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Serie A 31^ GIORNATA: Il calcio è una materia misteriosa… – di Angelo Abbruzzese

German-DenisDopo la sberla subita all’Allianz Arena, è la Juventus la squadra che apre la 31^ giornata di Serie A ospitando il fanalino di coda Pescara. Conte pratica un ampio turn-over in attesa del ritorno di mercoledì 10 e lascia in panchina l’influenzato Buffon, Pirlo e Marchisio e deve rinunciare anche agli squalificati Barzagli e Chiellini.

In campo, davanti a Storari, vanno Bonucci, Marrone e Peluso a comporre il terzetto difensivo, Lichtsteiner, Vidal (che mancheranno in Champions), Pogba, Giaccherini e Asamoah in mezzo e Vucinic e Giovinco in attacco. Risponde il Pescara con un 4-2-3-1 che vede il rilancio dal 1’ di Quintero insieme a Sculli e Caprari alle spalle di Sforzini. La squadra di Bucchi si erge da subito a vittima sacrificale, assumendo sin dal 1’ un atteggiamento dimesso che la Juve sfrutta alla perfezione attaccando con tutti i propri effettivi. Conte, infatti, non rinuncia alla solita forza d’urto che rischia di travolgere da subito gli avversari. C’è pure quella “bava alla bocca” richiesta dall’allenatore nella conferenza stampa della vigilia, nonostante il vento del Bayern, fresco vincitore in Bundesliga, soffi forte anche sugli spalti (il tutto esaurito col Pescara non può avere altre spiegazioni). La Juve, nel complesso, recita molto bene la sua parte: aggressività, inserimenti e tantissimo gioco sulle fasce. Lichtsteiner, che, come già detto, in coppa non ci sarà, manda in crisi Modesto e l’intero assetto difensivo del Pescara, Giaccherini si rivela ancora una mossa azzeccata. Ed è su quest’asse che la Juve costruisce le prime clamorose palle-gol che San Pelizzoli (altro che Perin!) sventa. Il portiere è super anche su un inserimento di Vidal, su una giocata di Giovinco e su Vucinic, che nelle cose facili – come spesso avviene – si perde. Il numero 12 bianconero, invece, è il re della sfortuna. Stavolta Cambiasso non c’entra, ma un contrasto duro con Capuano lo toglie di mezzo al 30’: forte contusione al ginocchio (con probabile distorsione) e addio Bayern. Nel finale di tempo c’è anche spazio per un palo di Quagliarella, determinato ancora una volta dal guizzo felino di Pelizzoli.Il numero uno ospite continua il suo show a inizio ripresa, con un colpo di reni eccezionale sul tocco d’esterno sinistro di Quaglia. Otto, nove, dieci parate tutte determinanti, che disegnano il filo conduttore della gara: Juve arrembante, Pescara assente e Pelizzoli, quasi per giustificare la sua presenza allo Stadium, protagonista assoluto. La sua imbattibilità sembra poter durare fino al 90’ ma il compagno Rizzo gli rovina piani e festa al 73’, quando casca nel tranello di Vidal e lo tira giù in piena area: espulsione e calcio di rigore. Vucinic va dal dischetto e sblocca il risultato, con tanto di spogliarello. Pochi minuti dopo il montenegrino riesce addirittura ad arrotondare il punteggio, sfruttando la leggerezza di Bianchi Arce, che gli stramazza davanti in piena area. Il gol di Cascione dai 25 metri serve solo a ravvivare un finale che Storari congela con la parata sul tiro da fuori di Sculli col 90’ alle porte. La Juve deve sudare più del previsto per portare a casa i tre punti: tante energie spese ma anche una piena consapevolezza della propria forza. I punti di vantaggio su Napoli e Milan sono già in doppia cifra: ora sì che si può pensare al Bayern.

Il secondo anticipo del 31° turno è Bologna-Torino, due squadre ormai praticamente certe della salvezza e che affrontano il match con la tranquillità necessaria. Gli ospiti passano in vantaggio al 25’ con il tap-in di testa di Barreto, dopo una respinta di Curci sulla botta di destro di Santana. Nel finale del primo tempo gli emiliani si lamentano per un gol annullato a Kone dopo un presunto fallo di Gilardino su Ogbonna, anche se i dubbi (leciti) restano molti. Al 20’ della ripresa il greco si rifà segnando la rete del pari, di testa su cross di Morleo. A quattro minuti dalla fine Guarente, col sinistro, segna il gol che pare esser quello buono per la vittoria rossoblù che, però, non fanno i conti con Rolando Bianchi, il quale, a tempo praticamente scaduto, con una zampata di destro fissa il punteggio sul 2-2.

Il match del lunch-time è Fiorentina-Milan, una sfida di importanza clamorosa per l’Europa. I rossoneri, vincendo, potevano mettere una seria ipoteca sul discorso Champions; i viola, invece, potevano riaprirlo del tutto con una vittoria. Nessuna delle due squadre, però, è riuscita nel suo intento. La partita inizia in maniera abbastanza soft e l’equilibrio viene rotto al minuto numero 14, quando Pizarro tenta un dribbling di troppo sulla propria trequarti e viene fermato da Montolivo, che si invola verso la porta avversaria e batte Viviano con un preciso piatto destro. La voglia della Fiorentina viene stroncata dal gol del Milan, che inizia a controllare la partita e costringe spesso gli avversari ad errori anche banali. El Shaarawy sfiora il raddoppio con un gran colpo di testa respinto da Viviano, mentre la Viola bussa dalle parti di Abbiati soltanto con una punizione di Pasqual e un destro da fuori di Jovetic respinto prima di piede e poi con un palleggio alla Zorzi del portiere rossonero. Ma è al 40’ che avviene il fattaccio che fa diventare la partita una corrida: El Shaarawy ruba palla a Tomovic che per fermarlo gli rifila una gomitata in pieno volto sulla trequarti campo. Tagliavento interpreta il gesto come volontario ed espelle il serbo, facendo ribollire di rabbia il Franchi e costringendo la Viola a giocare in dieci per tutto il secondo tempo. Da quel momento in poi, tolto Jovetic che esce per una ricaduta all’infortunio da cui aveva recuperato in extremis, il terreno di gioco diventa campo di battaglia. Una battaglia a cui il Milan nella ripresa sceglie abbastanza inspiegabilmente di assistere passivamente, arretrando di diversi metri il proprio baricentro e lasciando il pallino del gioco a una Fiorentina mai arrendevole. Nemmeno dopo il raddoppio, un po’ cercato un po’ casuale, di Flamini, bravo a girare in rete un cross teso di Montolivo, ancora lui, dalla destra. Il 2-0 sembra far calare il sipario su tutte le questioni che ballano dietro la Juventus, ma non è così. A riaprire la scena è Ljajic, quattro minuti dopo il gol del francese, che fa il diavolo a quattro nell’area rossonera e crolla in area toccato da Nocerino. Dal dischetto l’attaccante non sbaglia calciando centrale. In quei sei minuti però il castello del Milan crolla: dopo il gol, Balotelli si fa ammonire in maniera ingenua prendendosi il giallo che gli vale la squalifica per Milan-Napoli; un minuto dopo De Sciglio stende Cuadrado in area e Pizarro dal dischetto completa l’impensabile rimonta. La reazione veemente dei rossoneri non arriva, in linea con una secondo tempo sottotono, ma le polemiche sì. Prima, Abate viene steso in area da Pasqual, ma il contatto pare lieve e Tagliavento lascia proseguire. Poi, su un calcio d’angolo dalla sinistra, Roncaglia ferma con il braccio sinistro il colpo di testa di Pazzini. Niente rigore e fischio finale. Tutti contenti, tutti scontenti. Cambia poco.

L’Udinese stende in casa il Chievo, finalmente in un “Friuli” illuminato dal sole. Di Natale è il mattatore assoluto del match, segnando due reti e servendo l’assist per la terza rete di Benatia. Il vantaggio bianconero arriva al 19’, propiziato dall’errore/orrore di Puggioni e reso effettivo dal tocco di sinistro del capitano. Il numero 10 si ripete cinque minuti più tardi, quando segna un gol meraviglioso, al volo di sinistro, che ricorda molto il gol segnato da Totti il 26 novembre del 2006 a Genova contro la Sampdoria. Gli ospiti tornano in partita con la prima rete italiana di Papp (35’) e, in avvio di ripresa, vanno anche vicini al pari, ma Brkic si oppone perfettamente a Pellissier. Nel finale Benatia segna il suo primo gol in campionato e chiude i conti. L’Udinese continua la difficile rincorsa all’Europa League.

Catania e Cagliari non vanno oltre il pareggio a reti inviolate nella gara del “Massimino”. Un punto che serve più ai sardi che agli etnei che rallentano, forse in modo decisivo, la corsa verso il sogno europeo. I padroni di casa con il possesso palla cercano di fare la partita, ma le assenze di Lodi e Almiron si fanno sentire eccome. I rossoblù, dal canto loro, provano ad innescare la velocità di Sau ed Ibarbo, ma i due attaccanti sono meno incisivi del solito. L’occasione più nitida capita sui piedi di Cabrera (entrato al posto dell’infortunato Pisano, stagione finita per lui), che manda alto. Finisce 0-0 tra la delusione del pubblico siciliano.

Seconda vittoria consecutiva per il Palermo di Sannino, che batte 1-3 la Sampdoria a “Marassi” e raggiunge Genoa e Siena al quart’ultimo posto a quota 27. Dopo 25’ di noia, il Palermo passa in vantaggio con Von Bergen che beffa Romero dal limite dell’area piccola. Poco prima del riposo arriva il pareggio di Munari su calcio d’angolo di Eder. Nella ripresa i blucerchiati spariscono dal campo e tra il 50’ e il 55’ il Palermo piazza l’uno-due decisivo, firmato da Ilicic (azione personale e destro in diagonale) e Garcia (colpo di testa su corner di Miccoli).

Poche emozioni a Siena, dove i bianconeri pareggiano 0-0 col Parma e perdono, di fatto, una buona possibilità in ottica salvezza. La squadra di Iachini ci prova di più nel primo tempo, con Emeghara che al 4’ sfiora il vantaggio con un pallonetto terminato alto sopra la traversa. Nella ripresa meglio gli emiliani, vicini al gol con Sansone (75’). Al 90’ i toscani si lamentano per un rigore non concesso (fallo di Benalouane su Bogdani). Il Siena viene raggiunto dal Palermo a 27 punti e deve aspettare il posticipo del Genoa per avere maggiori informazioni sul discorso salvezza.

E proprio del Genoa, impegnato al “San Paolo” di Napoli, ci accingiamo a parlare. Azzurri che giocano con Armero e il confermatissimo Dzemaili al posto di Zuniga e Armero, mentre il Genoa preferisce Immobile a Borriello. I rossoblù, dopo aver messo paura ai partenopei nei primissimi minuti del match con Bertolacci e Kucka, si spengono di fronte alla maggiore classe e perfetta organizzazione di gioco dei padroni di casa. Padroni di casa che centrano il primo gol, non col solito Cavani, ma con il bomber di “riserva”, quel Pandev che prende le misure al 14’ e 4 minuti più tardi gonfia la rete di Frey con un sinistro sotto la traversa. Da qui in poi è un unico e “monotono” monologo azzurro. Gli uomini di Mazzarri vedono la porta più volte e a un minuto dallo scoccare della mezz’ora di gioco infilano il raddoppio grazie al sinistro in diagonale di Dzemaili (che si ripete dopo i tre gol messi a segno contro il Torino) su assist di Hamsik. I 15 minuti che accompagnano le squadre all’intervallo vedono un’azione travolgente di Hamsik e un rigore richiesto dai rossoblù che Banti, giustamente, non concede. La ripresa si apre così come si era chiusa la prima frazione, col Napoli che gioca e il Genoa che vivacchia. Cavani è quello che più prova a trovare la via della rete, ma come succede al 55’, la copertura e i raddoppi difensivi genoani hanno la meglio. L’occasione da gol per il Matador arriva dieci minuti dopo, quando Kucka stende in area Hamsik e il direttore di gara concede il calcio di rigore. Sul dischetto va proprio Cavani che, però, si fa parare il penalty da un reattivo Frey. Prova a trovare un tiro dagli undici metri anche la squadra di Ballardini, ma Immobile si becca una bella ammonizione da Banti che capisce, sagacemente, la simulazione dell’attaccante napoletano. Il 3-0 è, tuttavia, una dolce ossessione per i partenopei che ci provano, nell’ordine, con Insigne e per ben tre volte con il solito Cavani. La partita si chiude così, con un 2-0 importante, soprattutto perché i nove diffidati azzurri si salvano e col Milan (che non avrà Balotelli proprio per un giallo di troppo) saranno disponibili e armati fino ai denti. Nel frattempo i quattro punti di vantaggio sui rossoneri fanno ben sperare: può esser davvero l’allungo decisivo?

L’altro dei due posticipi domenicali del 31° turno si gioca a “San Siro”, dove l’Inter riceve la visita dell’Atalanta di Colantuono. Dopo la bella vittoria per 0-2 ottenuta a Genova, l’Inter si presenta all’appuntamento in piena emergenza, con Stramaccioni che deve rinunciare anche a Palacio (decisivo contro la Samp), rimpiazzato dal “vecchietto” Rocchi. Ed è proprio lui il protagonista dell’unica vera occasione da gol del primo tempo, con la girata di sinistro che termina di poco a lato. La “sfiga” nerazzurra non conosce davvero limiti, perché al 28’ anche Cassano (stesso problema di Palacio) è costretto ad alzare bandiera bianca per un problema fisico e a lasciare il posto a Ricky Alvarez. Che non si presenta certo nel migliore dei modi, svirgolando, ciccando, fate voi, in modo clamoroso un cross dalla sinistra di Alvaro Pereira. Il vantaggio dei nerazzurri di casa, comunque, arriva lo stesso, perché l’ex capitano della Lazio trova un anticipo inzaghiano al minuto 43 e segna il suo primo gol con la maglia nerazzurra, che è anche il 100° in Serie A. La ripresa è un qualcosa di completamente surreale, che entrerà indubbiamente negli annali del nostro calcio e nella memoria di tutti i tifosi interisti, che, probabilmente, faticheranno per molto a credere a quanto accaduto. Tutto ha inizio al 56’, quando Jack Bonaventura trova il gol del pari (per la cronaca è il 7° in campionato) approfittando di uno svarione di Samuel e scavalcando Handanovic con un tocco morbido di sinistro. Ma i bergamaschi non hanno il tempo di festeggiare, perché dopo appena sessanta secondi Canini fa un gradito regalo ad Alvarez, che di testa supera Polito. La metamorfosi dell’argentino si completa al 62’, quando ubriaca di finte Stendardo e segna la sua personalissima doppietta con un sinistro potente e preciso sul primo palo. Ma ora reggetevi tutti forte, perché arriva l’impensabile. L’Atalanta, infatti, si dimostra, nonostante la stanchezza, mai rinunciataria. È questo il merito della squadra di Colantuono, che su un’azione dai contorni poco chiari si guadagna un penalty generoso, che Denis spinge in rete con freddezza. Ma cosa ha fischiato Gervasoni? Mano di Samuel o sgambetto di Ranocchia su Livaja? Una risposta certa non esiste semplicemente perché il rigore non esiste né in Cielo né in terra. Qui l’Inter si impantana e Denis, nel giro di sei minuti, completa una tripletta sensazionale: prima uccellando Ranocchia e insaccando di precisione alle spalle di Handanovic, poi anticipando la concorrenza di Samuel in mezzo all’area su assist di destro di Bonaventura. La partita s’incattivisce e nel finale l’ex Schelotto sfiora la rissa con gli ex compagni, con Raimondi che viene espulso per un colpo proibito. Ma l’episodio davvero emblematico, al 94’, è l’erroraccio sotto porta di Ranocchia, a un metro dalla riga: la svirgolata del numero 23 è la fotografia del momentaccio dell’Inter (che ormai dura da troppo tempo) e dal quale, stavolta, sarà difficilissimo uscire. L’Atalanta, invece, ricorda nel migliore dei modi l’ex presidente Ivan Ruggeri e compie un passo importantissimo verso la salvezza.

L’ultimo atto della 31^ giornata è il derby di Roma del Monday Night. Lazio in campo col 4-1-4-1 col rientro dal 1’ di Klose, risponde la Roma che schiera una formazione quasi a trazione anteriore, con Torosidis e Marquinho terzini e Pjanic alle spalle di Lamela e Totti. Il primo affondo della partita è giallorosso, ma il colpo di testa di Lamela viene bloccato agevolmente da Marchetti. Risponde subito la Lazio con un Candreva in grande spolvero: la sua botta dal limite viene neutralizzata dai pugni di Stekelenburg. Ma è solo il preludio al gol laziale che arriva al 16’ con l’uomo di maggior talento, Hernanes. Il brasiliano riceve palla sulla trequarti romanista, finta la conclusione col destro per poi lasciar partire un bolide di sinistro che si insacca sotto l’incrocio dei pali per uno dei gol più belli segnati nella storia del derby capitolino. Da qui in poi la Lazio acquista grande coraggio e continua a spingere, andando vicina al raddoppio con Lulic. Si fa male Daniele De Rossi in un contrasto con Hernanes, ma capitan futuro decide di rimanere ugualmente in campo. L’unico squillo della Roma è un destro da fuori di Totti sul quale Marchetti non si fa cogliere di sorpresa. La ripresa parte subito forte: Marquinhos commette un fallo di mano ingenuo in area di rigore e Mazzoleni non può far altro che concedere la massima punizione. Hernanes, però, calcia clamorosamente a lato la palla dello 0 a 2, per quello che si può benissimo definire un vero e proprio “peccato capitale”. Il brasiliano completa i suoi 8 minuti tremendi stendendo Pjanic appena all’interno dell’area biancoceleste: anche in questo caso l’arbitro concede il penalty, che ha un esito decisamente diverso perché Totti non fallisce e segna il suo gol numero 227 in Serie A. La Roma prova a spingere sull’acceleratore e viene anche aiutata da Biava, che al 69’ si fa cacciare per doppia ammonizione e, per giunta, salterà il match contro la Juventus, così come il diffidato Lulic. Petkovic corre ai ripari inserendo Kozak per uno spento Klose e Ciani per Ledesma, per avere maggiore copertura in difesa. L’occasione migliore capita alla squadra di Andreazzoli col calcio di punizione di Totti respinto da Marchetti e il successivo doppio tap-in mancato da Florenzi. Ha dell’incredibile, invece, l’errore di testa di Lamela a porta sguarnita al 79’. Nel finale i giallorossi provano a spingere e i biancocelesti si limitano a ripartire, ma la gara termina sul risultato di 1-1. Un pareggio che, alla fine, accontenta tutti e nessuno.

Per effetto di questi risultati, la Juventus guida sempre la classifica con 71 punti, seguita dal Napoli a 62 e dal Milan a 58. In coda, balzo in avanti del Palermo, ora appaiato a quota 27 con Genoa e Siena, con il Pescara (21 punti) sempre più vicino alla Serie B. Cavani, nonostante l’errore dal dischetto, resta il capocannoniere con 22 gol segnati.

I TOP

German Denis (ATALANTA): Prima fa tanto lavoro sporco per permettere alla squadra di salire e alla sua difesa di respirare. Poi il rigore lo sblocca e per l’Inter è la fine: con questa tripletta vola al quarto posto fra i cannonieri, a quota 15 reti. CARRARMATO.

Antonio Di Natale (UDINESE): Doppietta, 17 in campionato, gol da cineteca. Che altro? CHAPEAU.

Mirko Vucinic (JUVENTUS): Tra l’essere indisponente e decisivo ce ne passa. Non quando ti chiami Mirko Vucinic. Il montenegrino mette insieme svogliatezza, superficialità e capacità di spaccare in due le partite. È a nove gol in campionato, appena nove. CROCE E DELIZIA.

I FLOP

Giuseppe Biava (LAZIO): Ok, il primo giallo è severo. Ma chi gli ha insegnato ad entrare in quel modo barbaro sapendo di essere già ammonito? Ne combina una grossa, grossissima, che poteva costare carissimo ai suoi. INGENUO.

Paolo Tagliavento (ARBITRO): Continua a dimostrare scarsa personalità e a collezionare errori su errori. Dopo il gol di Muntari, il caos di Juventus-Inter del 3 novembre, eccone un’altra della speciale saga sui disastri di questo che, fino a poco fa, consideravamo il miglior arbitro d’Italia. Ci ha dato modo e tempo di ricrederci. MEDIOCRE.

Andrea Ranocchia (INTER): L’erroraccio al 94’ è la fotografia della stagione più nera che azzurra dell’Inter, ma anche del momento no del difensore ex Bari. Come se non bastasse, prima del disastro a tempo scaduto, il giovane interista ne combina di tutti i colori anche dietro. Proprio come il resto dell’allegra compagnia, si dimostra un po’ BALLERINO (MA NON DI FILA).

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