Processo telematico claudicante, mancano giudici e personale

di Maurizio De Tilla –  presidente dell’Associazione Nazionale Avvocati Italiani

processo_telematicoIl decreto legge sulla Giustizia, pubblicato prima del 30 giugno 2014, già prevede uno slittamento per le cause pendenti per le quali il processo telematico entrerà in vigore il 31 dicembre prossimo. Il processo telematico vale solo per le nuove cause e non per tutti gli atti. La citazione e la comparsa di costituzione vanno notificate e depositate in forma cartacea, salvo invocazioni ed eccezioni che confermano la regola. Applicabile da subito per il ricorso per decreto ingiuntivo e per alcune procedure esecutive. Si parla di depositi cartacei, la cosiddetta copia di favore, anche dove è prevista l’obbligatorietà.

Il processo telematico nasce claudicante e ne vedremo delle belle. E delle brutte. Già sono stati accertati e indicati otto tribunali, ma sono molto di più, senza servizi telematici attivi. Dotazioni tecnologiche zoppicanti, con il 40 per cento degli uffici che hanno meno della metà di computer fissi efficienti. Velocità della connessione insufficiente nel 27 per cento degli uffici.

Della sicurezza non si sa proprio niente. Si rischia, quindi, che tutto il materiale telematico si possa volatizzare. Ma vi è ancora di più. Ai disservizi della giustizia si accompagna l’aumento dei contributi a carico dei cittadini che intendono promuovere un giudizio. Più spese, ma meno prestazioni, come accade per le tasse: maggiori imposte ma prestazioni e servizi pubblici insufficienti e talvolta inesistenti. Su questi presupposti è inutile vantare che si possa esaurire il processo civile in un anno.
Tutto è possibile realizzare nella giustizia civile. Ma senza annunci. Basta una forte determinazione che porti ad atti positivi concreti. Va aggiunta la conoscenza approfondita di ogni singolo risvolto della situazione dell’apparato giudiziario. Mancano risorse economiche, vi sono anche molti sprechi; mancano almeno 3 mila giudici togati; mancano strutture adeguate; sono vistose le carenze di personale; l’ufficio del processo è un alto mare; il processo telematico, come si è detto, è partito male per la ragione principale che gli uffici non sono sufficientemente informatizzati.
Da anni l’Avvocatura ha chiesto che si facciano indagini serie e capillari sulla produttività del lavoro dei giudici che sono «caricati» anche di 1.500 processi ciascuno. I rinvii dei processi in appello si verificano anche a 5 e più anni. Per non parlare della media conciliazione obbligatoria e del filtro in appello, che sono fallimentari perché mal pensati e mal prospettati.

Ben vengano l’arbitrato, la negoziazione assistita tramite avvocati, i divorzi non conflittuali, la corsia preferenziale per i procedimenti per la famiglia, la responsabilità civile per i magistrati. Questi sono provvedimenti giusti e necessari. Ma non hanno nulla a che vedere con l’effettivo accorciamento dei processi. Per abbreviare i tempi della giustizia civile occorre metter mano con incisività ad altri provvedimenti, che sono stati dall’Avvocatura più volte indicati. Anzitutto va rilevato che nei Tribunali vi sono Cancellerie senza personale. Mancano oltre 8 mila amministrativi su un organico di 44 mila addetti. In pratica negli uffici giudiziari è vacante il 18,64 per cento dell’organico.

Si tratta di cancellieri, direttori amministrativi, funzionari. La loro mancanza contribuisce a rallentare i processi. Porta con sé udienze ridotte, notifiche bloccate, sportelli con orari di apertura al pubblico ridimensionati. Rischia, peraltro, di imbrigliare il processo telematico. A Milano sono vacanti 800 posti su 3.200, a Roma 766 posti su 4.300, a Napoli 765 posti su 4.237, a Torino 495 su 2.580. Da considerare che il ministro della Giustizia Andrea Orlando sta compiendo uno sforzo encomiabile per attenuare le carenze strutturali.

Si tratta di Tribunali con ingenti carichi giudiziari ed impegni di lavoro. Non è inoltre di poco conto sottolineare che, su 5 milioni 200 mila processi in corso, ben un milione 200 mila riguardano cause «Inps» e «Poste». Nel complesso non vi è un adeguato progetto di trattazione e smaltimento dei processi. Nella giustizia ci vuole un ricambio generazionale nei vertici: sostituire anziani con giovani magistrati. Ma con quale obiettivo se ad entrambi manca qualsiasi cognizione manageriale?
Siamo in piena demagogia. Il problema non è, infatti, questo. La crisi della giustizia è endemica e il problema dei vertici è un «non-problema» se la giustizia è in coma irreversibile. D’altra parte i disastri procurati dalla selvaggia revisione della geografia giudiziaria sono enormi. Dopo le recenti conclusioni di un’incompiuta Commissione monitoraggio, un quotidiano «filo-revisione» ha titolato «Tribunalini, non servono marce indietro». Il titolo doveva essere il contrario: «Tribunalini, servono marce indietro».
Infatti, la stessa Commissione fa rilevare che permangono situazioni di forte difficoltà da approfondire «con un costante monitoraggio affiancato da un’attività ispettiva» in alcune sedi – Alessandria, Vicenza, Siena, Latina, Santa Maria Capua Vetere, Lagonegro, Bari, Ragusa ecc. L’elenco si può tranquillamente allungare. La realtà è, infatti, ben diversa da quella rappresentata dalla Commissione di cosiddetta di monitoraggio.

In più del 50 per cento delle sedi la giustizia è stata allontanata inspiegabilmente dal territorio e vi sono insopportabili carenze strutturali e ritardi nell’attività giudiziaria oltre al deprecabile allontanamento dal territorio, che costituisce il danno maggiore procurato dall’improvvida riforma. Il Ministro Orlando dovrà incisivamente intervenire ripristinando uffici giudiziari improvvidamente cancellati.

Non si può sanare la giustizia con i giudici a cottimo. Insieme a 9 mila giudici togati, lavorano 15 mila giudici di pace e laici, che vengono retribuiti a cottimo. Un terzo della giustizia viene amministrato dai giudici laici. E si pensa di incrementarne il numero per smaltire più celermente l’arretrato e risparmiare sulle spese di giustizia. I giudici cosiddetti onorari sono sottovalutati e sottostimati. Non hanno previdenza ed assistenza. Il loro ruolo è di serie B. Da ogni nuova legge vengono sempre più marginalizzati. La loro protesta è più che giustificata.

Il Tribunale delle imprese è stato sbandierato come un grande obiettivo dai precedenti Governi, ma si è rivelato fino ad oggi un flop. Come ha puntualmente sottolineato il presidente della Corte di Cassazione nell’ultima relazione di inaugurazione dell’anno giudiziario, pochi sono i processi portati a termine e grandi sono le difficoltà che si incontrano per strutturare le sezioni e acquisire forti professionalità.

L’Avvocatura ha contestato la concentrazione dei Tribunali delle imprese. Anche in questo, come per la scriteriata revisione della geografia giudiziaria, si è compiuta una scelta contro la territorialità della giustizia. Bisogna almeno raddoppiare la presenza nei Circondari dei cosiddetti Tribunali delle imprese. Da più parti si sostiene che si debba «rottamare» il giudizio per Cassazione. Troppe vertenze. Troppi avvocati, troppi giudici, troppi costi per la giustizia. Ma che fare?

Qualcuno irresponsabilmente propone di introdurre filtri e surrettizie pronunce di inammissibilità affidate alla discrezionalità dei giudici e all’inappellabilità dei loro giudizi anche se errati. Qualcuno, più responsabilmente, propone invece di eliminare, con una norma di revisione costituzionale, la possibilità in taluni casi di ricorrere in Cassazione.
Michele Ainis, su L’Espresso, così si esprime: «Ecco, la Cassazione potrebbe diventare la prossima vittima del presidente del Consiglio Matteo Renzi, e non è detto che sia un crimine». Si è intervenuti anche nel giudizio in Appello con norme scriteriate e incomprensibili riguardanti l’introduzione del «filtro». Contrario al dettato costituzionale il continuo aumento delle tasse sui processi. Non si ferma, infatti, l’aumento del «contributo unificato» che in parte non è destinato alla giustizia che ha, invece, bisogno di maggiori risorse e di spese razionali e controllate. Rispetto ai valori di dieci anni fa, l’accesso alla giustizia è diventato estremamente costoso.
Il contributo unificato per ricorrere in Appello e in Cassazione contro la decisione del Tribunale ammontava a 414 euro; dal 25 giugno scorso bisogna pagare 1.138,50 euro in Appello, il 175 per cento in più. E 1.718 euro in Cassazione, più di quattro volte l’importo precedente. Il conto sale ancora se l’ impugnazione viene respinta per intero o se è dichiarata inammissibile o improcedibile; in questi casi oggi si arriva a pagare 2.277 euro per l’Appello e 3.236 euro per la Cassazione, cioè rispettivamente il 450 e il 680 per cento in più rispetto a dieci anni fa. I contributi sono aumentati dappertutto. Viene, quindi, sanzionato con costi insopportabili il diritto di accedere alla giustizia.

Si tratta di oltre 500 milioni di euro all’anno incassati dall’Erario per una giustizia che va male e non funziona. La Carta costituzionale è stata stracciata, non si tiene alcun conto dei suoi articoli 3, 24 e 111. Bene hanno fatto quei giudici che hanno bloccato l’aumento del contributo unificato. Il Tribunale amministrativo regionale di Trento ha emesso un’ordinanza con la quale ha sospeso il pagamento, nell’ambito del processo amministrativo, del contributo unificato, ulteriormente aumentato.
Si è evidenziato che lo scopo dei continui aumenti non è quello di sopperire ai costi che, nel settore della giustizia amministrativa, sono più che sufficienti, ma quello di porre freno all’inizio dell’azione imponendo ai cittadini costi sempre più elevati. In realtà, così facendo, si offre una protezione alle violazioni compiute delle Pubbliche Amministrazioni, che costituiscono una delle ragioni principali del contenzioso davanti ai Tar. La leva tributaria per l’accesso alla giustizia – ma ciò vale anche per il settore civile – può avere un valore fortemente dissuasivo in contrasto con il diritto di difesa e del giusto processo,  sancito dagli articoli 24 e 111 della Costituzione.

Fonte: Specchio Economico


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