Serie A 11^ GIORNATA. C’è poco da stare Allegri… – di Angelo Abbruzzese

Domenico Berardi (SASSUOLO
Domenico Berardi (SASSUOLO

L’11^ giornata si apre con un sabato zeppo di gare interessanti: sono impegnate, infatti, le tre squadre che giocano la Champions, ossia Juventus, Napoli e Milan. I bianconeri sono ospitati dal Parma, gli azzurri ricevono il Catania mentre i rossoneri la Fiorentina. Ma andiamo con ordine. Alle 18, al Tardini, c’è la Juve di Conte, vittoriosa da due gare consecutive. Il tecnico pugliese lascia in panchina Pirlo e Llorente (Pogba e Giovinco al loro posto) e Bonucci a casa (gioca Ogbonna); Donadoni, invece, ripropone Amauri al fianco di Cassano e schiera Filipe Mendes dal primo minuto accanto a Cassani e Lucarelli. L’avvio è a spron battuto, ma le occasioni sono nulle.

Dopo un minuto Ogbonna rischia di segnare il suo primo autogol dell’avventura bianconera, mentre qualche istante più tardi ci prova Gobbi su apertura di Parolo, ma il tiro-cross del tornante gialloblù termina distante dalla porta di Buffon. Dall’altra parte risponde Tevez con un sinistro in bocca a Mirante e Vidal con una staffilata che sibila alla destra dell’ex portiere bianconero. La pressione dei parmensi è senza dubbio maggiore rispetto a quella juventina; i centrocampisti di Conte, inoltre, peccano di un’insolita imprecisione in fase di palleggio. Si sente, eccome, l’assenza di Andrea Pirlo in mezzo al campo. Nella ripresa la spinta della Juventus aumenta, Asamoah e Giovinco provano subito a mettere paura alla difesa ducale ma il risultato non si sblocca. Decisamente più pericolosa, però, l’occasione che capita al Parma: Biabiany vola sulla destra, supera agevolmente Chiellini e mette al centro per Amauri che prova un improbabile colpo di tacco che non centra la porta. Conte, a questo punto, opta per la carta Pirlo al posto di uno spento Marchisio, per provare a velocizzare le geometrie dei suoi. Al 70’ Padoin mette in mezzo un interessante pallone per Tevez, ma la battuta al volo dell’Apache trova sulla sua traiettoria un attento Mirante. Dopodiché, l’ex allenatore di Bari e Siena decide di cambiare interamente la sua coppia d’attacco, mandando sotto la doccia Tevez e Giovinco e richiamando dalla panchina il rientrante Quagliarella e Fernando Llorente. E i risultati si vedono subito. Il Quaglia, alla prima palla toccata, si gira in un fazzoletto, calcia dalla lunga distanza trovando soltanto la traversa, ma sulla respinta Pogba (in ombra sino a quel momento) è il più lesto a raccogliere la sfera e a spedirla in fondo al sacco. L’assalto finale dei crociati non va oltre un tentativo di Amauri sventato senza particolari patemi da Gigi Buffon. La gara termina 0-1: adesso la testa è tutta alle Merengues, sperando che stavolta la Juve faccia davvero la Juve.

Si mette male per il Milan. E, a differenza dell’anno scorso, all’orizzonte non sembra esserci alcun Balotelli che possa salvare la stagione. SuperMario c’è già, ma non segna dal 22 settembre (complice anche la squalifica di tre giornate) e insieme ai compagni è sprofondato in uno stato involutivo che non accenna a terminare. Allegri ha racimolato un punto nelle ultime tre partite e appena dodici dall’inizio del campionato, con già cinque ko e 19 gol presi in soli 11 turni. Numeri pericolosi, evidenti, pesanti. Perché il terzo posto, vero obiettivo, adesso è distante 16 lunghezze e la missione appare già impossibile. Il primo tempo, sostanzialmente equilibrato in termini di occasioni da rete (zero per parte, ad eccezione del fortunato vantaggio di Vargas), dà, però, il senso della profonda differenza tra le due squadre. Il Milan gioca esclusivamente in orizzontale, senza un’idea, affidandosi alle (rare) folate di Kakà e sperando nelle invenzioni di Balotelli, che invece si prende un’altra serata sabbatica. La Fiorentina, al contrario, è un sistema che funziona, dove gli interpreti si muovono in armonia e dove il palleggio, prolungato, è un serpente a sonagli pronto a colpire (in verticale) alla prima sbavatura. Montella, senza Cuadrado, lascia Joaquin in panchina e si presenta col 4-3-1-2: Borja Valero trequartista, Rossi e Matos in attacco. La novità, oltre al giovane brasiliano, è Vargas nel ruolo di mezzala sinistra a centrocampo. Proprio il cileno apre la partita, con un calcio di punizione deviato da Muntari (posizionato in barriera) in maniera decisiva. La squadra di Allegri fa una fatica tremenda a distendersi oltre la metà campo, dove il tridente non punge anche perché gli interpreti non sembrano così adatti al modulo. Kakà, largo a sinistra, non ha la rapidità per andare sul fondo e tende ad accentrarsi, dove il campo è già occupato da Balotelli o dai rari inserimenti dei centrocampisti; Birsa, a destra, svolge il compitino diligentemente, ma non gli si può chiedere l’uno contro uno. Così, il Milan, in 90 minuti non riesce a creare un’occasione pericolosa che sia una. E a nulla servono gli ingressi in campo di Niang (al 57’ per Birsa) e Saponara (al 69’ per Muntari), perché in campo manca energia nelle gambe e anche qualcuno che attacchi la profondità (Matri per esempio, tenuto in panchina tutto il match). La Fiorentina, meno brillante nella ripresa, si accontenta di contenere gli sforzi rossoneri e chiude i conti alla prima occasione (73’): Joaquin, appena entrato, va via a Saponara sulla destra e mette al centro, Gabriel interviene malamente servendo di fatto Borja Valero, che a porta vuota insacca lo 0-2. Dalla Curva Sud di San Siro comincia una dura contestazione, mentre Adriano Galliani si alza e abbandona la tribuna. Per Massimiliano Allegri ha inizio il momento più complicato della sua intera gestione.

L’ultima partita del sabato è quella del San Paolo tra Napoli e Catania. Sorpresa nella formazione degli azzurri: Benitez manda in panchina Cannavaro e schiera Fernandez-Albiol coppia centrale di difesa. Una scelta destinata ad aprire un caso, dopo le parole pronunciate dal presidente De Laurentiis in settimana sul capitano (“quello stronzo…”). Tanto più che quando dopo 7’ Mesto si fa male ed è costretto a uscire, il tecnico degli azzurri manda in campo Bruno Uvini, all’esordio in campionato. Cannavaro è diventato a questo punto ultima scelta. Per il resto, c’è Insigne e non Mertens nel terzetto dietro Higuain. Tra le fila del Catania, in assenza di Bergessio, Maxi Lopez parte dal 1’. Buon approccio alla gara per gli uomini di De Canio, che si difendono in modo ordinato attuando un pressing alto, senza timore reverenziale in avanti. Ma è solo questione di minuti, il tempo necessario alle stelle del Napoli per illuminarsi. Higuain manda alto un colpo di testa su cross dalla sinistra di Armero: è l’avvisaglia del gol dei partenopei. Che arriva al 15’ ed è una magia di Callejon, ormai una certezza e non più solo una rivelazione della formazione di Benitez, che lo ha voluto fortemente con sé. Destro-sinistro da fuori, palla a giro e alle spalle di Andujar. Per lo spagnolo è il sesto centro in campionato. Trovato il vantaggio, il Napoli prende in mano la partita e mette all’angolo l’avversario. Deliziando anche il pubblico del San Paolo con giocate di prima da applausi. Andujar è costretto a mettere in angolo un tentativo di Higuain, poi è subito 2-0 firmato Hamsik con un siluro su tocco di Insigne. Altro grande gol. Celebrato anche dal grande ex Lavezzi su Twitter (“Que golazo el de Marek!”). Partita finita? Niente affatto, perché il Catania rialza subito la testa e accorcia le distanze con Castro sugli sviluppi di un tacco a smarcare di Maxi Lopez. E poco dopo Almiron manda a lato su conclusione da fuori. Il Napoli mantiene il possesso palla ma non riesce più a trovare sbocchi in avanti. Un cambio nel Catania a inizio ripresa, con Keko che prende il posto di Biraghi. Poi va in scena l’Andujar show: il portiere del Catania tiene, infatti, in partita la sua squadra grazie a grandi interventi su Higuain, Hamsik e su colpo di testa ravvicinato di Albiol. De Canio non molla e decide di richiamare Izco, inserendo Petkovic per dare maggior peso offensivo al Catania. Ma ormai è un monologo azzurro, con Higuain che cerca in tutti i modi di andare in gol, anche se senza fortuna. In un lampo rossazzurro, Castro si lamenta per un fallo in area napoletana di Behrami, l’arbitro Irrati lascia correre. Dentro Zapata per il Pipita, i padroni di casa premono in avanti per trovare il terzo gol. Ma il Catania è vivo e mette i brividi al San Paolo con un diagonale fuori di Keko. Incassato lo spavento, il Napoli chiude in attacco: dentro anche Mertens per Insigne. Finisce così. Il Napoli risponde alla Juve e non molla la Roma. Altra delusione per il Catania e per De Canio.

Nell’anticipo di mezzogiorno e mezzo, preziosa vittoria del Livorno (due mesi dopo l’ultima volta) in casa contro l’Atalanta. Il gol del successo lo realizza Paulinho al minuto numero 11, incrociando col destro su grande assist in verticale di Greco. I nerazzurri restano in inferiorità numerica dal 35’, per via dell’espulsione per doppia ammonizione di Carlos Carmona, ma hanno anche motivo di lamentarsi per il mancato rosso ad Emerson per un fallo al limite dell’area su Maxi Moralez. Ad inizio ripresa Scaloni salva sulla linea una conclusione del solito Paulinho, bravo a superare Consigli, un po’ meno a battere in rete. L’Atalanta cresce ma resiste il Livorno, che nel finale colpisce anche un palo con Duncan.

Questa volta fila tutto liscio, senza repliche immediate (vedi Cagliari e Atalanta) o rimonte nel finale (come a Torino). L’Inter vince a Udine con autorità, cattiveria e personalità. Il primo tempo – come rare volte accaduto nel recente passato – serve per azzannare la partita, così nella ripresa si può tranquillamente amministrare il (doppio) vantaggio per poi chiudere in bellezza in contropiede. Dopo aver provato Alvarez (più volte) e Kovacic (a Bergamo), questa volta Mazzarri affida la trequarti a Guarin, rispolverando a centrocampo l’ex Bologna Taider. I nerazzurri, oltre a confermare un’ottima proprietà di palleggio, al Friuli si esprimono con un’intensità spaventosa, che sorprende l’Udinese e la rende succube per tutto il primo tempo. Gli esterni (Jonathan e Nagatomo) spingono con alternanza, Cambiasso raddoppia in qualsiasi circostanza e Alvarez (mezzala sinistra) è l’uomo in più sempre pronto a inserirsi. Il gioco è scintillante e costringe i friulani a chiudersi nella propria metà campo senza possibilità di ripartire. Cambiasso (20’) sfiora il vantaggio con un sinistro dal limite, Nagatomo sbaglia da due passi un minuto dopo. Il gol è nell’aria ma, ancora una volta, la mancanza di un vero centravanti sembra castrare le potenzialità della Beneamata. Il vantaggio arriva così su palla inattiva e, guarda caso, porta la firma di Palacio, al settimo sigillo in campionato: su punizione di Taider, l’argentino infila di testa indisturbato. L’Inter, trascinata da un Mazzarri che non accenna un sorriso nemmeno dopo lo 0-1, trova il bis quattro minuti dopo (29’): Brkic esce a vuoto sugli sviluppi di un corner e Ranocchia segna al volo di destro. L’Udinese non riesce ad esprimersi come meglio vorrebbe, ovvero in contropiede. Perché l’Inter attacca con intensità ma i tre dietro, un esterno e almeno un centrocampista offrono sempre ampia copertura. Senza rifornimenti, Di Natale prova la magia a inizio ripresa ma sulla sua strada trova un Handanovic tornato super. Perso il proprio capitano (uscito al 57’ per infortunio), la banda di Guidolin esaurisce definitivamente ogni tipo di pericolosità e, per i nerazzurri, gestire il risultato diventa estremamente semplice. Prima del gong, uno scatenato Palacio va via a destra e serve ad Alvarez la palla che vale il pesante, quanto meritato, 0-3. L’Inter, dopo sei gare con la porta violata, torna a non subire reti e riprende a vincere in trasferta (non succedeva dal 22 settembre a Reggio Emilia). A Udine, per Mazzarri, potrebbe essere cominciato un nuovo campionato.

È senza dubbio il Verona la più bella sorpresa di questo inizio di campionato. Gli scaligeri ottengono la sesta vittoria in sei partite disputate in casa e volano al quarto posto a quota 22 punti (in coabitazione con l’Inter di Mazzarri). Stavolta, ad arrendersi ai gialloblù, è il Cagliari di Lopez. I padroni di casa passano in vantaggio dopo 8 minuti con un colpo di testa di Toni (lasciato colpevolmente libero da Rossettini) su calcio d’angolo. I sardi non reagiscono, mentre gli uomini di Mandorlini protestano per un fallo di mano di Astori in area di rigore. Solo Sau prova a mettere paura alla difesa dell’Hellas, ma Maietta fa buona guardia sull’ex Juve Stabia (23’). Prima del riposo ci prova Nainggolan con un tiro dalla distanza che non trova lo specchio della porta. Nella ripresa gli ospiti sfiorano subito il pari: leggerezza clamorosa di Cacciatore in uscita, ma Avelar non ne approfitta, calciando alto da ottima posizione. Scampato il pericolo, i veneti decidono che è il momento di chiudere la gara. Al 54’ Toni non arriva per un soffio su un cross dell’indemoniato Iturbe. È il preludio al 2-0, che giunge poco dopo, esattamente al 57’. Triangolazione sulla sinistra tra Jankovic e Romulo, Rossettini viene nuovamente tagliato fuori e il serbo può posizionare il mirino sul palo più lontano e battere Agazzi per la seconda volta. Al 90’ arriva l’inutile gol di Conti su assist di Danilo Avelar. Finisce 2-1: i tifosi del Verona, adesso, sognano ad occhi aperti.

Continua a faticare la Lazio di Petkovic, che stavolta perde malamente in casa contro il Genoa di Gasperini. Crolla, così, l’imbattibilità casalinga della Lazio, che tra i fischi assordanti dell’Olimpico si inchina al Grifone (0-2). Nei primi 45 minuti i biancocelesti si rendono pericolosi con il colpo di testa di Klose respinto da Perin e con le percussioni e le punizioni di Candreva, al quale viene anche negato un calcio di rigore. Dopodiché è praticamente solo Genoa: risulta decisivo, per la causa rossoblù, l’ingresso del greco Fetfatzidis, che al minuto numero 60 ispira lo 0 a 1 di Juraj Kucka. Al 71’ Ciani ferma con il braccio l’incursione in area di Luca Antonelli: stavolta Tommasi non ha dubbi nell’indicare il dischetto. Dagli undici metri va Gilardino che insacca di potenza per lo 0-2 finale. Petkovic abbandona il campo infuriato: adesso, per lui e per l’intera squadra, le cose rischiano di mettersi davvero male.

Vittoria spettacolo del Sassuolo sul campo della Samp grazie a un Berardi in versione super: finisce 3-4. Partita dalle mille emozioni a Marassi con i blucerchiati che passano in vantaggio al 19’ con Pozzi, ma è nella ripresa che piovono i gol. Berardi, al 49’, approfitta di un errore di Costa per segnare il gol dell’1-1, mentre al 52’ manda in bambola l’ex Reggina guadagnandosi un calcio di rigore (poi trasformato in modo impeccabile) e la superiorità numerica per l’espulsione del difensore avversario. Al 63’ Floro Flores fa 1-3 in contropiede, ma la Sampdoria trova la forza di reagire. Eder, su assist di Pozzi, accorcia le distanze (65’), ma è De Silvestri a segnare la rete del pareggio al minuto numero 80. Potrebbe bastare così, ma questa partita pazza si conclude solo all’89’ quando Berardi fa esplodere di gioia i tifosi neroverdi trasformando il secondo rigore di giornata concesso per atterramento di Farias, appena entrato, da parte di Lorenzo De Silvestri. Di Francesco è salvo e questa vittoria può essere un trampolino di lancio per la salvezza che resta, però, ancora un miraggio.

Prima o poi doveva finire la favola giallorossa. Ed è successo all’Olimpico di Torino. Contro i granata la banda di Garcia si ferma a dieci vittorie. E non è un caso. Per la prima volta, infatti, dopo il vantaggio la Roma tira i remi in barca e non gioca più per vincere, regalando campo all’estro di Cerci e dando coraggio agli uomini di Ventura, che invece approfittano di un inedito blackout di Benatia orfano del compagno di reparto Castan. In casa, si sa, il Toro è un osso duro per tutti. Anche per la capolista imbattuta, che nel primo tempo gioca col piglio della prima della classe, ma che poi pecca un po’ di superbia, abbassa la guardia e non riesce a tener testa alla reazione rabbiosa dei granata. Nel primo quarto d’ora le squadre si studiano e affilano le armi. La Roma tiene il ritmo basso e si affida al possesso palla, ma non trova spazio per i passaggi filtranti. Il Toro prova, invece, a pungere di rapina, accelerando improvvisamente. I giallorossi lavorano ai fianchi i granata e provano a colpire dalla distanza con De Rossi e Florenzi (grande soluzione al volo), ma la mira è imprecisa. Il Torino è compatto, tiene bene il campo e risponde con la conclusione di El Kaddouri. Poi il guizzo vincente. Balzaretti pesca Pjanic con un passaggio in verticale, palla in mezzo e appoggio in rete di Kevin Strootman. Anche sotto di un gol, i granata non mollano. Cerci non ci sta a perdere e guida l’assalto a colpi di dribbling e tiri da posizione impossibile, ma De Sanctis è attento e i giallorossi resistono fino all’intervallo. Nella ripresa gli uomini di Ventura partono forte e attaccano a testa bassa. Una reazione d’orgoglio a campo aperto, con le squadre lunghe e l’Olimpico che diventa una bolgia. Cerci è il punto di riferimento, ma è Meggiorini che spaventa la Lupa: al 56’ la punta granata si coordina perfettamente e spara a colpo sicuro, ma De Sanctis vola e dice no. In difficoltà, i giallorossi si concentrano sulla fase di non possesso e faticano a ripartire, lasciando spazio alle giocate del Toro. E così la banda di Ventura rompe l’incantesimo giallorosso e pareggia. Al 63’ Meggiorini vince un contrasto con Benatia e mette in mezzo per Cerci, che da due passi ferma a 654’ l’imbattibilità di Morgan De Sanctis. Agguantata, la Roma si sveglia e torna in partita. La scossa la danno Pjanic e Ljajic, entrato al posto di Borriello. E la partita cambia nuovamente volto. I giallorossi spingono e il Toro si difende. Darmian atterra Pjanic in area, ma Banti lascia correre, mandando i De Rossi & Co. su tutte le furie. Nel recupero Padelli salva, poi, il risultato su punizione e per la Roma è troppo tardi. Profumo di impresa a Torino.

L’ultimo match in programma è il Monday Night tra Bologna e Chievo. Nessun gol e poche emozioni nella gara del Dall’Ara, con i veneti che conquistano il primo punto nelle ultime sei giornate, ma rimangono ugualmente ultimi in classifica. Match tirato nel primo tempo, col Chievo che prova a fare la partita, senza trovare gli sbocchi giusti. La ripresa è più bloccata, con le squadre impegnate soprattutto a distruggere. L’occasione migliore dell’intera gara capita a Rolando Bianchi al 90’, ma la sua conclusione è imprecisa. Il Bologna sale a 10 punti, mentre il Chievo è ancora ultimo con 5: per Sannino la panchina è ancora a rischio.

In virtù di questi risultati, Roma in testa con 31 punti, seguita da Napoli e Juventus con 28. Il Chievo, come detto, chiude la graduatoria con 5 punti. Rossi, con 9 gol, è il miglior marcatore della Serie A; alle sue spalle ci sono Cerci e Palacio, rispettivamente con 8 e 7 reti messe a segno.

I TOP

Domenico Berardi (SASSUOLO): Tre gol importantissimi e non solo: sembra essere tornato il killer dello scorso anno. Sfrutta al meglio la sua chance, facendo godere Di Francesco e, almeno un po’, anche Marotta, che in estate ha puntato su di lui per il futuro della Juventus. Il Sassuolo, con un Berardi così, può anche sognare la salvezza. PROMESSA.

Rodrigo Palacio (INTER): Da solo, anche questa volta riesce a tenere in piedi l’intero attacco nerazzurro. Apre il match con il settimo centro personale, poi diventa fondamentale perché – a dispetto del fisico non certo imponente – fa salire la squadra e le dà respiro. Fantastico l’assist a Ricky Alvarez per lo 0-3 finale. GENEROSO.

José Maria Callejon (NAPOLI): Un gol spettacolare, ed è il sesto centro in campionato. Lo spagnolo non è più una sorpresa ma una splendida certezza per l’organico di Benitez. STRABILIANTE.

I FLOP

Mario Balotelli (MILAN): Che la sua vita, fuori dal campo, sia esageratamente e ossessivamente seguita, criticata, spiata e scandagliata, è fuori da ogni dubbio. Ma lui, in campo, fa di tutto per prendersi (in negativo) il centro della scena: mai pericoloso, mai utile alla squadra, litiga con Rodriguez dal 1’, discute con l’arbitro, cerca un calcio di rigore lasciandosi cadere in area e si becca un giallo per un’inutile spinta a Neto. Un po’ di calma, ogni tanto, è così impossibile? E intanto sarà squalificato anche per la trasferta del Bentegodi contro il Chievo. IRRITANTE.

Luca Rossettini (CAGLIARI): Trascorre un pomeriggio nerissimo in quel di Verona. Toni gli sfugge in occasione del primo gol, Jankovic scappa nell’azione del secondo. Nel finale prova ad abbattere un Iturbe scatenato e lanciato a rete, ma per fortuna non colpisce le gambe del numero 15 gialloblù. Un’espulsione, dopo una prestazione così brutta, sarebbe stata una mazzata terribile per il difensore ex Siena. IMBARAZZANTE.

Andrea Costa (SAMPDORIA): Distrugge la Sampdoria in due minuti e quanto fatto di buono nel primo tempo con l’assist per l’1-0 di Pozzi. Nella ripresa va in tilt e regala a Berardi l’1-1, prima di stenderlo in area per il rigore dell’1-2. L’arbitro lo manda negli spogliatoi, lì dove era rimasto con la testa dopo l’intervallo. INESCUSABILE.


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