Serie A 3^ GIORNATA. Roma (e Napoli) caput… Italiae – di Angelo Abbruzzese

Paulinho (LIVORNO)
Paulinho (LIVORNO)

Non è una partita come tutte le altre, perché non è facile convivere serenamente dopo il rigore di Ronaldo, dopo lo scandalo Calciopoli, dopo una rivalità che ha da sempre appassionato milioni di tifosi. Da quel lontano 1967, Inter-Juventus è la partita che più di tutte riesce a tenere incollati alla televisione miliardi (e non esagero) di spettatori. È stata la partita di Mazzola e Capello, di Boninsegna e Bettega, di Bergomi e Scirea, del 9-1 fantasma, del gol da casa sua di Seedorf e, ancora, del mischione che portò al gol in coabitazione tra Toldo e Vieri.

È stata la partita dei fenomeni Del Piero e Ronaldo, dei gol di Nedved, del gol di testa di Cruz, del gol in Supercoppa di Veron. È stata la partita della prima linguaccia di Alex Del Piero, del gol di un insperato pareggio di Camoranesi e della misteriosa esultanza di Muntari. E come dimenticare la doppietta di Balotelli in Coppa Italia? O il gol allo scadere di Grygera? O i capolavori di Marchisio e Maicon? È stata anche la partita della prima sconfitta della Juventus di Conte in campionato, dopo una serie incredibile di 49 partite senza dispiaceri. Caro Derby d’Italia (sia benedetto chi ha coniato questo termine), finalmente eccoti di ritorno, pronto più che mai a far discutere e a tenere, come al solito, l’Italia intera con il fiato sospeso. È Inter-Juventus, come avete potuto dedurre, il primo anticipo della 3^ giornata di Serie A: si gioca alle 18 in un San Siro stracolmo. Mazzarri preferisce Taider a Kovacic, conferma Alvarez dietro Palacio e porta per la prima volta in panchina Diego Milito, a sette mesi dal terribile infortunio rimediato in Europa League; Conte, invece, non cambia nulla rispetto alle partite vittoriose contro Sampdoria e Lazio e recupera anche gli acciaccati Vucinic e Barzagli. La partita è sin da subito molto tattica, con le due squadre che giocano praticamente a specchio e che fanno molta attenzione alla fase difensiva. La prima palla gol del match capita su azione d’angolo, quando Pogba rinvia corto favorendo la battuta al volo di Yuto Nagatomo, sulla quale, però, Buffon è prodigioso. Tevez appare molto ispirato, mentre il suo compagno di reparto Vucinic soffre i postumi della contusione al ginocchio ed è parecchio svogliato. I bianconeri hanno in mano il pallino del gioco, ma i nerazzurri riescono a pressare molto (e bene) i portatori di palla ospiti e, quando possibile, a ripartire con 5-6 uomini. Tutto ciò limita i giocatori offensivi della Juventus, che crea l’unico pericolo del primo tempo con un inserimento senza palla di Pogba (splendido lancio di Pirlo) vanificato da Handanovic. Una delle parecchie ripartenze dell’Inter porta Taider alla conclusione di sinistro, ma anche stavolta il portiere della nazionale italiana si fa trovare pronto. Da segnalare anche un fallo di mano in area di Vidal, poi steso dallo stesso Taider: l’arbitro, però, aveva già fischiato il fallo del cileno. Dal tunnel non rientra Stephan Lichtsteiner (già ammonito e abbastanza deludente) che viene sostituito da Isla, oggetto del desiderio dell’Inter per gran parte dell’estate. Il secondo tempo lo inizia meglio la squadra di casa, che va vicina alla rete con un colpo di testa di Palacio bloccato da Buffon. La partita viaggia sul filo di un equilibrio sottilissimo, capace di rompersi da un momento all’altro. Tevez si libera di Nagatomo e serve con un passaggio filtrante Vidal, ma l’ex Leverkusen calcia a lato col sinistro. Mazzarri manda in campo l’ammazza-Juve dell’ultima stagione, Mauro Icardi, mentre Conte risponde con Quagliarella per un inesistente Vucinic. Il numero 9 nerazzurro tiene fede al suo “soprannome” e al primo pallone toccato colpisce: Chiellini perde palla sulla trequarti, Alvarez recupera e destina sul piatto destro dell’attaccante ex Sampdoria, che da due passi non sbaglia. Ma la Juve non muore mai e dopo due minuti trova l’immediato pareggio. Indovinate con chi? Sempre con Arturo Vidal (terzo gol in tre partite di campionato), abile a raccogliere un assist di Asamoah (grande la sua azione sulla fascia) e a battere Handanovic con un sinistro in diagonale, per quello che è anche il primo gol subito dall’Inter di Mazzarri. La gara esplode e la Juventus trova due occasionissime per portarla a casa: prima Tevez calcia a lato dopo una bella sponda di Quagliarella, poi Handanovic respinge un colpo di testa a botta sicura di Vidal sui piedi di Isla, che a porta sguarnita fallisce clamorosamente il match-ball. Il Derby d’Italia termina 1-1: tutti contenti, chi più chi meno.

Il Napoli che ospita l’Atalanta mette in mostra per la prima volta la maglia mimetica, mentre gli ospiti si vestono di giallo e nero (in stile Borussia Dortmund), forse per mettere un po’ di paura ai partenopei in vista dell’impegno di Champions contro la squadra di Klopp. Benitez lascia fuori Maggio, Britos, Zuniga, Behrami, Hamsik e Callejon, rimpiazzandoli con “riserve” come Mesto, Cannavaro, Armero, Dzemaili, Mertens e Pandev. Gli azzurri militari ci provano per tutto il primo tempo, ma l’Atalanta resiste e addirittura crea, con Cigarini, la prima occasione del match. Denis è in serata e ingaggia un duello senza esclusione di colpi con l’ex compagno Cannavaro. Consigli, dall’altra parte, abbassa la saracinesca e il Napoli lentamente arriva a perdere le misure. Gli uomini di Don Rafè arrivano bene al limite, ma sbattono spesso e volentieri contro la retroguardia bergamasca. Al di là di un sinistro a lato di Pandev, infatti, i campani creano ben poco. Denis si batte facendo reparto da solo, anche se Reina viene messo in apprensione soprattutto da alcuni cross di Del Grosso. Colantuono si affida a una squadra compatta e riesce a imbrigliare il Napoli, almeno fino a quando entrano i pezzi grossi: prima Callejon e poi Marek Hamsik. Prima del loro ingresso, Denis fa volare Reina con un destro a giro, mentre Insigne, Higuain e Pandev mettono paura al portiere avversario, senza trovare, però, la fortuna sperata. Lo slovacco è la seconda mossa di Benitez (dopo Callejon) e ci mette pochissimo ad entrare in partita. Al 71’, infatti, la resistenza orobica è abbattuta: palla in verticale di Insigne, Hamsik stoppa, Del Grosso tocca ma, soprattutto, Higuain segna. L’Atalanta resta anche in dieci uomini per l’espulsione per doppia ammonizione di Cigarini e, all’81’, deve assistere alla rete del raddoppio firmata dal fenomenale José Callejon, con un perfetto piatto sinistro. Nel finale ci prova anche Armero, ma il risultato non cambia più. 2-0 e vetta della classifica solitaria (la Juve la perde dopo 17 mesi): che le maglie giallonere siano di buon auspicio in vista del Dortmund?

Ti aspetti Kakà, ti ritrovi ad ammirare le sgroppate di Darmian, D’Ambrosio e Cerci. Ti aspetti un Milan convincente all’Olimpico per confermare il ko di Verona come uno scivolone pre-Champions e invece vedi un Torino dominare la partita in lungo e in largo, salvo poi crollare nel finale anche un po’ casualmente. Il 2-2 dell’Olimpico dice tutto, ma non racconta con assoluta fedeltà l’andamento della partita, penalizzando i granata di Ventura e premiando eccessivamente il Milan. E qualcuno in rossonero ringrazi il signor Andrea Poli, decisivo e caparbio nelle due azioni che hanno portato Muntari e Balotelli al gol. Il campo dice che la posta in palio è spartita. Il Torino, però, può tornare a casa con la bocca amarissima per una partita impostata nel primo tempo, dove alla pericolosità potenziale non è stata fatta seguire la freddezza realizzativa, e sbloccata subito nella ripresa, sugli esterni, dominati in lungo e in largo con Darmian, D’Ambrosio e Cerci appunto. Guarda caso gli ultimi due spaccano in due la retroguardia rossonera, sbilanciata e distratta già in occasione dell’1-0 di D’Ambrosio. Il laterale salta Zaccardo con facilità imbarazzante e infila Abbiati sul suo palo. La reazione del Milan c’è, ma non si vede. Deve entrare Matri, ma uscire Kakà (capitano dopo l’infortunio muscolare a Montolivo), per vedere qualcosa di buono là davanti con gli scambi ravvicinati con Balotelli che, però, non portano a niente. Lo scossone al Milan lo dà un giocatore del Torino, il più rappresentativo: Alessio Cerci. Il fuoriclasse granata, al 71’, taglia in due la difesa del Milan, trovando il più facile del gol per un 2-0 che ha una doppia valenza: risveglia il Milan con un ceffone potente e fa adagiare il Toro sul velluto. I rossoneri caricano a testa bassa, Balotelli si divora un paio di gol esaltando i riflessi di Padelli, ma l’uomo del match senza portafoglio, o meglio senza tabellino, è Andrea Poli. L’ex blucerchiato apre l’azione del gol di Muntari, casuale come pochi e condito da un giallo arbitrale; non solo, al 95’ si procura il calcio di rigore che poi Balotelli, tanto per cambiare (sono 21 su 21), realizza spiazzando Padelli. Anche se il Torino protesta giustamente per la non concessione di un cambio. E allora è 2-2, ma il Milan è tutt’altro che guarito. Il solo Kakà non può essere la soluzione di tutti i mali.

Nella prima gara delle 12.30 della stagione, la Fiorentina ospita il Cagliari. 3-5-2 confermato per i viola, con Roncaglia e Tomovic al posto di Savic, infortunato, e Compper, in panchina. I sardi rispondono con Perico e Murru sulle fasce e Astori al centro, con Dessena a centrocampo e Ibarbo al fianco di Sau. La Viola non gioca bene, cerca di affidarsi al fraseggio ma l’aggressività e la compattezza degli ospiti frenano le giocate dei toscani. Rossi è in giornata, ma non trova assistenza se non in Borja Valero e, a volte, in Pasqual. Lo spagnolo si vede murare una conclusione da dentro l’area, ma questa resta l’unica occasione del primo tempo dei padroni di casa. Nel finale Astori sfrutta una spizzata di Conti su azione d’angolo per concludere verso la porta, ma la sua incornata termina clamorosamente alta. La nota più negativa del primo tempo per la Fiorentina è, però, l’infortunio alla spalla rimediato da Cuadrado: al suo posto entra Joaquin. Nella ripresa le squadre si allungano un po’, si creano gli spazi e Mario Gomez sfiora il suo primo gol al Franchi, mandando, però, alto a porta quasi vuota. In quest’occasione il centravanti tedesco si scontra con Agazzi e ha la peggio, dovendo abbandonare il campo in barella in favore di Iakovenko. La prima parata del portiere cagliaritano arriva al 59’ su un calcio di punizione del solito Pepito. I sardi reagiscono con un tiro al volo di Nainggolan che fa la barba al palo e con un paio di contropiede non sfruttati da Sau che gridano vendetta. Così, quando la difesa si addormenta, ecco Borja Valero sbucare in piena area: anticipo su Agazzi e gol del vantaggio. Buono il cross di Ambrosini, buono il tocco di Rossi, buono tutto. Il Cagliari è ferito nell’orgoglio e non reagisce fino all’89’, quando Ibarbo va via bene sulla destra e lascia partire un cross perfetto, che Pinilla indirizza nell’angolino non coperto a dovere da Neto. Nel finale c’è spazio anche per un po’ di far west: Murru travolge Rossi in area ma l’arbitro non dà rigore, Pizarro si fa cacciare per proteste poco ortodosse nei confronti dell’arbitro e Montella diventa furibondo. La Fiorentina butta alle ortiche una buona occasione per fare classifica, ma la consolazione è che non sarà di certo l’ultima.

Torna alla vittoria la Lazio di Petkovic, che, nonostante le contestazioni dei tifosi nei confronti di Lotito, travolge il Chievo con un cinico primo tempo. Prima della gara, la tegola per l’allenatore biancoceleste è tripla, perché Hernanes (squalificato), Radu e Biglia (infortunati) non sono a disposizione e così è il solito Candreva a salire in cattedra, segnando il suo secondo gol stagionale su grande assist di Ederson (7’). Sannino non gradisce perché la reazione dei suoi non va oltre una ricca quanto improduttiva collezione di angoli e qualche discesa (poco accompagnata) di Dramé. La chiave è tutta in mediana dove in teoria sarebbe 2 vs 2 (Rigoni-Radovanovic contro Onazi-Ledesma); solo in teoria, però. Perché Ederson copre la tratta trequarti/centrocampo con la frequenza di una metro a pieno regime in un giorno feriale e con la puntualità di una meridiana. Non che la Lazio metta sul tavolo un calcio spumeggiante, sia chiaro, ma la riabilitazione non passa per l’estetica e dietro si porta pure delle scorie. Succede, allora, che lo sterile possesso palla esercitato dal Chievo nella seconda parte della prima frazione è fine a se stesso, poco verticalizzato, prevedibile, ma pure continuo. Il che porta inevitabilmente a qualche guaio. Al minuto 35 è Paloschi a sparare e trovare i guantoni di Marchetti sull’ennesimo sciagurato disimpegno di un Cavanda in balia del campo su una fascia che non conosce. Petkovic non può ignorare e decide di invertire gli esterni bassi. Per premiare la scelta bastano un centinaio di secondi. Il chiomato vola sul suo binario preferito, cross e controcross di Ledesma, Puggioni la combina grossa in uscita e in acrobazia arriva la redenzione del difensore: 2-0. Il Chievo accusa il colpo e prende pure il terzo due minuti dopo quando Lulic, innescato da Onazi, torna in versione finale di Coppa Italia e chiude i giochi a tripla mandata. Nella ripresa Cavanda prova a riguadagnarsi qualche fischio e alza un pallone pericolosissimo nella sua area, Paloschi col tacco lo grazia. Ma è solo una fiammata, la Lazio è in pieno controllo e l’ingresso di Pellissier non cambia musica e spartito. Si sente solo il clangore della traversa su pallonetto di Candreva e l’impatto dei guanti di Puggioni con un pallone scagliato dal solito Lulic col cannone. I locali vengono giù come l’acqua dal rubinetto ed è ancora l’estremo difensore del Chievo a chiudere la serranda su un imperioso colpo di testa di Klose, prima di tremare su un affondo di Onazi. Dall’altra parte Marchetti risponde alle prodezze di Buffon, Paloschi ci resta male. La Lazio riprende la sua via, in vista dell’Europa League e del primo derby della stagione.

Finisce 1-1 il match del Friuli tra Udinese e Bologna. Dopo un primo tempo abbastanza noioso senza particolari occasioni (eccezion fatta per un tiro di Antonio Di Natale respinto da Curci), è il Bologna a sbloccare a metà ripresa. Grande calcio di punizione di Diamanti che non lascia scampo a Kelava: è il primo centro in campionato per il fantasista felsineo. Nel finale Guidolin manda in campo anche Maicosuel e Zielinski e i risultati si vedono subito, perché a 5’ dalla fine Muriel scucchiaia per Di Natale, che in girata batte Curci. Primo gol anche per il capitano dell’Udinese alla sua 300a apparizione in Serie A. La gara non ha più nulla da dire e si chiude in parità: l’Udinese sale a quota 4, mentre il Bologna a 2.

Torna al successo anche l’Hellas Verona di Mandorlini, che si sbarazza del Sassuolo di Eusebio Di Francesco (sempre più ultimo) con un gol per tempo. Nonostante l’assenza di Toni, è buona la mole di gioco offensivo creata dai veneti, che passano al 12’ con la prima rete stagionale di Raphael Martinho, su passaggio illuminante di Hallfredsson. Gli ospiti reagiscono e sfiorano il pari con una punizione di Kurtic e un sinistro di Zaza, ma è nel secondo tempo che creano le occasioni migliori: Gazzola manca il pallone a due passi dalla porta, mentre Floro Flores e Acerbi (al rientro dopo l’operazione) si mangiano la rete del pari su azione d’angolo. E così nel finale il Verona chiude la pratica: Jorginho semina il panico nella difesa neroverde e pesca in area Romulo, che da due passi non fallisce per il 2-0 definitivo. Hellas che sale a 6 punti, Sassuolo sempre fermo a 0.

Seconda vittoria consecutiva per il Livorno di Nicola. È Paulinho, stavolta, l’uomo-copertina: doppietta nella ripresa e Catania al tappeto. La prima occasione è per Spolli, che da due passi spedisce in bocca a Bardi. La risposta del Livorno è affidata alle conclusioni dalla distanza di Paulinho, Biagianti e Greco, ma la mira non è delle migliori. Ci prova anche Mbaye di testa, ma la palla va fuori. Al minuto 36 la migliore occasione degli ospiti con Bergessio che, lanciato sul filo del fuorigioco da Barrientos, incrocia troppo il mancino. Gli amaranto replicano subito e, al 43’, Emeghara sfrutta un’indecisione di Andujar ma la sua conclusione è respinta sulla linea da Nicolas Spolli. Si va al riposo sullo 0-0. Il secondo tempo parte sulla falsariga del primo. Il palo salva il Catania sulla conclusione in girata di Paulinho al 55’, mentre Bardi salva il Livorno con un grande riflesso sul tiro di Plasil deviato da Bergessio (61’). Le due squadre spingono forte, il gol è nell’aria e arriva al minuto 66, con Paulinho che insacca con un piatto destro secco su cross basso di Schiattarella. I siciliani accusano il colpo e al 72’ subiscono il 2-0: è ancora l’attaccante brasiliano a trovare la soluzione vincente su passaggio di Emeghara, abile a sfruttare un errore di Andujar. Nel finale c’è tempo anche per una traversa in rovesciata di Bergessio, ma è troppo tardi: la festa è tutta amaranto.

Il posticipo domenicale è il derby di Genova tra Sampdoria e Genoa. Tutto tranquillo, nonostante casi di spionaggio (sospesa la “spia” genoana) e rischio rinvio per pioggia. L’avvio stagionale delle due squadre, certo, non preannuncia spettacolo. Un punto in due partite la Samp, zero il Genoa (più la sconfitta in Coppa Italia). Ed ecco che la strategia di Delio Rossi e Liverani, guarda caso, appare subito la medesima: difesa a tre rigida, esterni più propensi a difendere, centrocampo ruvido e coppia d’attacco più impegnata a pressare in fase di non possesso che a creare occasioni per segnare. A Marassi, nel primo tempo, l’intensità espressa vale certamente il derby della Lanterna, lo spettacolo un po’ meno. Eppure le premesse non sono niente male: al 9’, l’ex milanista Antonini infila di destro (al volo) un cross da destra di Biondini. La Samp, colpita così presto, non ha la capacità di reagire all’istante, permettendo al Genoa di creare una doppia linea davanti a Perin (che terminerà per la prima volta in stagione il match senza subire reti). Eder e Gabbiadini, davanti, non creano alcuna ansia agli esperti Gamberini, Portanova e Manfredini. Solo ad inizio ripresa sembra che la Samp possa abbozzare, in qualche modo, una reazione. L’atteggiamento pare più propositivo, ma al 5’ il Genoa vola sul 2-0 con una perfetta triangolazione Gilardino-Vrsaljko-Calaiò, con quest’ultimo che finalizza un assist da destra dell’esterno croato. Il derby, in sostanza, termina qui, dopo 50 minuti in cui la Samp non riesce mai a tirare verso la porta di Mattia Perin. E a metà ripresa c’è gloria anche per Lodi, che su punizione (per lui è più facile di un calcio di rigore) beffa Da Costa sul proprio palo dopo un fallo subìto da Gilardino al limite dell’area. I blucerchiati crollano senza reagire, mostrando una debolezza mentale oltre che fisica. Una spia, forse, farebbe comodo anche a Delio Rossi.

Manca un’altra gara all’appello per concludere il 3° turno del nuovo campionato di Serie A. Al Tardini di Parma arriva la Roma di Garcia, fresca di due vittorie nelle prime due partite. L’allenatore francese conferma per 10/11 la formazione che ha disintegrato il Verona, sostituendo Gervinho con Ljajic. Donadoni, invece, opta per la difesa a quattro e rischia dall’inizio Gargano, nonostante le fatiche transoceaniche. Con Totti come falso nove, tocca a Pjanic cambiare gli equilibri in corsa della Roma, che a seconda della posizione del bosniaco si plasma dal 4-3-3 al 4-2-3-1. Ma è soprattutto il Parma a rendersi pericoloso dalla fasce, dove al 9’, su traversone di Gobbi, è Biabiany a mancare di un soffio il tap-in decisivo. Poi un destro da fuori di Totti ed un bel fraseggio volante Maicon-Pjanic-Maicon mettono i brividi a Mirante. Ma è ancora Biabiany, al 24’, ad avere la palla giusta: angolo di Cassano, sponda di testa di Parolo, con il francese che calcia alto a porta vuota dal limite dell’area piccola. Ed alla Roma va bene che su un paio di ripartenze con la squadra spaccata in due i gialloblù perdano il guizzo decisivo. Al 35’, poi, è Amauri (su sponda ancora di Parolo) ad impegnare De Sanctis da fuori. Il Parma gioca meglio ed al 39’ passa, con Biabiany che brucia Castan di testa e si riscatta delle occasioni precedenti girando in rete un cross morbido di Cassani. E tre minuti dopo gli emiliani sfiorano anche il 2-0, con un colpo di genio di Cassano che pesca nello spazio lo stesso Biabiany, sul cui traversone basso Amauri è in ritardo. Neanche il tempo di riprendere fiato ad inizio ripresa, che un saggio di bravura di Pjanic regala il pari alla Roma: palombella morbida in corsa del bosniaco per Florenzi, il cui destro al volo sorprende Mirante. Al 51’, però, il Parma può già ripassare, ma sul destro di Marchionni dal limite c’è la deviazione decisiva di Amauri, con la palla che sfiora il palo. Ma la stanchezza comincia ad affiorare, il gioco si sfilaccia e le squadre si allungano. Così, al 70’, Strootman pesca Totti in verticale, Gobbi sbaglia il fuorigioco e il capitano a tu per tu con Mirante insacca il suo gol numero 228 in Serie A. Allora Donadoni prova la carta Sansone per Biabiany, con Okaka che aveva già dato il cambio ad Amauri. E proprio Okaka prima da fuori e poi Cassano su un tiro cross salvato sulla linea da Borriello riaccendono la partita, chiusa poco dopo da una ripartenza in campo aperto di Gervinho, sul quale frana Cassani in area: rigore di Strootman (voleva tirarlo Borriello, De Rossi ha detto di no) e gara chiusa, la Roma aggancia in vetta il Napoli e si gode una luce tanto inattesa quanto meritata.

In virtù di questi risultati, Roma e Napoli in testa alla classifica con 9 punti, seguite da Inter, Fiorentina e Juventus a quota 7; chiudono la graduatoria Catania e Sassuolo con 0 punti. Hamsik resta il capocannoniere del campionato con 4 reti, alle sue spalle Vidal, Callejon, Rossi e Paulinho con 3 gol segnati.

I TOP

Paulinho (LIVORNO): Il Livorno è lui. Prima doppietta in Serie A, 5° gol nella massima categoria e 3° in carriera al Catania. Un altro bel biglietto da visita per chi, in estate, aveva pensato a lui. Non me ne voglia Bardi (gran partita la sua), ma il brasiliano è davvero IMPRESCINDIBILE.

Francesco Lodi (GENOA): Alcuni dicono sia secondo solo a Pirlo nel ruolo di regista davanti alla difesa. Può sembrare un azzardo, ma l’ex Catania dimostra in ogni gara di essere all’altezza della situazione, smistando palloni a destra e a manca. E poi calcia le punizioni come fossero rigori. Un acquisto più che azzeccato per Preziosi. CRISTALLINO.

José Maria Callejon (NAPOLI): Praticamente infallibile. Terza rete in tre giornate di campionato, stavolta partendo pure dalla panchina. Benitez non ha potuto rinunciare a lui, buttandolo nella mischia a mezz’ora dal termine. E lo spagnolo non ha deluso. CECCHINO.

Hugo Armando Campagnaro (INTER): L’arcigno difensore fedelissimo di Mazzarri si fa subito sentire con le maniere forti con gli attaccanti juventini. E Vucinic, per esempio, è annullato. Grazie alla sua capacità di guidare la retroguardia nerazzurra e di ripartire palla al piede, è già diventato un idolo dei tifosi e un punto fermo della nuova difesa interista. ROCCIA.

I FLOP

Delio Rossi (SAMPDORIA): Sarebbe stato poco carino scrivere “Sampdoria”, ma, si sa, la colpa alla fine ricade quasi sempre sull’allenatore. Manda in campo una squadra senza voglia, senza idee e senza corsa, che può solo arrendersi allo strapotere del Grifone. RIMANDATO.

Bostjan Cesar (CHIEVOVERONA): Un disastro. Il peggiore della difesa del Chievo e, forse, di tutta la squadra. Deve voltare in fretta pagina. CARENTE.

Joaquin Sanchez (FIORENTINA): Entra per sostituire l’infortunato Cuadrado e in pratica non gioca. Non spinge, non copre, non inventa. Ok che il ruolo non era propriamente il suo, ma sarà difficile avere altre occasioni del genere. Montella lo toglie a 20’ dalla fine per inserire Pizarro. DA INCUBO.


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