Novità per le professioni: resta in vigore l’esame di Stato

Il mantenimento dell’esame di Stato per l’accesso allo svolgimento delle attività professionali regolamentate è contenuto nel comma 5 dell’art.3 della L.148/2011. Fino a quando il sistema ordinistico del nostro paese non verrà superato da una regolamentazione totalmente differente, è evidente che non si può prescindere dall’esame di stato anche per quanto sancito nella carta costituzionale ( art.33 co.5). Su questo punto, al netto delle differenti posizioni sulle modalità di svolgimento e sull’organizzazione delle prove, sembrano essere tutti d’accordo tranne le associazioni imprenditoriali e l’Autorità Garante.

Le doglianze dei primi risiedono nella presunta asserita inutilità degli ordini e delle relative tutele tariffarie con nil malcelato obiettivo di asservire al potere contrattuale della committenza le prestazioni consulenziali, assimilandole genericamente ai servizi alle imprese.

Risulta poco comprensibile la posizione dell’Autorità Garante della concorrenza e del mercato cui va riconosciuta l’importanza del ruolo e dell’attività svolta per l’effettiva e reale apertura del mercato a vantaggio dei cittadini utenti .

A partire dall’ avvio dell’indagine conoscitiva sulle libere professioni, degli anni novanta, nella quale, ponendosi nel solco dell’orientamento europeo, aveva postulato una piena coincidenza tra impresa e professione intellettuale e aveva registrato la presenza di significativi limiti alla concorrenza, non effettivamente giustificate da concrete esigenze di corretto svolgimento della professione, riscontrando rilevanti asimmetrie informative in ogni settore analizzato.

Secondo l’Autority, il regime di esclusiva delle attività professionali, ammesso unicamente in favore di ipotesi tassative, dovrebbe assumere carattere eccezionale rispetto all’ordinaria forma di associazioni private riconosciute, rivestite dalle altre professioni e si dovrebbero impedire i casi di numero chiuso.

Posizioni che hanno di fatto di diviso gli addetti ai lavori tra conservatori e riformisti, anche in relazione alle reali esclusive professionali.

In tale contesto appaiono inspiegabili le posizioni assunte di recente dal Presidente Catricalà che, nel commentare le novità contenute nella manovra di ferragosto, si è spinto ad ipotizzare che l’entrata dei giovani professionisti sul mercato con 2-3 anni di anticipo farebbe guadagnare al paese un punto di Pil, nella convinzione che anticipare la percezione di un reddito e la possibilità di consumare aumenti la domanda.

La contestuale diminuzione del costo delle prestazioni libererebbe ulteriori risorse per famiglie e imprese. Entrambe le motivazioni appaiono francamente molto poco convincenti. Ma fermiamoci alla prima. Se il nostro mercato dei servizi professionali fosse realmente caratterizzato da un eccesso di domanda su un’offerta limitata di professionisti, immettere questi ultimi più rapidamente sul mercato potrebbe essere una soluzione.

Al contrario in Italia è il nanismo a contraddistinguere il comparto professionale. Conseguenza di maglie molto larghe nella fase di selezione e di accesso a quasi tutte le professioni, con la buona pace di notai e farmacisti. Una presenza già inflazionata di professionisti non farebbe trarre alcun beneficio alla collettività che già può contare su prezzi reali di mercato per le prestazioni più richieste e diffuse, già fin troppo sviliti. Si pensi alla consulenza fiscale o a quella legale per controversie condominiali, assicurative o familiari.

L’aumento del Pil non passa dall’abolizione dell’esame di Stato quanto da politiche che favoriscono la crescita dimensionale media delle strutture professionali per farle evolvere in vere e proprie società di servizi con professionisti specializzati e mezzi economici adeguati ad una competizione allargata.

Fonte: IL DENARO


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