Serie A 23^ GIORNATA: Balo is back – di Angelo Abbruzzese

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La 23^ giornata della nostra Serie A si apre con il bollente anticipo di venerdì 1° febbraio tra Roma e Cagliari. La partita dei giallorossi, e in particolare di Zeman, inizia tra i fischi ma, come vedremo, finirà anche peggio. Il match si inizia con la solita disastrosa difesa della Roma. Al minuto numero 3, Sau è libero di andar via a Marquinhos sulla destra e di servire un preciso pallone a Nainggolan, che col piatto non sbaglia. Secondo gol stagionale per il belga e gara subito in salita per i padroni di casa. A rimetterla sui giusti binari ci pensa (neanche a dirlo) capitan Totti, con una punizione rasoterra che non lascia scampo ad Agazzi. Se il primo tempo giallorosso era stato inguardabile, senza neppure un’occasione da gol, il secondo è improponibile. Dopo nemmeno 40 secondi il pupillo di Zeman, Goicoechea, accompagna nella propria porta un innocuo cross da sinistra di Avelar: sembra uno scherzo, invece è tutto vero. Lo stadio reagisce con bordate di fischi, la squadra invece molla definitivamente il proprio tecnico e smette di muoversi sul campo. Sau sfiora l’1-3 solo davanti al portiere (52’), ma un minuto dopo si fa perdonare con un colpo di testa su cross dello straripante Ibarbo. Il Cagliari non molla di un solo centimetro, colpisce due pali (con Thiago Ribeiro e Sau) e trova anche il quarto gol con Pisano (71’), che ribatte in rete proprio dopo il palo di Sau. Solo ed esclusivamente per il tabellino, ricordiamo anche il gol della bandiera romanista, firmato Marquinho, al 94’. Gli uomini di Zeman (42 gol subiti in campionato, seconda peggiore difesa dopo il Pescara) collezionano così la nona sconfitta nel torneo (terza nelle ultime cinque gare) e mollano definitivamente la corsa al terzo posto. Dopo 23 giornate di campionato, la Roma è a pezzi. La squadra esce dal campo distrutta, tra le urla del pubblico di casa, che dopo 66 minuti di non calcio sputa la propria sentenza con uno striscione tanto laconico quanto inequivocabile: “Via il boemo”. Richiesta prontamente accolta dalla società, che nella giornata del 2 febbraio esonera Zeman, affidando temporaneamente la squadra ad Andreazzoli (l’inventore dell’aurelio di Taddei).

Il secondo anticipo in programma, quello del sabato alle 18, è Torino-Sampdoria. Due squadre in grande forma, che, però, non ripropongono quanto di buono fatto nelle scorse settimane offrendo una prestazione alquanto incolore. La sfida dell’Olimpico, avara di emozioni, finisce 0-0. I granata giocano meglio nel primo tempo e sfiorano due volte il gol fra il 25’ e il 27’: prima Romero risponde bene ad una conclusione di Cerci, poi Barreto sbaglia di testa sotto porta. Nella ripresa occasione doriana con Poli. Il Toro, alla settima gara di fila senza sconfitta, sale a 28 punti, la Samp è a quota 25.

La terza gara della 23^ giornata è una partita con la “P” maiuscola: in campo, al “San Paolo”, Napoli e Catania. I partenopei vogliono l’aggancio in vetta alla Juventus, impegnata contro il Chievo qualche ora più tardi. Mazzarri propone il solito 3-4-2-1, con Grava a sostituire lo squalificato Britos, Mesto in luogo dell’infortunato Maggio e Inler inizialmente in panchina. La partita è di quelle che contano, lo si capisce subito. Il Napoli non può sbagliare e nella prima mezzora gioca un po’ contratto. Proveniente da tre vittorie consecutive, il Catania fatica, invece, a partire in velocità e a trovare profondità. Cavani & co. tessono la ragnatela del gioco con pazienza, cercando spesso Mesto e Zuniga. E proprio sulle fasce il Napoli fa male al Catania. Al 31’ un tiro sporco di Zuniga diventa un assist perfetto per Hamsik, che da due passi non può fallire. Il Napoli passa e lo slovacco firma il nono gol stagionale, dando la scossa al match. Si sveglia anche Cavani, che al 37’ centra la traversa su punizione. Il Catania prova a reagire, ma Barrientos si divora la palla del pareggio. Le squadre si allungano e il Napoli non si lascia sfuggire l’occasione del raddoppio. Al 43’ ci pensa capitan Cannavaro a deviare un cross di Hamsik e a segnare la rete del 2-0. Partita in discesa per il Napoli. Il Catania invece mastica amaro per due episodi molto sospetti del primo tempo: un netto fallo di mano di Zuniga in area di rigore e una reazione di Grava punita solo con un cartellino giallo. Il doppio vantaggio però non tranquillizza Mazzarri, che nella ripresa cambia modulo e si affida al 4-4-2, a specchio col Catania. Gli etnei alzano il ritmo e provano a riaprire la partita, ma gli spazi sono pochi e il Napoli si difende con ordine, senza mai rischiare. Al 66’ Lodi ci prova su punizione, ma De Sanctis è attento. Il Catania poi prova il forcing finale, ma in fase conclusiva agli uomini di Maran manca cattiveria e il risultato non cambia più fino al triplice fischio. Sedici punti nelle ultime sei giornate: il Napoli c’è, la Juve è avvertita.

E proprio della Juve ci accingiamo a parlare ora. I bianconeri sono impegnati nell’ostica trasferta di Verona e si presentano al “Bentegodi” con ben 5 titolari assenti (Bonucci, Chiellini, Marchisio, Asamoah e Vucinic). La Juventus entra in campo subito convinta, con quella cattiveria che era mancata durante il mese di gennaio. Occasioni da gol che fioccano, centrocampo aggressivo e condizione psicologica invidiabile. Il vantaggio arriva al 10’ con un sinistro al volo di Matri in perfetto stile Trezeguet (non ce ne voglia il francese). Occasioni da rete a bizzeffe, come detto, e non è un caso che il raddoppio arrivi prima del duplice fischio di Bergonzi. Stavolta Matri ispira l’azione, servendo Giovinco che, nonostante l’ennesima giornata in chiaroscuro, riesce ad inventare un prodigioso assist di tacco per Lichtsteiner, il migliore in campo, al 3° gol stagionale. Dopo un primo tempo quasi perfetto, ci pensa Thereau a provare a rovinare i piani della Signora, segnando la sua quarta rete in campionato. Ed è qui che vien fuori la vera forza della Juventus, capace di non destabilizzarsi e di non cadere nella tentazione di far rimontare gli avversari, com’era avvenuto già quattro volte nel mese appena trascorso. Meriti bianconeri, più che demeriti del Chievo Verona. I gialloblù provano a fare la partita e con Paloschi a tentare qualche bella iniziativa. Ma troppo forte questa Juve, che sembra essere tornata dopo un mese di gennaio abbastanza deludente. Mese nuovo, squadra nuova. Non negli elementi, perché sia Peluso sia l’ultimo arrivato Anelka sono rimangono a guardare, ma nello spirito. Un brutto segnale per il velleitario Napoli. La pressione, messa dagli azzurri con la vittoria nell’anticipo, dunque, non gioca brutti scherzi alla capolista. I bianconeri ritornano a vincere, anche a convincere, in campionato. Una vittoria voluta, cercata e trovata che significa molto sul piano morale. Ancora più che in termini di punti e classifica. Splende il sole su Verona, la Juve brilla. L’unico neo di una giornata praticamente perfetta i cori contro Balotelli degli ultras bianconeri. Vai a capire poi il perché.

L’Inter, che si è rifatta durante il mercato di gennaio, prova a sfoggiare i nuovi arrivi (Schelotto e Kuzmanovic in campo dall’inizio) per ritornare bella, ma l’esperimento è fallimentare. La squadra nerazzurra, in quel di Siena, è davvero brutta. La squadra ultima in classifica ha 26 punti in meno dei milanesi, ma il campo sembra dimostrare l’esatto contrario. Merito di un’ottima organizzazione di gioco di Iachini, che manda in campo dal 1’ il quasi esordiente Emeghara, spalleggiato dalla coppia tutta classe e fantasia composta da Sestu e Rosina. Rubin corre come un cavallo a sinistra, Schelotto non lo contiene mai e al 20’ arriva il gol del vantaggio, firmato proprio dal nigeriano Emeghara (in leggera posizione di offside) sull’assist del terzino sinistro senese. Inter male quando gli avversari attaccano ma anche in fase di possesso è deludente: centrocampisti, Guarin escluso, impiantati sulle gambe, con Cassano e Palacio troppo isolati là davanti. Scarse verticalizzazioni, pochi lampi. Ci vuole l’invenzione, serve il movimento senza palla. Pegolo è attentissimo sulla fucilata di Guarin da fermo e sull’acrobazia di Juan Jesus. Cassano, che nel frattempo si lamenta per un fallo di Belmonte in area, trova la rete del pareggio in un modo un po’ casuale. Il suo cross non trova la deviazione di nessuno e finisce direttamente in rete, per la sesta rete in campionato del talento di Bari vecchia. Passano appena due minuti e i padroni di casa tornano in vantaggio: ancora un’azione sulla sinistra, ma stavolta Schelotto non ha colpe. Sestu entra in zona Del Piero, posiziona il mirino sull’incrocio dei pali più lontano e lascia partire un destro a giro da vedere e rivedere. Stramaccioni, in avvio di ripresa, corre ai ripari: fuori un deludente Schelotto e dentro la giovane speranza Kovacic. Ma dopo dieci minuti arriva un’altra tegola per l’Inter: Chivu stende Emeghara lanciato a rete da un Sestu incontenibile e finisce anzitempo la sua partita, concedendo anche la massima punizione al Siena. Dagli undici metri Rosina stavolta non sbaglia. Inter brutta ma anche sfortunata perché Pegolo ci mette ancora la manona sul tiro di Guarin, ma sulla susseguente conclusione a giro di Cassano è solo la traversa a salvarlo. Il Siena ha ancora gambe sulle ali dell’entusiasmo: Emeghara prova a saltare Handanovic ma si trascina il pallone sul fondo, poi Sestu in versione Messi de noantri non trova la porta. L’Inter prova a cercare il gol che riapra la partita ma gli spazi sono chiusi. Guarin tenta il tiro e poco dopo pesca benissimo Palacio, la cui girata è da dimenticare. La gara si trascina verso il triplice fischio e decreta la crisi nerazzurra, che sembra ormai senza fine.

La Fiorentina di Montella finalmente si sblocca, ponendo fine al periodo nerissimo iniziato il 6 gennaio scorso. I viola ritrovano Pizarro in cabina di regia, il cileno sostituisce Aquilani squalificato. Davanti Montella riprova la coppia Jovetic-Toni ma la vera novità è dall’altra parte del campo: il ritorno di Viviano dopo due mesi. Donadoni lascia gli acquisti di gennaio in panchina e ripropone la formazione titolare: il tridente è Sansone-Belfodil-Biabiany. Anche se non spumeggiante come i primi mesi, la manovra viola è avvolgente e convincente, coinvolge in egual misura Pasqual (alla 258a presenza, raggiunge Montolivo nelle presenze dell’era Della Valle) e Cuadrado. Il Parma sonnecchia ma non rinuncia ad affondare quanto può, tutto merito di Biabiany: l’ala fa soffrire il capitano della Fiorentina e, soprattutto, Savic. L’asse francese Biabiany-Belfodil impegna Viviano, che riceve gli applausi di tutto lo stadio per il riflesso sulla girata della punta cercata anche dalla Juventus. Intorno alla mezz’ora Cuadrado sforna con i contagiri il cross giusto che sblocca la partita: Toni sovrasta Paletta e fa 1-0. Mentre i viola lasciano un po’ l’acceleratore, i gialloblù prendono campo: ancora Viviano deve intervenire su Sansone. Montella si fa sentire e allora i suoi riaccendono la luce quanto basta per arrivare all’intervallo in vantaggio. La ripresa si apre con un fulmine a ciel sereno: il gol di Jovetic. Finalmente Jo-Jo si sblocca e ritrova il sorriso, ringraziando Migliaccio per l’assist e Lucarelli per il gentile lascia passare. Questo è il colpo del ko. Il Parma, già sotto tono, non si riprende più. Donadoni prova a giocarsi qualche carta dalla panchina, ma Amauri e Mariga non smuovono le acque. La Fiorentina trotterella e i tifosi iniziano ad interessarsi più ai risultati di Inter e Lazio che della partita. Montella toglie saggiamente Jovetic, diffidato, in vista della Juve e più avanti c’è tempo per l’esordio di Larrondo. La festa è completa, la Champions è di nuovo nel mirino.

La Lazio prova a continuare la sua corsa alle zone altissime della classifica, ma arriva a Genova con assenza pesantissime: Biava e Dias, squalificati, Candreva, influenzato, ed Hernanes, infortunato. Il Genoa di Ballardini è ben diverso da quello dei suoi predecessori: il tecnico ex Cagliari sfrutta delle eccellenze come Granqvist e Portanova per mettere a posto il reparto difensivo, affidandosi alla forza fisica di Borriello e alle invenzioni di Bertolacci per scardinare la difesa laziale. E sono proprio questi ultimi due a spaccare in due la partita nel primo tempo. Dopo un quarto d’ora di totale equilibrio, è il centravanti napoletano a segnare il suo secondo gol consecutivo con una bordata sotto la traversa che non lascia scampo a Marchetti. Sette giri d’orologio più tardi e Bertolacci raddoppia: percussione centrale e sinistro angolatissimo che il portiere biancoceleste (fresco di convocazione in nazionale, era ora) non riesce nemmeno a sfiorare. Primo tempo eccellente dei padroni di casa; unica pecca, l’infortunio rimediato a Cassani, che lascia il campo per Ferronetti. L’ultimo colpo alle ambizioni della Lazio, per questa gara dato che la corsa Champions è apertissima, sembra infliggerlo l’ennesimo ko di Klose, che nell’intervallo è costretto alla sostituzione per una botta al ginocchio. Invece no: perché un’occasione fallita da Borriello e il gol di Floccari (stop e conclusione di prima sul cross di Lulic) riaprono la contesa in modo inaspettato. Il Genoa resta spregiudicato, ben spalmato sul campo; la Lazio spuntata, con poche idee e poche geometrie (tanto che Ledesma, opaco, viene sostituito da Brocchi). L’unico vero appiglio di Petkovic è l’orgoglio, perché la fortuna gli volta le spalle quando proprio il neo entrato Brocchi si fa male 7’ dopo il suo ingresso per un’entrata al limite di Matuzalem. Pereirinha fa la sua prima apparizione in A, ma l’occasione del pari, la più limpida, se la divora Konko dopo una presa difettosa di Frey a due passi dall’area piccola. Non è finita, perché il Genoa smette di giocare e si preoccupa di invadere gli ultimi quaranta metri: su un calcio di punizione battuto da Mauri, Borriello cintura Cana e Tagliavento indica il dischetto. Mauri segna e riprende per i capelli un punto fondamentale, che si materializza ulteriormente quando Kucka (minuto 87) scalfisce la traversa con un colpo di testa disperato. La parola fine, però, porta la firma di un altro acquisto dell’ultima ora: Marco Rigoni. Colpo di testa all’angolino e Marchetti, che poco prima si era immolato sempre sull’ex numero 10 del Novara, è costretto a desistere. Il Genoa si rilancia per la salvezza, la Lazio annaspa (è il secondo stop consecutivo dopo quello con il Chievo) e vede allontanarsi sempre più Juventus e Napoli.

L’Atalanta di Colantuono ritrova finalmente il sorriso, ottenendo una preziosissima vittoria sul campo del Palermo. Dopo ben sei giornate a secco, l’1-2 del “Barbera” è una boccata d’ossigeno per i nerazzurri. Nonostante un buon primo tempo, i padroni di casa nella ripresa arretrano troppo e subiscono il vantaggio dei bergamaschi con Carmona, lesto a ribattere in rete un tiro di Radovanovic respinto dalla traversa. Ci pensa poi il solito Denis, subentrato ad un Parra troppo sprecone, a chiudere il match con un bel destro in contropiede. Vale solo per la cronaca il gol nel finale del neo acquisto rosanero Nelson.

Gol e tanto spettacolo nella sfida salvezza tra Pescara e Bologna. Il match finisce 3-2 per gli uomini di Pioli. Sono ben tre i penalty fischiati dall’arbitro De Marco. Al 30’ Weiss si presenta sul dischetto e porta in vantaggio gli abruzzesi. Poi tocca a Diamanti, che al 34’ pareggia i conti sempre su rigore, e a D’Agostino, che al 45’ realizza la rete del 2-1 ancora dagli 11 metri. Infine Gilardino, al 50’, di testa, e Kone, al 66’, in acrobazia, ribaltano il risultato. Nel finale il greco ha anche l’opportunità per segnare il gol del 2-4 e la sua personalissima doppietta, ma davanti a Perin fallisce in modo abbastanza clamoroso. Pare voglia fare solo gol belli il numero 33 dei felsinei…

Il posticipo della quarta giornata di ritorno è Milan-Udinese. L’imprevedibilità del destino ha voluto che, nonostante la prudenza di Allegri, il ritorno di Balotelli fosse davvero paragonabile ad un sogno. Doveva partire Pazzini dall’inizio, ma un problema nel riscaldamento lo costringe al forfait. Ed ecco che Allegri non può non buttare nella mischia il Bad Boy. Passano appena trentasette secondi e il numero 45 si prende già la scena: dribbling poderoso e destro fuori di un niente, con il pubblico del “Meazza” che applaude a bocca aperta. All’11’ mette Niang solo davanti al portiere, al 28’ esplode un missile da fuori area sventato in angolo da Padelli. Poco prima (minuto 25), fa impazzire lo stadio scaraventando in porta un assist del solito El Shaarawy. Il resto offre un Milan che gioca bene e che dà l’impressione di poter lottare seriamente per il terzo posto. Niang (a destra) fa girare la testa a Silva, El Shaarawy (a sinistra) è un po’ nascosto, ma quando accelera son dolori. Balotelli, come detto, si prende la scena e la mantiene fino all’epilogo. L’Udinese soffre parecchio nella prima frazione, ma ringhia nella ripresa, quando il Milan rallenta il ritmo infernale tenuto nei primi 45 minuti. I primi scricchiolii si avvertono al 52’, con Di Natale che manda a lato un cross da sinistra di Lazzari. I friulani non demordono e tre minuti dopo bucano Amelia con Pinzi, che finalizza un micidiale contropiede innescato da Muriel. La partita scorre via verso il gong senza particolari sussulti, eccezion fatta per una terribile conclusione al volo di sinistro di Niang che per poco non distrugge la traversa e per una punizione di Balotelli deviata in angolo dall’ottimo Padelli. Al 94’ l’episodio che decide l’intero match: Balotelli lancia El Shaarawy, il faraone entra in area di rigore e viene fermato da Heurtaux. L’impressione netta, in diretta, suggerisce l’intervento sul pallone del difensore bianconero, ma l’arbitro non è dello stesso avviso e concede un calcio di rigore che pare non esserci e che manda su tutte le furie Guidolin e i suoi giocatori. Sul dischetto si presenta Balotelli, che, glaciale come al suo solito, spiazza il portiere friulano e fa esplodere San Siro. Rigore sì o rigore no, è stata senza dubbio la serata dell’ex Manchester City: con questo fenomeno, sognare è più che lecito.

Per effetto di questi risultati, Juventus in vetta con 52 punti, seguita dal Napoli a 49 e dalla Lazio a 43. Il Milan raggiunge l’Inter a 40 e supera la Fiorentina, ferma a 39. In coda chiudono il Siena e il Palermo con 17 punti. Cavani resta capocannoniere con 18 centri, alle sue spalle El Shaarawy con 15 e Di Natale con 14 gol segnati.

I TOP

Mario Balotelli (MILAN): Doveva essere un esordio da sogno e così è stato. Segna due gol, gioca come probabilmente aveva fatto solo contro la Germania ultimamente e inizia a far sognare il suo nuovo pubblico. Signore e signori, Balo is back. GOOD BOY.

Marco Sau (CAGLIARI): Manda in tilt per 90’ la disastrosa difesa giallorossa e arriva a quota 8 in campionato. Forse il suo maestro Zeman lo starà rimpiangendo… SORPRESA.

Alessio Sestu (SIENA): Il gol alla Del Piero segnato al 24’ vale il prezzo del biglietto. Per il resto, manda in porta Emeghara sull’azione del rigore e fa tanto, ma davvero tanto altro per la sua squadra. MAN OF THE MATCH.

I FLOP

Mauro Goicoechea (ROMA): Oramai aggettivi negativi per descriverlo non ci sono più. Segna un autogol che entrerà di diritto nella storia (brutta) del calcio italiano e non solo. VERGOGNOSO.

Ezequiel Schelotto (INTER): Esordio da dimenticare per l’ex atalantino, che spinge poco e difende malissimo. Soffre la corsa di Rubin sulla sua fascia: se lui è il Levriero, il suo avversario chi è? Bolt? ADDORMENTATO.

Aleandro Rosi (PARMA): Impreciso e nervoso, soffre parecchio sulla corsia di sua competenza. Viene sostituito più che giustamente. IMPACCIATO.


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