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Federico Aldrovandi: lunedì processo d’appello

Si aprira’ lunedi’ davanti alla Prima sezione della Corte d’appello di Bologna il processo sulla morte di Federico Aldrovandi, morto a 18 anni a Ferrara il 25 settembre 2005 durante un intervento di polizia, per cui in primo grado, erano stati condannati quattro agenti di polizia – Enzo Pontani, Paolo Forlani, Monica Segatto e Luca Pollastri – a pene di 3 anni e 6 mesi per l’eccesso colposo nell’omicidio colposo del ragazzo. Un processo per nulla scontato, hanno spiegato i difensori, tra cui Pier Carlo Cipollotti che assiste la Segatto assieme a Niccolo’ Ghedini, legale anche del premier Silvio Berlusconi. La Corte d’appello (presidente Magagnoli, a latere Oliva e Ghedini) hanno gia’ fissato un calendario di udienze per il 17, 18, 23 e 25 maggio. Lunedi’ mattina e’ attesa la relazione-fiume del pg (di diverse centinai di pagine), quindi i giudici dovranno valutare le richieste difensive: una nuova perizia medico-legale sulle cause della morte di Federico e la riapertura dell’istruttoria dibattimentale con nuovi e vecchi testimoni e altri atti, tra cui un altro sopralluogo in via Ippodromo, nel centro citta’, teatro del fatto.

E’ un processo – per Cipollotti – basato su una sentenza che parte da elementi di fatto non dimostrati e la perizia sara’ determinante. Le difese contestano infatti il fatto che quella superpartes del processo di primo grado indico’ nella sindrome da blocco la morte del ragazzo (la ‘excited delirium syndrome’), mentre poi nella sentenza fu accolta come fondamentale ai fini della condanna la conclusione di uno dei consulenti di parte civile, il professor Thiene, che ‘lesse’ una fotografia agli atti della perizia medico-legale, sul cuore del ragazzo, in cui si evidenziava una macchia. Macchia che Thiene valuto’ come prova della compressione, durante l’immobilizzazione, che porto’ alla morte per arresto cardiaco il ragazzo. Indicazione che, per le difese, non venne mai messa in contraddittorio con esperti terzi.

Da questo la richiesta di una ulteriore perizia superpartes, dopo che oltre una decina di consulenze medico-legali delle parti che si sono susseguite negli anni dell’inchiesta. La Corte d’appello avra’ dunque il compito di valutare le risultanze del processo di primo grado, che si sviluppo’ in 32 udienze, duro’ oltre 2 anni e si concluse il 6 luglio 2009 con la condanna a 3 anni e 6 mesi, motivata dal giudice Francesco Maria Caruso in una relazione di 578 pagine. Gli avvocati delle difese (Trombini, Bordoni, Vecchi, oltre a Ghedini-Cipollotti) tenteranno di mettere in discussione l’impianto accusatorio della procura ferrarese che il giudice Caruso accolse in pieno.

Oltre il processo principale per la morte del ragazzo, ci sono stati a Ferrara altri due processi: quello ‘bis’, in cui tre altri poliziotti e dirigenti sono stati condannati (e un quarto assolto) per depistaggi e ritardi nelle indagini. Inoltre pochi giorni fa nell’Aldrovandi ‘ter’, uno dei dirigenti gia’ condannati, Paolo Marino, e’ stato riconosciuto colpevole di omessa denuncia, nell’ambito delle prime indagini. In aula lunedi’ sara’ presente anche la famiglia Aldrovandi (la madre Patrizia Moretti, il papa’ Lino e il fratello Stefano) ma non nel ruolo di parte civile, poiche’ la famiglia ha avuto un risarcimento dal Ministero dell’Interno di quasi 2 milioni di euro, a condizione che si ritirasse dalla costituzione di parte civile. Rinuncia che formalizzera’ lunedi’ coi propri legali (Venturi, Anselmo, Del Mercato e Gamberini). ”Il testimone ora lo abbiamo passato allo Stato, e alle sue istituzioni, di cui abbiamo piena fiducia – ha spiegato Lino Aldrovandi – Sara’ lo Stato ora ad assicurarci giustizia per tutti i patimenti e sofferenze subite non solo per la perdita di Federico ma anche per i depistaggi conseguenti”. ”Abbiamo gia’ avuto tre processi e vedremo gli altri gradi – ha aggiunto -. Io so che mio figlio aveva 54 lesioni sul corpo, due buchi in testa, un giudice ha condannato 4 agenti e altri hanno detto che altri 3 poliziotti hanno detto il falso, omesso e depistato: io, umanamente, non li chiamo poliziotti”.

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