“Io deputata, non lascerò la toga. Pronta a ricorrere alla Consulta”

intervista di Giusi Bartoluzzi a La Stampa 


Giusi Bartolozzi è una mosca bianca e tale si considera: siciliana, classe 1969, è un magistrato giudicante, in forza alla corte d’appello di Roma, è una magistrata prestata alla politica, eletta alla Camera con Forza Italia. L’unica assieme a Cosimo Ferri, che è un renziano di Italia Viva.

Una figura controcorrente. «Lo so che sarò in splendida solitudine, ma io mi batterò contro questa follia di impedire a un magistrato, dopo un’esperienza elettiva, di tornare alla magistratura. Andrò anche alla Corte costituzionale».

Onorevole, lo sa che la pensano tutti all’opposto? «Certo. Ma non mi fa paura di essere sola in questa battaglia. Lei si ricorda di Rosa Oliva? No? Glielo dico io: era una donna tosta che nel 1960, assistita da Costantino Mortati, si rivolse alla Consulta perché le veniva impedito, sulla base di un pregiudizio di genere, di partecipare al concorso per prefetti. Era all’epoca una carriera riservata agli uomini. La Corte costituzionale le diede ragione. Lei non ebbe paura. E cambiò un pezzetto di storia italiana. Io farò come Rosa Oliva. Mi batterò da sola contro tutti, la politica che ora individua un falso problema perché fa comodo così e anche i miei colleghi che non hanno il coraggio di protestare».

Che cos’è che tanto la indigna, onorevole Bartolozzi? «Il tema della cosiddette “porte girevoli” esiste, per carità. È dalla tredicesima legislatura che provano a modificare le regole. E io sono d’accordo che un eletto, sia al Parlamento sia in un ente locale, non possa tornare a fare il pubblico ministero il giorno dopo. Ma è già così. Le regole ci sono. Io per 5 anni non potrò tornare a esercitare funzioni giurisdizionali se non in forma collegiale e non potrò fare domanda per ruoli direttivi. Ed è giusto. Ma di qui a impedirmi di tornare a fare il magistrato ce ne corre. È una questione di diritti costituzionali: siamo cittadini anche noi magistrati. E c’è persino la corte europea che ci dà ragione. Con il paradosso che un domani potrei candidarmi al Parlamento europeo, ma non a quello italiano. Se proprio vogliono metterci mano, occorre una legge costituzionale».

Dicono che così si impedirà una commistione tra politica e giustizia. «A parte che le intercettazioni raccontano tutt’altra storia, e cioè la degenerazione del correntismo, io vedo solo una riforma dettata dall’urgenza delle emozioni, non meditata, incostituzionale. Lo so che sarò sola nel dirlo. La magistratura in questo momento è troppo debole per parlare. Ma quello che proprio non mi va giù è la concezione del magistrato che sottostà a questa riforma: sognano ancora un magistrato che sta sotto la sua campana di vetro, non ha sue idee, non ha opinioni, non ha sesso. Non accettano l’idea che il magistrato decide sulle carte. No, gli piace l’immagine del magistrato che assolve o condanna sulla base delle simpatie o antipatie. E allora si capisce anche questa fobia, come se la politica possa contaminare il magistrato che per un periodo partecipa alla vita di un organo costituzionale. E allora io mi ribello. Non mi sento contaminata. Sono in Parlamento come tecnico, partecipo al processo legislativo, e forse è questo che dà tanto fastidio: che qui dentro arrivino dei tecnici. A Bonafede, per dire, in commissione io l’avevo detto che occorreva una norma transitoria per l’Anticorruzione. Non mi ha voluto ascoltare e puntualmente la Corte costituzionale ha eccepito. Poi gli ho detto che il decreto 29, quello sulle carceri, è sbagliato perché di effetto retroattivo: ora il giudice di sorveglianza di Spoleto ha sollevato la questione di costituzionalità e già immagino come finirà. Se va avanti con questo testo sul Csm, ci andrò io davanti alla Consulta. E vedremo».


Fonte: La Stampa


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