Serie A 4^ GIORNATA. Roma Capoccia – di Angelo Abbruzzese

José Reina
José Reina

Il 4° turno del campionato di Serie A si apre con tre anticipi non certo esaltanti, ma pur sempre degni di nota e di approfondimento. Alle 18 scendono in campo Cagliari e Chievo, che ospitano rispettivamente la Sampdoria e l’Udinese, mentre alle 20.45 tocca a Genoa e Livorno. Finisce con un rocambolesco 2-2 la sfida del Nereo Rocco di Trieste tra Cagliari e Samp. I rossoblù iniziano meglio e al 26’ passano, con la grande combinazione tra Ekdal e Pinilla che porta al gol lo svedese ex Siena.

Nel finale di tempo l’arbitro Di Bello annulla una rete a Wszolek, ma il polacco era partito in posizione palesemente regolare. Per buona parte della ripresa succede ben poco, con Rossi che inserisce Sansone e Pozzi al posto di Wszolek e Bjarnason mentre Lopez toglie Cossu e Sau per Ibraimi e Ibarbo. Il finale è surreale: all’89’ arriva il pareggio di Gabbiadini con un sinistro non irresistibile che Agazzi si lascia scappare in modo clamoroso. Due minuti più tardi è Conti a portare nuovamente in vantaggio il Cagliari, con una punizione precisa che si infila nell’angolino basso alla sinistra di Da Costa. Ma quando ormai la partita sembra volgere al termine, nel terzo minuto di recupero arriva il gol del definitivo 2-2 dei blucerchiati, con il sinistro di De Silvestri deviato in rete da Gabbiadini. Da segnalare anche l’allontanamento dal campo di Delio Rossi prima del triplice fischio per eccessiva esultanza. Con questo pareggio, il Cagliari si porta a quota 5 e nella prossima giornata farà visita al Livorno. La Doria, invece, sale a 2 e nel turno infrasettimanale ospiterà la Roma.

Il Chievo vince la sua prima gara stagionale e lo fa battendo la resistenza di una brutta Udinese. Eppure l’inizio, per i bianconeri, è incoraggiante: retropassaggio sciagurato di Cesar, Bernardini si addormenta e Maicosuel è il più lesto ad arrivare sul pallone e ad appoggiarlo in rete dopo un dribbling su Puggioni. I gialloblù, però, non si disuniscono e al 13’ arrivano al pari con la firma di capitan Pellissier (diagonale su passaggio filtrante di Frey). I friulani, senza Di Natale lasciato in panchina da Guidolin, si spengono col passare dei minuti e il Chievo infierisce, trovando la rete del 2-1: grande spunto in velocità di Paloschi, appoggio laterale per Rigoni che infila il pallone sotto l’incrocio dei pali anche grazie ad una sfortunata deviazione di Danilo (40’). Guidolin cambia l’Udinese durante l’intervallo: fuori Lazzari e dentro Di Natale. L’attaccante napoletano impegna subito Puggioni, poi al 70’ serve a Basta il pallone del 2-2: il tiro dell’esterno serbo, però, termina sulla parte alta della traversa. Dopo qualche minuto Heurtaux sfiora il legno orizzontale con una fiondata di testa. Il forcing finale dell’Udinese non produce frutti, il Chievo si difende con ordine e porta a casa tre punti preziosi. Per i friulani di Guidolin è la seconda sconfitta in campionato dopo quella rimediata alla prima giornata contro la Lazio.

Finisce senza reti, invece, l’anticipo serale tra Genoa e Livorno. Poche emozioni a Marassi con un primo tempo di marca amaranto con due occasioni nel giro di un minuto per Emeghara, agevolata da interventi maldestri di Perin. Nella ripresa (e soprattutto nell’ultimo quarto d’ora) il Genoa prova l’assalto decisivo, ma lo sforzo rossoblù porta solamente ad una traversa di Manfredini al 75’ e ad un miracolo del portierino scuola Inter Bardi su Calaiò, al minuto numero 93.

Inter senza sorprese, Taider dapprincipio, i “titolarissimi” che piacciono all’allenatore toscano da quattro partite e vocazione nerazzurra che rovescia le tendenze delle prime tre partite, quando occorreva aspettare per vedere i mazzarriani all’attacco e in gol. Qui bastano sette minuti: percussione a sinistra di Nagatomo, assist rasoterra e perfetto per l’accorrere di Palacio, solo e a porta libera: vantaggio. Vantaggio che si traduce presto in un dominio interista che sfiora l’imbarazzo. Pressing alto, possesso palla, manovra su tutto il fronte d’attacco, tecnica e agonismo, cui il Sassuolo non sembra opporre nemmeno quel che le squadre “minori” oppongono, ovvero la cattiveria. Tant’è che il monologo-Inter si traduce nel 2-0 con un lungo assolo centrale di Guarin, palla per Palacio, tiro che Pomini salva, palla che s’impenna e – ancora a porta vuota – Taider la scaraventa in gol con una mezza acrobazia. E se un tiro di Floro Flores alla mezz’ora intende sussurrare che in campo ci sono anche maglie neroverdi, non esistono dubbi su come la differenza fra le due squadre sia troppa. Davvero troppa. Il 3-0 è un gol mezzo comico e mezzo tragico, quando su un traversone da destra, Pucino s’addormenta e, anziché deviare in angolo, tocca il pallone mandandolo in gol, di testa, in compagnia dello scatenato centrocampista interista. Tanto voluto da Mazzarri e tanto bravo già con la Juve. Da qui all’intervallo, l’Inter si concede qualche pausa e distrazione fra metà campo e difesa, mentre Di Francesco ricarica l’attacco con Zaza (perché non inserirlo dall’inizio?). Il secondo tempo si apre con un paio di idee del numero 10 degli emiliani, tanta volontà e due buone conclusioni, alle quali Handanovic si oppone. Poi è fatale che il Sassuolo in avanti riduca ancor di più le sue scarsissime propensioni difensive e, al primo affondo, riecco Palacio che tira in diagonale, Pomini che devia e Alvarez in corsa che deposita il 4-0 nella porta desolatamente vuota. La partita, già finita nel primo tempo, può tradursi in un piacevole training in vista del turno infrasettimanale e soprattutto il momento buono per rivedere in campo Diego Milito, sette mesi e otto giorni dopo il crack. Salutato da un’ovazione. E su questa ovazione, il Principe scova anche la strada del gol, su un meraviglioso assist di Alvarez, per il 5-0 che poi Cambiasso arrotonda a sei con un semipallonetto dal limite su assist dello stesso Milito, seppure in offside. E la domenica del Principe si completa col gol personale numero due (settimo in totale), con arbitro e guardalinee che non vedono nemmeno i limiti del fuorigioco, trascinati anche loro nella baraonda di quest’Inter così bella da non sembrare vera. E con un Sassuolo così triste – 4 gare e 4 sconfitte – da sembrare impossibile. Nota finale: si tratta della massima vittoria esterna dell’Inter nella Serie A a girone unico, nel giorno della sua gara numero 2700 in campionato.

Di positivo ci sono i tre punti, la solita mole di gioco offensivo espresso e il debutto da titolare con gol di Llorente. Conte, però, deve aver visto soprattutto gli aspetti negativi, come il fatto di aver concesso per la terza volta di fila il vantaggio agli avversari (era capitato anche con Inter e Copenaghen) e quello di aver tenuto in partita sino all’ultimo secondo, almeno per quanto riguarda il risultato, gli avversari. È vero che l’allenatore leccese ha dato spazio ad un sostanzioso turnover, con Buffon, Chiellini, Lichtsteiner e Vucinic lasciati a riposo, ma chi punta al tris tricolore non può rischiare di perdere due punti in casa contro una squadra che lotta per la salvezza. Non che il Verona, privo dell’ex Toni, abbia messo alle corde i bianconeri, ma ha pur sempre corso a testa alta con Mandorlini, che ha schierato lo stesso 3-5-2 juventino. Che non sarebbe stata una domenica tranquilla, comunque, lo si è capito subito da un primo tempo, che rischiava di chiudersi con una beffa atroce per la Juve. Dopo aver fatto il gioco per quaranta minuti buoni, aver costruito azioni su azioni da gol, sfiorando la rete con Bonucci, Tevez (tre volte) e Vidal, e aver provato qualche tiro da lontano di troppo, i bianconeri si ritrovano sotto per l’ennesima distrazione difensiva degli ultimi tempi. Come a Copenaghen, un pallone spiovuto in area finisce tra i piedi di un giocatore, Cacciatore nell’occasione, che da due passi infila Storari. Una punizione severissima per la squadra di Conte, che pur mostrando ancora qualche piccola falla in un gioco in cui Pirlo è l’unico a non incidere, tiene il pallino del match come ai bei tempi. La porta di Rafael, però, sembra stregata quando è Cacia a salvare sulla linea un pallone schiacciato di testa da Pogba e deviato da Llorente. Ma per fortuna c’è Tevez, che prima dell’intervallo si inventa un gran gol su lancio in profondità di Bonucci e poi coglie un incredibile doppio palo con il pallone che percorre per la sua interezza la linea di porta. Ma Llorente? Non si vede, o quasi, sino all’ultimo minuto di recupero, quando prende il volo, supera il suo marcatore e infila di testa il pallone del 2-1 Juve. Lo spagnolo scarica tutta la sua rabbia con una corsa sotto la curva e si gode il boato dello Stadium gremito. In mezzo, c’è tempo anche per un salvataggio sensazionale di Barzagli, in anticipo su Hallfredsson. Insomma, la Signora ribalta la situazione con il suo uomo finora più discusso e torna negli spogliatoi dopo aver rimesso a posto le cose. Nella ripresa la Juventus prova a chiudere subito i conti, ma concede anche una bella chance a Jorginho, che solo l’ottimo intervento di Bonucci riesce a fermare. Poi è un susseguirsi di occasioni da gol, culminate con la traversa di Pogba a metà frazione. L’ingresso di Marchisio, al debutto in campionato dopo l’infortunio rimediato in Supercoppa, Vucinic e Giovinco, conferma l’intenzione di Conte di continuare a giocare nella metà campo avversaria e alla fine ha ragione, perché il Verona non è in grado di far correre reali brividi a Storari. Per rivedere la Juve dello scorso anno, tuttavia, bisogna aspettare ancora.

Dieci gol fatti, tutti nel secondo tempo. La Roma continua a vincere nella ripresa e, in attesa del Napoli, a guardare tutti dall’alto. Il miracolo di Garcia comincia dunque a prendere forma e mostra la sua solidità non solo per la costanza di rendimento, ma anche per l’equilibrio (miglior difesa del campionato) e la capacità di aspettare il momento giusto per colpire come sanno fare solo le grandi squadre. Da tattico perfetto, del resto, il francese l’aveva detto: “Il derby non si gioca, si vince. Colpiremo la Lazio quando calerà, la partita di Europa League peserà nelle gambe”. E così è stato. Il primo tempo è una partita a scacchi. In campo e in tribuna. La Nord “snobba” il match ed entra a partita iniziata, l’urlo della Sud riempie, invece, lo stadio sin dal riscaldamento. Garcia manda in panchina Ljajic e butta nella mischia Gervinho, invertendo la posizione dell’ivoriano con quella di Florenzi per coprire meglio le incursioni di Candreva. Nessuna sorpresa invece per l’undici di Petkovic, che si affida alla formazione tipo. Dopo il derby di Coppa Italia e un’estate complicata, Totti & Co. sentono (eccome) il match. La banda di Lotito arriva invece con meno punti, ma con più serenità. E infatti i biancocelesti, imbattuti nelle ultime cinque sfide dirette con i cugini (4 vittorie e un pareggio), sembrano subito più in palla. Lanciati in profondità, Candreva e Klose provano a pungere, ma Benatia e Castan fanno buona guardia. In mezzo al campo Hernanes, Gonzalez, De Rossi e Pjanic fanno a spallate, con Ledesma sempre a protezione della difesa di Petkovic e a innescare le ripartenze in velocità. E così il derby sembra prendere una piega inaspettata, con la Lazio che fa la partita. Gervinho, in difficoltà, è spesso costretto a ripiegare. Strootman e De Rossi faticano e Totti si stacca dalla marcatura per giocare qualche pallone e innescare Florenzi. Nessun lampo però. Da entrambe le parti. Corta e compatta, la Lazio difende bene, concede poco e riparte. La Roma invece spinge soprattutto sulla destra, ma senza una punta di peso sbatte contro Konko, Cana e Ciani. Partita bloccata, poche emozioni. Nella ripresa, però, i giallorossi cambiano musica. Entra Ljajic, la Lazio (come previsto dal tecnico giallorosso) cala il ritmo e la banda di Garcia è subito più brillante. Il derby si scalda. Prima ci prova di testa De Rossi, rinato rispetto alla scorsa stagione, poi sale in cattedra Balzaretti. Il laterale giallorosso nel giro di due minuti colpisce prima un palo e poi sblocca la partita con un sinistro al volo sugli sviluppi di un calcio d’angolo battuto velocemente. I biancocelesti provano a rispondere, ma la Roma, in ottima condizione fisica, gioca con grande intensità e non molla. Poi Dias, entrato da appena 4’, all’81’ si fa espellere per un fallo su Totti e condanna i suoi. Nel recupero Ljajic è scatenato, semina il panico in area, si procura e trasforma il rigore del 2-0 finale. Roma sogna. Vendetta nel derby e primo posto. Tutti avvertiti.

La Fiorentina offre una prova di grande solidità sul campo dell’Atalanta, vincendo per 2 a 0 e dimenticando la brutta pagina contro il Cagliari. Come annunciato, Colantuono rinuncia a Bonaventura e mette in campo dal 1’ Maxi Moralez, che agisce alle spalle dell’unica punta Denis. Montella, che deve fare a meno di Gomez, Cuadrado e dello squalificato Pizarro, sorprende invece tutti e lancia da subito il polacco Wolski, al debutto con la maglia da titolare. Parte meglio la squadra viola, con un mani sospetto di Raimondi in area bergamasca su azione di Pepito Rossi proseguita da Borja Valero. L’arbitro Damato lascia correre. La partita, però, si mette subito sui binari dell’equilibrio, con i padroni di casa che prendono le misure all’avversario e lottano su ogni pallone a centrocampo. Tomovic salva sulla linea di porta un tiro sporco di Lucchini, risponde Wolski, ma Consigli si oppone in tuffo. Prende coraggio l’undici di Colantuono, che si affida alle invenzioni di un Maxi in giornata e che si rende pericoloso prima con l’ex Migliaccio (para Neto) e poi con Carmona (colpo di testa alto). Ma è proprio da una brutta palla persa da Carmona, uno dei più brillanti fino a quel momento, ad innescare il gol del vantaggio della Fiorentina. È il 41’ quando Wolski colpisce la traversa su cross di Borja Valero poi Mati Fernandez sulla ribattuta la mette alle spalle di Consigli. Ad inizio ripresa cresce l’Atalanta, che aumenta la spinta sulle fasce. E dopo 10’ arriva un’occasionissima per i bergamaschi, con Migliaccio che di testa colpisce la traversa. Montella tira fuori Wolski e inserisce Joaquin, Colantuono risponde con Jack Bonaventura in luogo di Brivio per aumentare la spinta offensiva. Ma è la Fiorentina a rendersi più pericolosa con una conclusione al volo del nuovo entrato Joaquin e con un sinistro di Giuseppe Rossi a lato. Pepito si rifà qualche minuto dopo con una grande giocata sugli sviluppi di un calcio d’angolo: sponda di Gonzalo Rodriguez, stop di petto e rasoiata precisissima del 49 che non lascia scampo a Consigli. Colantuono a questo punto si gioca il tutto per tutto: dopo Brienza per Migliaccio, dentro anche Livaja per Maxi Moralez. Altro che bandiera bianca. Denis ha l’occasionissima per accorciare le distanze ma, a tu per tu con Neto, spreca clamorosamente; Bonaventura ci prova con un tiro a lato. È forcing finale dei padroni di casa, ma la Fiorentina amministra portando a casa tre punti che le fanno riprendere la corsa. Per gli orobici è la terza sconfitta in quattro partite.

Più che una partita di calcio è un incontro di boxe quello del Dall’Ara tra Bologna e Torino. I granata hanno la meglio grazie ai gol di D’Ambrosio in avvio di partita (2’), e Cerci, su rigore, allo scadere del primo tempo. I rossoblù provano a reagire, raggiungendo il pari al 29’ con Natali (poi espulso, nel tunnel, per proteste). Nel secondo tempo zero spettacolo e solo botte: l’arbitro Peruzzo è costretto ad ammonire addirittura 10 giocatori. Il Bologna, nell’infrasettimanale, ospiterà il Milan, mentre il Torino riceverà la visita del Verona.

Nella gara della paura (un punto in due dopo tre gare), Catania e Parma non si fanno male. Al Massimino, sul quale si abbatte una pioggia insistente che inzuppa il manto erboso, il primo tempo è di una noia infinita. Pochi sussulti, poco Catania, poco Cassano. E fischi sui siciliani. Ripresa di netta marca ospite. Amauri prima e Acquah poi hanno la chance per passare, ma l’urlo è strozzato in gola. In mezzo ci prova Plasil con un destro in diagonale. Solo un brivido, è troppo poco. Finisce 0-0, un punto che non serve a nessuna delle due.

La 4^ giornata di Serie A si chiude col botto, una classica del calcio italiano che, quest’anno, acquista un’importanza ancor più grande viste le grandi ambizioni del Napoli. La sfida tra il Milan e i partenopei è anche la sfida tra due formidabili bomber quali Higuain e Balotelli, anche se il gol d’apertura lo firma un difensore. Siamo al 6’ quando Insigne batte un calcio di punizione dalla destra, Albiol fa un’intelligente sponda per l’accorrente Britos, che da due metri non sbaglia. Prima del gol dell’uruguaiano, occasionissime sprecate da Behrami e Higuain. Il Milan ci mette generosità e volontà, ma le palle gol non arrivano. Balotelli ci prova col destro, Matri di testa, ma Reina blocca sempre. Nel finale di tempo da segnalare le proteste degli uomini di Allegri per un presunto fallo da rigore di Zuniga su Poli. Ma l’arbitro Banti (con l’aiuto del giudice di porta) lascia proseguire il gioco. I primi minuti della ripresa risultano ancora fatali per i rossoneri: al 53’, infatti, Higuain lascia partire un destro potente dai venticinque metri, Abbiati interviene male e il raddoppio è servito. Per Benitez la gara è tutta in discesa e al Napoli non resta che interpretarla con giudizio, dando un occhio a Balotelli e cercando di non schiacciarsi troppo. Ma al quarto d’ora tutto rischia di complicarsi: il centravanti del Milan riceve palla spalle alla porta e Albiol lo sgambetta in area. Il rigore cambia tutto, ma solo nelle statistiche di SuperMario, che si fa sorprendentemente ipnotizzare da Reina e sbaglia per la prima volta dagli undici metri in carriera da professionista (adesso sono 21 su 22). Sembra il punto di non ritorno di una partita che il Milan, comunque, non abbandona mai del tutto. La squadra lotta, poi gli innesti di Robinho e Niang la sbilanciano, fino a creare ulteriori problemi a Reina che si difende da leone (miracolo su Balotelli). I nuovi episodi abitano nella coda: Balo (dopo aver colpito anche una traversa) riesce a far centro e fa salire i decibel dello stadio, ma negli ultimi due minuti c’è spazio solo per un assalto convulso che non genera alcun tipo di preoccupazione al Napoli. Anzi, a pagare per tutti è ancora Balotelli, che si scaglia contro il mondo e, dopo la fine, si prende un cartellino rosso. Rosso come l’allarme che scatta in casa Milan: 4 punti in 4 gare (e il -8 dalla vetta) sono davvero troppo pochi per avere velleità d’alta classifica.

Alla luce di questi risultati, Napoli e Roma in vetta con 12 punti, seguono Inter, Fiorentina e Juventus con 10, mentre chiude il Sassuolo a 0. A 4 reti abbiamo Hamsik e Rossi, alle loro spalle Vidal, Tevez, Higuain, Callejon, Balotelli, Palacio, Paulinho, Cerci e Gabbiadini con 3 gol segnati.

I TOP

José Reina (NAPOLI): Prende qualsiasi cosa. Pronto su ogni conclusione avversaria, toglie dalla porta i molti tentativi dei rossoneri e, in particolare, di Balotelli. E poi entrerà nella storia per esser stato il primo portiere a neutralizzare un penalty del Bad Boy. Mica chiacchiere… MONUMENTALE.

Carlos Alberto Tevez (JUVENTUS): Non ci sono più dubbi, è lui il top player che la Juve stava inseguendo. Corre, pressa, aiuta i compagni, tira, ma soprattutto segna. Con la perla contro il Verona siamo a quota 3 in campionato: Conte sembra già letteralmente pazzo di lui. TRASCINATORE.

Ricardo Alvarez (INTER): Danza sul pallone come pochi, deliziando il pubblico con giocate d’alta scuola. Dopo esser stato il brutto anatroccolo dell’Inter di Gasperini, Ranieri e Stramaccioni, adesso è finalmente diventato un bellissimo cigno grazie a Mazzarri. Un gol e un assist fenomenale per Milito. Vi pare poco? INCANTEVOLE.

I FLOP

André Dias (LAZIO): Entra e quattro minuti dopo si fa espellere. Rocchi forse esagera a mandarlo negli spogliatoi per fallo su Totti, ma la spallata si poteva benissimo evitare. AVVENTATO.

Raffaele Pucino (SASSUOLO): Il giudizio negativo è per lui, a suo modo protagonista dello 0-2 e dello 0-3, per la difesa e il centrocampo del Sassuolo e anche per Di Francesco, che non si aspettava granché da questa partita, ma così male nemmeno un nemico l’avrebbe prospettata. IRRISORIO.

Antonio Cassano (PARMA): Al 14’ scivola dopo un tentativo di controllo sulla linea del fallo laterale. Colpa del campo. Ma è l’unico alibi in una partita che lo vede per lunghi tratti (quasi tutti) assente. Amauri le spizza tutte, lui non c’è e se il primo tiro personale arriva al 37’ ed è senza pretesa alcuna, realizzi con il conforto dei numeri che per FantAntonio non è giornata. Si rifarà. SPENTO.


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