati con prefazione di Goffredo Fofi.

Andrea Maori ha rintracciato un imponente mole di documenti presso l’archivo centrale dello Stato. Egli ha voluto studiare attraverso l’attenzione al sovversivo Capitini, l’evoluzione dell’atteggiamento degli apparati di Polizia dello Stato italiano fascista e Repubblicano nei confronti di coloro che erano
ritenuti “nemici interni”. Quel che è certo e che anche nell’Italia democratica esisteva una rete di sorveglianza e, finito il fascismo, le strutture organizzate dal Regime, soprattutto a livello periferico, non furono smantellate ma continuarono ad esistere.
Maori ha analizzato innazitutto le carte su Capitini risalenti al ventennio fascista che provengono dagli archivi del casellario politico centrale e dalla divisione di Polizia politica. Nel casellario politico centrale confluivano le notizie relative agli oppositori del regime, controllati, vigilati e eventualmente colpiti. Negli archivi della divisione di Polizia politica i fascicoli su Capitini sono più corposi e si nutrono delle notizie che Prefetture e Questure fornivano sugli antifascisti.
Il primo documento della Polizia “dedicato” a Capitini risale al 1933. Nel 1930 egli era diventato segretario economo della Scuola Normale Superiore di Pisa. Nel 1933 si rifiutò di prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista e venne allontanato dal posto occupato. Da quel momento verrà strettamente controllato dalla Polizia. Ecco come in quelle carte di Polizia viene descritto l’intellettuale umbro: ” Di temperamento calmo, di ingegno vivo e di volontà ferrea è giovane studiosissimo apprezzato e stimato dai professori per l’eccezionale cultura di cui è dotato. ” ” Egli però – si legge ancora nelle carte – risulta di sentimenti contrari al regime e dai suoi insegnanti viene definito un gandista.” La Polizia,tuttavia, non lo riteneva un elemento pericoloso non avendo egli esercitato propaganda delle sue teorie.

All’attenzione della Polizia finì anche la corrispondenza di Capitini con Claudio Baglietto, assistente alla Normale di Pisa del Professor Carlini. Baglietto, recatosi in Germania con una borsa di studio, decise di non fare ritorno in Italia, fedele ai suoi ideali di nonviolenza, condivisi con Capitini, e incompatibili con il fascismo.
Tornato a Perugia, sua città natale, Capitini continuò a coltivare le sue idee sulla nonviolenza e sulla religione che giungeranno a piena maturazione nel volumetto del 1937 Elementi di un’esperienza religiosa, testo di riferimento per tutta una generazione di antifascisti. Il testo sfuggì al controlo della censura forse ingannata dal titolo, dal quale non sembravano emergere spunti di opposizione al regime.
Nel frattempo Capitini si avvicinava al movimento liberalsocialista, movimento antifascista nato in Italia sul finire degli anni Trenta. Per questa sua militanza Capitini verrà arrestato una prima volta nel 1942 e subirà venti giorni di carcere. Una nota del Prefetto di Perugia dello stesso anno giudica “marginale” il ruolo dell’intellettuale perugino nel movimento. Egli – si legge tra le carte – ha partecipato a qualche riunione, ma ” a motivo dell’indirizzo ascetico della sua dottrina, non è da ritenersi pericoloso “.

Nelle carte della Pubblica Sicurezza depositate presso l’Archivio Centrale dello Stato seguono tre anni di vuoto nella documentazione relativa a Capitini.
La polizia riprende a interessarsi di lui nel nuovo clima politico del secondo dopoguerra, caratterizzato da una fortissima contrapposizione ideologica tra forze di sinistra e blocco moderato-conservatore. In questo clima, come ha osservato Andrea Maori, Capitini fu tra gli intellettuali che costituivano potenziali pericoli per il regime repubblicano. Pertanto la Questura di Perugia mantenne un fascicolo aperto su di lui, fino al 1968, anno della morte.
Oggetto dell’attenzione della Polizia furono le attività delle associazioni e dei comitati di cui egli fu promotore: i Centri di Orientamento Sociale, i Centri di orientamento religioso, l’Associazione di resistenza alla guerra; non sfuggì all’attenzione della Polizia perfino l’impegno di Capitini nella Società vegetariana italiana. Precise relazioni analizzano poi il sostegno di Capitini agli obiettori di coscienza al servizio militare; la promozione e l’organizzazione della marcia Perugia-Assissi per la fratellanza dei popoli; la partecipazione al convegno nazionale di religione; la sua attività alla Scuola Normale superiore di Pisa.
In molte di queste carte Capitini viene descritto come un estremista di sinistra, collaterale al Pci. In una relazione dell’agosto del ’48 relativa all’attività di Capitini alla Scuola Normale di Pisa, egli viene definito “braccio destro” del professore comunista Lugi Russo ed anche “attivista comunista” molto più spinto dello stesso Russo.
In un documento della Polizia dell’ottobre 1952 che si riferisce all’attività del Centro di Orientamento religioso, animato da Capitini, il centro viene definito “quinta colonna dei partigiani della pace”, il movimento pacifista internazionale promosso da intellettuali del Pci e del Psi. “Dietro il C.O.R. – si legge ancora nelle carte di Polizia – c’è il pacifismo socialcomunista di ispirazione nenniana”.
Tuttavia non sempre i giudizi su Capitini erano così radicali. In una nota del gennaio del 1946, il prefetto di Perugia Luigi Peano definisce il Centro di Orientamento Sociale ( C.O.S.), promosso di Capitini, ” una scuola di democrazia aperta a tutti”. Il C.O.S., si legge ancora, ” ha lo scopo di avvicinare intellettuali e popolo, autorità e pubblico creando un costume democratico di ragionamento, comprensione e aiuto reciproco.”
In un altra nota del Prefetto Peano del settembre 1946, si sostiene che vi è una “tendenza di sinistra insita nel C.O.S., ma esso è scevro da ogni settarismo o intrigo.”

La Prefettura di Perugia, in una informativa del 1954 non mancava di sottolineare la natura di testimonianza solitaria dell’opera di Capitini: ” Nonostante il fervore organizzativo egli non è riuscito a creare che scarsi proseliti, tanto da poter affermare che mentre la sua attività passa quasi del tutto inosservata alla cittadinanza di questo capoluogo, ai convegni ed alle cerimonie da lui indette è sempre intervenuto uno scarsissimo numero di persone”.
Del resto lo stesso Capitini era consapevole della sua “solitudine” quando si dichiarava “indipendente di sinistra” o quando, facendo un bilancio dell’attività dei C.O.S., rifletteva sull’Italia del secondo dopoguerra e scriveva: ” L’Italia sta tornando alle consuetudini del regime imperfettamente democratico e del regime fascista, che sono : distacco delle autorità dal pubblico, democrazia ristretta al Parlamento e ai consigli comunali; conformismo, impotenza di riforme radicali,…” Analisi lucida di un intellettuale “scomodo” che rimase sempre fedele alle sue idee. Il regime fascista non lo ritenne pericoloso, a motivo dell’indirizzo ascetico delle sue dottrine. E invece la nonviolenza, la riforma religiosa, la nuova socialità erano l’esatta negazione del fascismo. La Polizia dell’Italia repubblicana lo considerò un estremista di sinistra, collaterale al PCI e invece era un politico senza tessera attento a denunciare la deriva partitocratica del sistema. Eppure in quelle carte di polizia troviamo qualche verità. Quando il prefetto di Perugia Peano definisce i C.O.S. “una scuola di democrazia aperta a tutti “, individua il cuore del pensiero di Capitini: la nuova socialità da costruire attraverso una vastissima rete di organi dal basso: centri sociali, consulte locali, consigli scolastici, comitati universitari. Capitini coglie i limiti della democrazia rappresentativa e propone un modello alternativo non da utopista ma da profeta .“Il profeta, in quanto volto alla realtà da liberare, è proteso verso il futuro – ha scritto Norberto Bobbio nell’introduzione al testo di Capitini Il potere di tutti – . Anche l’utopista guarda al futuro. Ma il profeta non è l’utopista. La differenza sta in ciò: mentre l’utopista disegna una stupenda struttura di società ideale ma ne rinvia l’attuazione a tempi migliori, il profeta comincia subito, qui ed ora”.
Aldo Capitini, in questo senso, è stato un instancabile profeta.

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