Serie A 38^ GIORNATA: Milan in Champions, Udinese in Europa League; Arrivederci al prossimo anno

Adem Ljajić
Adem Ljajić

Ultimo atto del campionato 2012-2013 e poi sarà sipario, almeno per qualche mese. Il 38° turno inizia con l’unico anticipo del sabato, quello serale tra Sampdoria e Juventus, con i bianconeri alla ricerca di uno speciale record: battere tutte le squadre partecipanti a questa edizione della Serie A.

La squadra di Delio Rossi, dal canto suo, non vuole lasciare nulla agli avversari e, anzi, vuole chiudere in bellezza l’annata. Conte continua con la sua politica di turn-over e manda in campo Storari, Caceres, Isla, Padoin, Giaccherini, De Ceglie, Giovinco e Quagliarella. I campioni d’Italia provano subito a mettere dalla propria parte la gara, andando vicini alla rete con Quagliarella e Chiellini. È, poi, una giocata illuminante di Pirlo a spaccare in due il match: lancio di prima intenzione del regista ex Milan per Quagliarella, che scatta in posizione regolare e batte Da Costa di destro.L’inerzia della partita cambia in pochi minuti, quelli necessari all’arbitro per confezionare un calcio di rigore più che dubbio a favore della Samp: spintarella di Chiellini e volo di Icardi. Sul dischetto va Eder, che realizza il pari battendo di un soffio Storari. La Samp abbandona il ruolo di spettatore passivo e comincia a recitare. Un calcio discreto, fatto soprattutto di ripartenze e incursioni dagli esterni. Mustafi, prima dell’intervallo, è costretto agli straordinari per respingere sulla riga di porta un’altra botta di Quagliarella.La Juve si accanisce anche in avvio di ripresa e l’unico a non imbroccare quasi mai un pallone è il solito Isla, fotografia di una stagione deludente. Dopo due occasioni per Quaglia, che sotto porta comincia a pagar dazio, e una clamorosa per Padoin, De Silvestri svetta su azione d’angolo e realizza il suo secondo gol in Serie A nelle ultime tre partite: più che una rarità si tratta di un evento. La Juve patisce un po’ il colpo e con qualche cambio Conte prova a rialzare la squadra. Ma è l’ex Estigarribia, alla mezz’ora, a servire a Icardi il pallone del 3-1. Anche qui un’altra storia si chiude: Maurito esibisce una maglia con il numero 10 (è il decimo gol in campionato) e saluta il suo stadio prima di volare all’Inter. A proposito di storie, non può passare inosservata quella sfortunata di Bendtner, mancato protagonista dal 1’ e sciagurato interprete alla fine: il danese cade male sul polso sinistro e si procura una frattura scomposta. Nel finale c’è spazio per l’ultimo gol stagionale della Juventus (gran girata di Giaccherini) e per guardarsi un attimo alle spalle. La stagione che finisce, Samp a parte, è stata comunque trionfale.

Sono due, invece, le gare in programma domenica alle 15: Atalanta-Chievo e Bologna-Genoa, con il programma che si completa con le restanti sette partite da disputare alle 20.45. L’Atalanta festeggia il 50° anniversario della conquista della Coppa Italia, ma il match contro gli uomini di Corini termina 2-2: Stendardo apre i giochi, di testa, all’8’, risponde il solito Thereau con un diagonale di sinistro (76’). Giorgi, con una botta da fuori, rimette la partita sui binari nerazzurri, ma è ancora una volta il centravanti francese del Chievo a pareggiare, con un gol di destro dopo una respinta di Polito.

Pari a reti bianche, invece, al “Dall’Ara”, nonostante una pressione costante dei padroni di casa. Kone è il protagonista principale del primo tempo, soprattutto sul piano delle occasioni da gol. È lui, infatti, a vedersi annullare una rete per fuorigioco e, poco più tardi, a sbattere sulla traversa. Il Genoa, eccezion fatta per una punizione di Floro Flores e una conclusione da fuori di Borriello, fatica a creare gioco. Nella ripresa continua la spinta del Bologna, che sfiora il vantaggio con Diamanti (probabilmente all’ultima partita con la maglia rossoblù) che colpisce la traversa su punizione. Vanno vicini al gol anche Khrin e Moscardelli, ma la partita finisce con il risultato di 0-0.

Serata al cardiopalma, soprattutto per ciò che riguarda la zona Champions League. In lotta Milan e Fiorentina, entrambe impegnate su un campo di una neopromossa (i rossoneri a Siena mentre i viola a Pescara). Allegri decide di rinunciare inizialmente ad El Shaarawy, spedito in panchina, e di puntare su Niang e Robinho. L’altra novità è a centrocampo, dove oltre al rientro di Montolivo, Nocerino prende il posto di Flamini, bloccato da un problema muscolare. Con l’ossessione della vittoria a tutti i costi, i rossoneri partono alla grande sfiorando subito il gol con Balotelli. Mario inaugura un personalissimo duello con Pegolo, che interpreta il suo ruolo magistralmente. Per ben tre volte con voli plastici dice di no al bomber rossonero e se non è un suo guizzo a chiudere la porta, ci pensa la traversa, al 28’, a negare il gol a Balo. Ma la cronaca racconta che tre minuti prima il Siena è passato in vantaggio, sfruttando l’unica occasione che gli capita, potendo approfittare della dabbenaggine della difesa rossonera. Sconcertante lo studio del cross di Rosina, che ha tutto il tempo di inquadrare Terzi che, tutto solo e quasi incredulo, batte Abbiati di testa. A questo punto la battuta sorge spontanea nella testa di tutti i tifosi italiani che patteggiano per la squadra di Montella. Terzi non fa arrivare terzo il Milan… Un po’ di sana simpatia, che di certo non fa felice Allegri e Galliani, imbufaliti in panchina (il primo) e in tribuna (il secondo). tridente spuntato — Una rete micidiale che fa sbandare le certezze del Milan ingabbiato da una ragnatela che non concede spazi. Schierato dietro la linea del pallone, il Siena concede poco e organizza una fase difensiva impeccabile con ripartenze frenetiche che non permettono al Milan di ragionare con la necessaria lucidità. Balotelli ci prova più di tutti, Robinho manca il gol in un’occasione, Niang è spesso fuori posizione, ma si fa notare di più in difesa con due grandi recuperi. Allegri ad inizio ripresa riparte con Pazzini proprio al posto del francese. E la trama non cambia. L’effetto cromatico è netto: una marea rossonera che si riversa verso Pegolo, ma la diga bianconera che arresta la pressione. Il secondo tempo è una rincorsa al gol, ma non basta. Al 60’ Allegri getta (finalmente) nella mischia El Shaarawy per Nocerino, nel tentativo di aumentare la spinta offensiva. Il Faraone ce la mette tutta: una volta viene fermato in fuorigioco inesistente, una seconda sfiora la traversa di testa. Ma è una di quelle sere in cui sembra non funzionare nulla. Fatali e dolorose. Chiamale sindrome La Coruna o di Istanbul. Se poi ci metti una grande prestazione del Siena e l’espulsione di Ambrosini per doppia ammonizione beh, allora il conto è fatto, anche se subito dopo Terlizzi lo segue negli spogliatoi, col disappunto di Iachini. Entrano anche Agra e Paci (fuori Rosina ed Emeghara); Constant sostituisce Abate e il vento cambia direzione. La partita vive più sull’istinto e all’82’ Felipe commette fallo su Balotelli; Bergonzi indica il dischetto del rigore che Mario, ovviamente, non sbaglia. Il finale è da infarto, col Siena che non digerisce il penalty, soprattutto Iachini che viene allontanato dal campo. Ma il Milan spinge con la bava alla bocca e all’87’ coglie l’incredibile 1-2 con Mexes, risolutore di un batti e ribatti nei pressi dell’area piccola senese. Il finale è per cuori forti. I rossoneri lo gestiscono con il possesso palla fino al triplice fischio di Bergonzi dopo quattro minuti di recupero: tra le (tante) polemiche, l’Europa del Milan è fatta.

A nulla vale, quindi, la schiacciante vittoria della Fiorentina all’Adriatico di Pescara. Il sogno dei toscani dura sino alle 22.34 (ora del gol di Mexes). Un sogno durato 38 giornate e diventato realtà solo per un’ora e 29 minuti. Il gol dell’1-0 di Ljajic inizia a far sperare la banda di Montella, poi da Siena arriva la notizia dello svantaggio dei rossoneri che dà sempre più fiducia. La Viola chiude la pratica Pescara in mezz’ora grazie alla solita organizzazione di gioco. Palla che scorre veloce a terra, da una parte all’altra del campo, triangolazioni, inserimenti e tre punti in cassaforte con la doppietta del solito Ljajic e la rete (prima stagionale) di Mati Fernandez. L’attenzione, dunque, si sposta sul risultato del Milan, le radioline appaiono in panchina e tutta la Fiorentina inizia a sperare e crederci sempre più. Sul terreno di gioco dell’Adriatico, invece, accademia per gli ospiti, che trovano anche il 40° gol (probabilmente l’ultimo) con la maglia gigliata di Stevan Jovetic e la tripletta – la prima nella sua carriera in Serie A – di Ljajic. Poi la scena è tutta per Pepito Rossi che esordisce con la nuova maglia e torna in campo dopo il gravissimo infortunio ai legamenti: alla fine questa è la notizia più bella della serata per la squadra dei Della Valle. Sì, perché da Siena arriva la beffa. Prima il rigore accolto con sorrisi ironici in panchina, poi la rete di Mexes che rispedisce la Fiorentina in Europa League. E nessuno, o quasi, si accorge del gol della bandiera del Pescara del giovane Vittiglio. La Viola chiude un campionato fantastico a testa altissima, andando sotto la curva a salutare i tifosi, con tanta amarezza ma senza rimpianti.

Chiudere bene per congedarsi nel migliore dei modi dai propri tifosi dopo una stagione a dir poco disastrosa. Chiudere bene per volare in Europa. Motivazioni diverse per Inter e Udinese, morale opposto, così come la condizione fisica. E la partita di “San Siro” ne è lo specchio. L’inizio dei nerazzurri è da incubo, proprio come l’annata. Non passa neppure un minuto che Pinzi, ricevuto l’incredibile lasciapassare da un ingenuo Juan Jesus, infila Handanovic per l’1-0 dei friulani. Passano 2’ e Kuzmanovic è costretto a fermare fallosamente uno scatenato Basta sulla destra. E passano 7’ quando Cambiasso, schierato nella difesa a tre con il giovane Pasa e Juan Jesus, salva sulla linea un colpo di testa di Totò Di Natale. Al minuto numero 10 arriva il raddoppio di Domizzi, con un colpo di testa su calcio di punizione del solito Di Natale. Dieci minuti, Inter sotto di due gol: dietro è confusione totale. La squadra di Stramaccioni ha uno sprazzo d’orgoglio e accorcia con Juan Jesus, che batte Brkic al termine di un’azione confusa e segna il suo primo gol in Serie A. Ci prova anche Rocchi dopo un bel contropiede, ma la conclusione è larga. I friulani hanno, però, in mano la partita, basta una ripartenza per mettere i brividi a un avversario incerottato e senza un’idea che sia una. Di Natale chiama l’ex Handanovic a una parata in angolo, Rocchi grazia il portiere dell’Udinese dopo un’azione di sfondamento di Alvaro Pereira sulla sinistra, poi ecco che arriva il tris. Ed è un tris d’autore, con Totò che la mette dentro con uno spettacolare destro a giro su assist di tacco di Gabriel Silva. Applausi di tutto il “Meazza”. Pronti via nella ripresa e punizione di Guarin deviata da Pereyra in angolo. Dal corner contropiede in velocità dell’Udinese con Muriel che serve Gabriel Silva: scavetto a saltare Handanovic e 1-4. Stramaccioni fa uscire un Alvarez più spento che mai per Palacio, al rientro dopo un mese e mezzo. Rocchi prende il palo su un bel pallone di Guarin, poi è lo stesso ex della Lazio ad andare in gol col piattone su assist di Palacio. Ma non è finita: squadre lunghissime, altro pasticcio difensivo dell’Inter con Nagatomo che non si intende con Handanovic e strada spianata per Muriel che segna il pokerissimo. La partita non ha più niente da dire, ha detto tutto. Tempo di sostituzioni: e quella di Schelotto per Rocchi viene salutata dallo stadio con fischi assordanti. Sugli spalti non resta che tifare contro il Milan nella corsa Champions. Ma anche qui per i tifosi dell’Inter (che intanto chiude nona in classifica) solo brutte notizie.

Roma e Lazio arrivano in maniera sicuramente differente all’importantissimo impegno di domenica 26 (finale di Coppa Italia). Una gara che vale triplo: vale un titolo, vale l’ingresso in Europa ed è soprattutto l’ennesimo atto di un’eterna lotta tra l’Aquila e la Lupa per il dominio della capitale. La Roma onora al meglio l’ultimo impegno casalingo e batte 2-1 il Napoli secondo in classifica. In palio non c’è nulla e il ritmo da amichevole e le marcature blande lo confermano. La partita è buona soltanto per le statistiche dei partenopei, in cerca della ciliegina sulla torta (media punti record) alla fine di una stagione straordinaria. E così al 15’ il tandem Hamsik-Cavani prova a sbloccare il match, ma il bomber sbaglia la mira da ottima posizione. Senza Totti, Marquinhos e De Rossi, la Roma affida a Pjanic le chiavi del gioco, ma Behrami non lo molla un attimo e la manovra giallorossa è troppo lenta per impensierire la retroguardia partenopea. Il Napoli, però, è impreciso e manca il guizzo giusto per l’ultimo passaggio. Al 39’ ci prova Hamsik con un destro a giro, ma Lobont respinge coi pugni. Poi tocca a Cavani, che un minuto più tardi salta tre giallorossi in area, ma non riesce a calciare in porta. Squadre lunghe, partita aperta. E la Roma sale in cattedra. Al 45’ Destro colpisce un palo a porta vuota dopo una bella parata di Rosati su Marquinho. Poi tutti negli spogliatoi. La ripresa, però, inizia come era finito il primo tempo. Dopo appena 2’ Marquinho calcia al volo di destro da fuori area e trafigge Rosati. Il gol del vantaggio galvanizza i giallorossi, che prendono in mano le redini del gioco. Il Napoli soffre il palleggio e la maggiore densità in mezzo al campo della Roma. Mazzarri cambia modulo e passa alla difesa a quattro, ma non basta. Al 58’ Destro, infatti, si inventa un numero su Rolando in area e firma la rete del raddoppio (con la gentile collaborazione di un non irreprensibile Rosati) che regala alla Roma anche il sorpasso in classifica sugli storici rivali della Lazio. Sotto di due gol, il Napoli si arrende. Gli ultimi a mollare sono Behrami e Cavani. Il Matador accorcia le distanze all’84’, ma è ormai troppo tardi per recuperare il match. Mazzarri annuncia la fine del suo ciclo (costellato di grandissime soddisfazioni) sulla panchina campana; l’ultima volta che il Napoli perse all’Olimpico era il 2009. Allora in panchina c’era Donadoni, che lasciò Napoli e fu sostituito proprio da Mazzarri dopo quella sconfitta. Corsi e ricorsi storici…

La sfida tra Cagliari e Lazio (biancocelesti privi di Radu ed Hernanes), invece, è quella che ci si aspetterebbe da un ultimo turno di campionato che non ha molto da dire: occasioni che si contano sule dita di una mano e poco spettacolo. L’equilibrio nel gioco è confermato anche dalla esiguità delle occasioni: la chance monstre di tutto il primo tempo è proprio in chiusura di prima frazione, nell’unico minuto di recupero: scambio corto tra Pinilla e Avelar, con il terzino sinistro che si incunea in area dal lato corto e scarica un mancino poderoso su legno più alto. Al rientro dai blocchi, in sede di secondo tempo cambia il canovaccio: già al 5’ occorre un’occasione capitale sui piedi di Eriksson. Il centrocampista in estirata arriva sul pallone, rinviato male da Konko, con una conclusione a botta sicura, che Biava prodigiosamente salva prima della linea. Sessanta secondi più tardi è Thiago Ribeiro a rendersi pericoloso: dribbling sul piede sordo e tiro largo. A quel punto Petkovic, forse scartabellando tra le statistiche, manda in campo Floccari, 5 gol al Cagliari, ma senza esiti sperati, anche se al 63’ l’attaccante col numero 99, manda di poco fuori di testa. Al 67’ è un tiro di Cana dalla trequarti a costringere Avramov all’impossibile, tanto da mandare l’estremo difensore contro il palo per salvare la conclusione. Lo sforzo profuso dalla Lazio in questo scorcio di gara è troppo poco per sperare in qualcosa di meglio, ma sa di beffa nel momento in cui basta una minima disattenzione sul blitz di Dessena di testa a centro area per determinare la resa incondizionata e rimandare in appello i laziali alla finale di Coppa Italia, per rimediare una stagione agrodolce. L’ultima gara della stagione è anche la più importante, per riscattare un’annata che almeno in campionato vede, come già detto, i cugini romanisti sopra in classifica.

Il Palermo saluta nel peggiore dei modi la Serie A. Al “Barbera” è il Parma a far festa, vincendo per 1-3 con reti di pregevole fattura, tutte sul finire della prima frazione. Sblocca il match Gobbi con un meraviglioso sinistro al volo, poi ci pensano prima Valdes e quindi Belfodil a battere l’abbattuto Benussi. Nella ripresa Miccoli si prende la squadra sulle spalle salva l’onore con una perla su punizione. Rosanero sfortunati con Mirante decisivo, oltre ai tre legni colpiti, uno da Hernandez e due da Miccoli, richiesto a gran voce dai tifosi anche per la prossima stagione che vedrà i rosanero impegnati in Serie B.

Pari e tanto spettacolo all’Olimpico di Torino tra la squadra di Ventura e il Catania di Maran. I siciliani vanno due volte in vantaggio ma vengono sempre riacciuffati dalla grinta del Toro. La gara la sblocca Almiron al 25’ su assist di Castro. I padroni di casa reagiscono e pareggiano con il colpo da biliardo di Cerci, autore, come al solito, di una gran bella prestazione. Bergessio porta nuovamente avanti i rossazzurri con un bel destro sul palo più lontano. Ventura inserisce Bianchi (alla sua ultima apparizione in maglia granata) che segna in extremis il gol del 2-2 conclusivo. La squadra di Maran sorride grazie allo storico ottavo posto raggiunto a quota 56 punti.

Non posso astenermi dal dare un giudizio a questo campionato appena concluso. È stata un’annata piena di gioie, delusioni, capovolgimenti di fronte, beffe, lacrime e tanto altro. C’è chi sostiene che il campionato italiano non sia più quello di una volta. E forse è davvero così. Ma non per chi questo campionato ce l’ha nel sangue. La capacità unica di emozionare, esaltare e far sognare milioni di persone. Il genio del talento e l’impegno di chi non molla mai. Il gioco più bello, che a volte sa regalare anche grandi lezioni di vita. Ecco perché campionato, io ti amo.

I TOP

Adem Ljajic (FIORENTINA): Si porta a casa il pallone grazie alla tripletta che lo porta a 11 gol stagionali in campionato. Il serbo, più di Jovetic, ha dato una marcia in più in questo finale di stagione. Ora i Della Valle devono fare di tutto per blindarlo. FRIZZANTE.

Cyril Thereau (CHIEVO): Il francesino gialloblù, zitto zitto, arriva a 11 gol in campionato e si conferma il migliore della stagione clivense. Sarà sicuramente un uomo mercato. TRASCINATORE.

Francesco Guidolin (UDINESE): Altra magnifica impresa, porta i suoi ancora una volta in Europa nonostante le aspettative della vigilia. Un allenatore con la “A” maiuscola, uno su cui si può sempre contare. MIRACOLOSO.

Fabrizio Miccoli (PALERMO): Il Palermo è stato lui, da sempre. E i tifosi sperano che sia davvero per sempre così. Anche contro il Parma, il capitano sfodera una grande prestazione condita da un bellissimo gol su punizione. PIBE DE ORO.

I FLOP

Massimo Ambrosini (MILAN): Si perde Terzi nell’occasione dell’1-0 senese, trattiene Vitiello in area di rigore (in un contatto da punire con la massima punizione) e lascia il campo anzitempo per doppia ammonizione. C’è altro? Per fortuna no. DELETERIO.

Juan Jesus (INTER): Neanche un minuto e commette un’ingenuità pazzesca, regalando il vantaggio all’Udinese. Poi altri pasticci insieme ai compagni di reparto. Il gol del momentaneo 1-2 non lo salva dal bruttissimo giudizio. RACCAPRICCIANTE.

Antonio Rosati (NAPOLI): Più gioca e più si capisce perché fa il secondo portiere di ruolo. Ad ogni intervento positivo fanno seguito due negativi. Non c’è proporzione e i napoletani lo sanno bene ed hanno gioito, e non poco, sapendo che la partita contro la Roma non contava più nulla, se non per le statistiche e per Mazzarri che ha salutato gli azzurri. FUORI CONTESTO.


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