Serie A 32^ GIORNATA: Pandev spegne il Milan. La Juve è sempre più vicina al traguardo – di Angelo Abbruzzese

Arturo_VidalIl 32° atto del campionato di Serie A si apre con la scottante sfida dell’Adriatico tra Pescara e Siena. Partono meglio gli ospiti, che vanno subito vicini alla rete con la traversa colpita da Sestu. Il vantaggio bianconero arriva comunque al 14’ con il colpo d testa di Angelo, al primo gol in Serie A. Il raddoppio, al 33’, è una sfortunata autorete di Zanon.

Nella ripresa il Pescara torna in partita con il gol di Celik al 52’ e pareggia, sette minuti dopo, con il perfetto calcio di punizione del brasiliano Togni. Pozzi e Sculli colpiscono entrambi il palo con conclusioni da fuori, ma il gol decisivo è del solito Emeghara, all’86’, dopo un perfetto contropiede, viziato, però, dal fuorigioco di Agra, autore dell’assist. Dopo questa sconfitta gli abruzzesi hanno un piede (e forse qualcosa di più) in Serie B, mentre il Siena può continuare a sperare nella salvezza.

Alle 20.45, all’Atleti Azzurri d’Italia di Bergamo, è impegnata la Fiorentina di Montella, a caccia di punti per la Champions. Il tecnico viola deve fare a meno di Jovetic, Savic, Toni e, almeno inizialmente, anche di Ljajic. Per questo motivo decide di schierare Aquilani e Borja Valero a supporto dell’unica punta El Hamdaoui. Nel primo tempo ci prova maggiormente l’Atalanta, ma Denis dimostra scarsa precisione sottoporta dopo la sfuriata di domenica scorsa contro l’Inter. Livaja si muove parecchio, Bonaventura è, come al solito, attivissimo. Il primo tiro dei toscani arriva soltanto al 40’ e porta la firma di Aquilani, che poco dopo ci riprova anche in maniera velleitaria di testa. All’intervallo il risultato è inchiodato sullo 0-0. Non c’erano alternative, considerata la pochezza delle emozioni. Sissoko, in avvio di ripresa, spaventa Consigli con un bel destro a giro, dopodiché sale in cattedra Montella, che richiama in panca El Hamdaoui e Aquilani inserendo Ljajic e Larrondo. Alla prima azione buona il serbo punta Stendardo in area e si procura un calcio di rigore per un fallo di mano del difensore dell’Atalanta. Sul dischetto va Pizarro, che non sbaglia (terzo gol in campionato, terzo su rigore e secondo consecutivo). Poi è il turno di Larrondo, che dopo undici minuti chiude la partita. L’argentino raccoglie un assist perfetto di Cuadrado sul filo del fuorigioco e trafigge Consigli con un bolide di sinistro sotto la traversa. In panchina Montella sorride: missione compiuta a Bergamo, ora occhi puntati su San Siro. Il Milan è a soli tre punti. Firenze fa sul serio e per un giorno tifa Napoli: il terzo posto non è più un sogno.

L’anticipo dell’ora di pranzo è un’altra gara fondamentale per la bassa classifica: in campo, al “Barbera”, Palermo e Bologna. Sono 32.000 i tifosi rosanero per spingere la squadra alla ricerca di una preziosissima vittoria. Il Palermo parte benissimo trovando il vantaggio già al 5’ con la rete di sinistro di Ilicic, ma al 17’ Sorrentino compie un errore clamoroso spianando la strada per il pareggio di Gabbiadini. Nella ripresa la formazione di Sannino protesta per due episodi dubbi nell’area dei rossoblù, che vanno vicini al vantaggio con Gilardino e Pasquato. I siciliani salgono a quota 28 punti e vedono complicarsi la già difficile corsa per la salvezza; il Bologna, invece, con 38 punti è sempre più vicino alla permanenza nella massima serie.

Il Cagliari, in quel di Trieste, ospita l’Inter e cerca la terza vittoria consecutiva in casa. Stramaccioni cambia ancora volto alla squadra, pesantemente rimaneggiata a causa dell’infinita serie di infortuni. Al “Nereo Rocco” (sede della matematica vittoria dello scudetto dell’anno scorso da parte della Juventus) si vede un’Inter col 4-2-3-1, modulo preferito dal tecnico che, però, dalla partenza di Sneijder non l’ha praticamente più proposto. Silvestre-Juan Jesus è la coppia di centrali (Ranocchia e Samuel riposano in vista della Coppa Italia), Gargano e Cambiasso davanti alla difesa mentre Kovacic, novità assoluta, viene schierato sulla trequarti. Nel primo tempo i nerazzurri occupano bene il campo e rischiano solo su qualche accelerazione del solito Ibarbo, che semina il panico dalle parti di Juan Jesus e Pereira e li costringe all’ammonizione. La nota positiva, per Strama, si chiama Ricky Alvarez, rispolverato dopo il k.o. di Cassano e piazzato largo a destra nel trio alle spalle di Rocchi. L’argentino conferma l’ottima prestazione offerta contro l’Atalanta, mettendoci quel carattere che, in questi due anni, è stato il suo più grande limite. L’ex Velez dribbla e sguscia tra le maglie rossoblù, provandoci un paio di volte dalla distanza senza buon esito. L’occasione clamorosa, però, capita sul sinistro di Cambiasso (14’), che al termine di un doppio uno-due con Rocchi colpisce il palo solo davanti ad Agazzi. L’ex capitano della Lazio, al centro dell’attacco per mancanza d’altre soluzioni, stupisce per l’invidiabile forma fisica. Il numero 18 sfiora il vantaggio al 52’, quando la sua serpentina nella difesa sarda culmina con un sinistro respinto da Agazzi. L’Inter è viva e continua a pungere anche con Guarin, leggermente sotto tono ma sempre pericoloso dalla distanza. Il Cagliari si abbassa e sembra sul punto di cedere, ma proprio nel momento di massima spinta i nerazzurri si afflosciano su se stessi. Ibarbo (60’) parte dalla propria metà campo, fa 80 metri palla al piede e viene atterrato nell’area opposta da Kuzmanovic. Celi lascia correre ma fischia la massima punizione 120 secondi più tardi, quando Pinilla si lascia cadere dopo un inesistente contatto con Silvestre. Il cileno calcia centrale, segna, e poi raddoppia al 77’, al termine di un puntuale inserimento che lascia sul posto l’immobile Kuzmanovic. Scorretto parlare solo di arbitri: per la banda di Stramaccioni, massacrata dagli infortuni e poco aiutata in sede di mercato, è la parola fine a ogni possibilità di rimonta.

La Roma, prima del ritorno della semifinale di Coppa Italia, vola a Torino per rimanere in scia della Fiorentina. Le due squadre, almeno inizialmente, se la giocano alla pari. Perché anche la squadra di Ventura lotta ancora per un obiettivo stagionale – quello della salvezza – messo a repentaglio da alcuni passaggi a vuoto clamorosi (vedi il 4-1 subito a Parma in un batter d’occhio). I granata giocano bene e pressano molto fin dai primi minuti, anche se Stekelenburg non deve ricorrere a miracoli. La prima occasione vera è quella che porta al vantaggio ospite: cross del fischiatissimo ex Balzaretti dalla sinistra, con Osvaldo che si arrampica sulla schiena di Ogbonna e insacca alle spalle di Gillet. La reazione granata è fulminea e quasi dirompente, e finisce per togliere un po’ di sicurezza alla Roma: prima il palo di Cerci su punizione, poi la botta di Bianchi (dopo il duello con Burdisso) che regala il pari immediato. Si ricomincia, e la partita regala emozioni e spunti a non finire. Nella Roma si fa male Pjanic in avvio di ripresa, così Andreazzoli abbandona l’idea di preservare Totti per la gara di mercoledì a San Siro e lo manda in campo. E con la formula della qualità al potere, la Roma riprende in mano la gara, avvicinandosi spesso al bersaglio grosso. Prima però deve tremare ancora su altro calcio di punizione di Cerci, che, toccato da Stekelenburg, finisce la sua corsa sulla traversa. I legni granata sono due. Al 60’ Lamela si accende e segna, in penetrazione con un mancino calibrato alla perfezione sul secondo palo, un gol alla Lamela, per il nuovo vantaggio ospite. Avere in campo Totti su una simile situazione di punteggio è una manna dal cielo. Il capitano comincia a gestire i palloni più delicati e alza la squadra quando il Toro aumenta la pressione. Nel finale tesissimo si contano due occasioni nitide per la Roma (Totti da punizione e Piris, entrambe sventate da Gillet) e l’assalto granata che per poco non concilia col 2-2. Florenzi, mandato nella mischia al posto di un Dodò sufficiente ma fuori ruolo, è bravo a intercettare sulla riga un cross teso di D’Ambrosio, meno a sfruttare l’invito a nozze di Osvaldo sul fronte opposto. La Roma chiude in 10 per la doppia ammonizione di Balzaretti, ma conserva tre punti fondamentali, che le permettono di agganciare la Lazio al quinto posto e di dare un senso alla stagione. Almeno per ora.

La Sampdoria manca la vendetta nei confronti dei cugini e deve accontentarsi di un pari per 1-1 nel rovente derby della Lanterna numero 107. Il vantaggio blucerchiato arriva al 28’ con una punizione rasoterra alla Pirlo di Eder. Il Grifone si dimostra davvero poca cosa, si limita a lanciare lungo per Borriello e si fa notare per il grande nervosismo messo in campo, come dimostra il fallaccio di Matuzalem su Krsticic al 12’, con il brasiliano che se la cava con un giallo. Niente occasioni da gol, con i blucerchiati che, una volta trovato il gol del vantaggio, arretrano e non si fanno più vedere in avanti. E così all’80’ arriva il pari dei “padroni di casa” con l’unico tiro (che poi tiro non è) della partita. Matuzalem, che doveva essere espulso, indovina una parabola che trafigge il colpevolissimo Romero. È la scarica d’adrenalina giusta, ma non c’è un Boselli che condanna la Samp al 97’ (quel gol di fatto spedì i blucerchiati in B), come nel 2011. Finisce 1-1 e per quello che si è visto in campo è grasso che cola per il Genoa che resta ancora aggrappato alla A. Il terzultimo posto del Siena ora è distante due punti: tutto è ancora aperto, ma qualcosa deve cambiare.

L’Udinese, nonostante le pesanti assenze di Benatia e Di Natale, si diverte a Parma vincendo per 0-3. Mattatore assoluto del match è senza dubbio Luis Muriel, autore di una doppietta (12’ e 43’) che gli consente di raggiungere quota 8 reti in campionato. Il colombiano, che fa addirittura meglio del capitano assente per squalifica, entra anche nell’azione del terzo gol, segnato da Pereyra, in rete anche all’andata dopo un’azione molto simile. Per il Parma solo un colpo di testa Amauri, ma Brkic si supera e gli nega il gol. Udinese che sale a 48 punti, gialloblù fermi a 39.

Pari e tanta, ma proprio tantissima noia al “Bentegodi” dove Chievo e Catania si dividono la posta in palio pareggiando per 0-0 al termine di una gara avara di emozioni. Primo tempo senza tiri in porta, nella ripresa prima Bergessio e poi Dramé provano a sbloccarla ma il risultato non cambia. È un punto che serve ai clivensi per avvicinarsi alla salvezza, mentre gli etnei si allontanano dal sogno europeo e si avviano a un tranquillo finale di campionato.

Il posticipo domenicale è senza dubbio il clou del 32° turno e si disputa in quel di “San Siro” (commosso per l’omaggio a Claudio Lippi), dove il Milan ospita il Napoli, per una sfida fondamentale per le sorti europee di entrambe le squadre. Gli spettatori avranno sicuramente gradito lo spettacolo offerto dalle due compagini nel primo tempo; il Milan, inspiegabilmente senza El Shaarawy dall’inizio, si affida alle conclusioni imprecise di Boateng e Zapata. Il bersaglio grosso lo centra, invece, Mathieu Flamini (30’) che indovina l’angolo giusto per battere De Sanctis e per segnare il suo secondo gol consecutivo. La gioia rossonera però dura poco più di due minuti effettivi. Sulla sinistra Hamsik sfonda, Zapata esce con largo anticipo e Pandev, solo soletto, ha il tempo di stoppare il pallone in area, bersi indisturbato un caffè e piazzare il sinistro alle spalle di Abbiati. Il pareggio tramortisce il Milan che di fatto non crea più un’occasione degna di questo nome fino a fine partita, mentre sveglia – fino all’intervallo – il Napoli che, annusata la preda, prova a finirla con il morso del Matador. Sfortuna di Cavani però Abbiati ha con sé l’antidoto in grado di neutralizzare con un grande colpo di reni l’aggancio con tanto di pallonetto dell’uruguayano in un intervento spettacolare. Nella ripresa non succede praticamente niente, nemmeno dopo l’entrata killer di Flamini su Zuniga che lascia il Milan di Allegri in dieci (72’) proprio al momento dell’ingresso di sua maestà il Faraone. I rossoneri non accelerano, gli azzurri si riposano e il pari si trasforma nel risultato più logico. Un punto che fa gioire tutta Napoli e una parte di Firenze, mentre lascia sull’attenti il Milan. Due rimonte consecutive subìte contro due avversari diretti sono forse un lusso che non ci si può permettere nemmeno se sei il club più titolato del mondo.

Il programma della 32^ di Serie A, però, non si conclude con il partitone del “Meazza”. C’è, infatti, ancora un’ultima gara da giocare, quella tra Lazio e Juventus che potrebbe consegnare ai bianconeri un’ulteriore e piuttosto sostanziosa fetta di scudetto. Conte presenta un’interessante novità tattica, schierando i suoi uomini con un 3-5-1-1 che vede Marchisio ad agire alle spalle dell’unica punta Vucinic e Pogba in mezzo, con Peluso al posto dell’infortunato Chiellini, al quale vanno i migliori auguri di pronta guarigione. I padroni di casa, vittime di innumerevoli assenze, sembrano voler partire forte, ma subito i bianconeri li mettono sotto con il solito estenuante possesso palla. Marchisio e Vucinic si divertono con la loro immensa classe, si scambiano la posizione e proprio da un loro scambio nasce l’azione del vantaggio. All’8’, infatti, il montenegrino, dopo aver ricevuto palla dal centrocampista col numero 8, viene steso in area da Cana. Giannoccaro non ha dubbi nell’indicare il dischetto, sul quale si presenta Vidal che non sbaglia. È tutta un’altra Juve rispetto a una manciata di giorni fa. La presenza di Lichtsteiner (squalificato in Champions) dà una soluzione in più sulla destra, tanto da oscurare Asamoah sul versante opposto. Pirlo e Pogba sono perfetti negli appoggi, Vidal e Marchisio imprevedibili negli inserimenti. E Vucinic fa quello che gli pare, chiudendo il becco a chi gli imputa scarso impegno. La Lazio sfiora il gol da pochi passi, ancora con lo sciagurato Cana (25’), e vede le sorti del match scivolare via lentamente. Marchisio e Vucinic fanno le prove generali per il raddoppio, ma è ancora Vidal a trovare l’imbucata sull’ennesimo abbiocco difensivo biancoceleste: tocco sotto e tre punti praticamente in archivio, di fronte a un Olimpico pieno e sbigottito. Di fronte a una Lazio a dir poco indecente sull’asse Cana-Stankevicius, Petkovic insiste a proteggere la retroguardia con il solo Ledesma e nell’intervallo smonta la squadra, privandosi dell’impalpabile Hernanes e di capitan Mauri, aumentando così la densità offensiva con Ederson e soprattutto Kozak. La scossa c’è, ma è impercettibile e la Juve ha l’occasione migliore per il tris, ma Marchisio sbaglia tutto solo a due metri dalla porta e a Marchetti battuto. Anche Kozak ha una chance clamorosa da pochi passi, ma schiaccia alto di testa. Fosse stato in Europa, probabilmente l’avrebbe messa dentro. A molti attaccanti, purtroppo, accade così. Si fa male anche Ledesma, che viene sostituito dal giovanissimo Crecco, al quale diamo il benvenuto in Serie A. La Juve continua a mandare uomini davanti alla porta, a testa bassa. Gonfia il petto e mostra una superiorità sensazionale, che non ha mai messo in dubbio il risultato della partita né, più genericamente, quello di un campionato ormai servito sul vassoio più prezioso. Per lo scudetto manca davvero poco: il Napoli è a -11 e, al di là di proclami più o meno sentiti, già spacciato. E alla Juve bastano appena sette punti da qui alla fine. La Lazio, invece, continua la sua corsa verso l’Europa, ma stasera abbandona per sempre la “pazza” idea Champions. Il Milan è distante 8 lunghezze (con 7 giornate da disputare) e la concorrenza accanita: per arrivare quinti la battaglia vera è cittadina, con la Roma.

In virtù di questi risultati, Juventus sempre più prima con 74 punti, seguita dal Napoli a 63 e dal Milan a 59. Cavani ed El Shaarawy continuano a non segnare, ma guidano ancora la classifica marcatori rispettivamente con 22 e 16 realizzazioni.

I TOP

Arturo Vidal (JUVENTUS): Due gol, intensità da vendere, classe fuori dal comune. Il cileno sta dimostrando sempre di più di essere il giocatore più importante della squadra con prestazioni da urlo. E quando non c’è, come contro il Bayern, si sente eccome. Marotta non deve lasciarselo scappare: uno così non lo trovi da nessun’altra parte. GUERRIERO.

Luis Muriel (UDINESE): Approfitta dell’assenza di Totò Di Natale per prendersi completamente la scena. Segna una doppietta, partecipa attivamente all’azione del terzo gol e sale a quota 8 centri in campionato. CICCIOBOMBER.

Mauricio Pinilla (CAGLIARI): Il buon Pistolero entra e segna una doppietta che manda al tappeto l’Inter per la 12^ volta in campionato. Sta ritornando sempre di più quel grande giocatore che aveva dimostrato di essere. RITROVATO.

I FLOP

Lorik Cana (LAZIO): Un disastro con la “D” maiuscola. Commette il fallo da rigore, si mangia un gol solo davanti a Buffon e serve l’assist per il raddoppio di Vidal. C’è altro? Per fortuna no, ma questo basta e avanza. CATASTROFE.

Stefano Sorrentino (PALERMO): Il suo fantozziano errore può costare la permanenza in Serie A al Palermo. L’ha fatta davvero grossa, non ci sono alibi. ASSURDO.

Robinho (MILAN): Insieme a Niang si contende la palma del più irritante e se la aggiudica, anche se di poco, lui. Sostituisce El Shaarawy e lo fa nel peggiore dei modi. Zero corsa, zero grinta, zero convinzione e atteggiamento superficiale. SNERVANTE.


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