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Serie A 19^ GIORNATA: Solo carbone per Conte e Stramaccioni…

mauro-icardiIl 2013, per la Serie A italiana, si apre con l’incontro del “Massimino” tra Catania e Torino. Al 12’ già la prima svolta in negativo per gli etnei: Meggiorini, a centrocampo, toglie palla a Lodi, il quale ha una reazione folle rifilando una vera e propria sberla sulla nuca del numero 69 granata. Bergonzi, ovviamente, tira fuori il cartellino rosso per il centrocampista rossazzurro, che lascia dunque i suoi in 10. Al 22’ Izco si procura un calcio di rigore, che Bergessio spreca malamente calciando sulla traversa. I granata, nonostante la superiorità numerica, non si fanno quasi mai pericolosi (eccezion fatta per un sinistro a giro di Cerci) e, anzi, subiscono l’iniziativa avversaria. Agli uomini di Maran, però, manca il guizzo vincente. La prima partita del nuovo anno finisce, così, 0-0; per vedere un gol, quindi, bisogna aspettare il secondo anticipo in programma, ossia quello tra Lazio e Cagliari.

All’Olimpico di Roma i biancocelesti di Petkovic vogliono vincere per portarsi a cinque lunghezze dalla Juventus e per eguagliare il record di punti (39) ottenuto da Eriksson nella stagione 1999-2000 dopo le prime 19 giornate. I primi 45 minuti scorrono via senza reti ma registrano tre colossali palle gol, due per i padroni di casa e una per gli ospiti: la prima capita alla Lazio (17’), con Hernanes che colpisce la traversa su punizione da 30 metri; un minuto più tardi Nainggolan, da due passi, si fa respingere la conclusione da Marchetti; l’ultima, in ordine cronologico, porta la firma di Klose, che calcia a lato dopo aver saltato anche Agazzi (minuto 38). La pausa natalizia deve aver indubbiamente inceppato qualche sincronismo della squadra capitolina, che non riesce a sfruttare le fasce e viene messa in evidente difficoltà da un Cagliari solido e attendista. I biancocelesti, che prediligono distendersi in contropiede, sono così costretti a fare la partita ma non trovano ampiezza sugli esterni. Lulic, a sinistra, è opaco per tutti i 90 minuti mentre Mauri, a destra, non trova spazi ed è costretto a spostarsi al centro da dove, guarda caso, hanno origine le occasioni migliori. Hernanes è il faro che illumina il primo tempo, ma va in black-out nella ripresa. Con una Lazio decisamente imballata, il Cagliari prende coraggio e, nella ripresa, decide di provarci, inserendo, al 56’, Cossu per Dessena. Sei minuti prima, però, altra occasionissima per la squadra romana: da un corner di Mauri, Del Fabro colpisce di testa colpendo il palo della sua porta. Sei giri di lancetta dopo l’ingresso di Cossu e i sardi si trovano avanti grazie a un destro chirurgico di Sau, che dribbla Dias e infila all’angolino dal limite dell’area. La reazione della Lazio, affidata agli ingressi in campo di Candreva e Floccari, prende vita al 79’, quando Biava spizza di testa un corner e serve a Konko la palla che vale l’1-1. Al minuto 86, poi, l’episodio che segna la partita: Agazzi, poco prima ammonito per perdita di tempo, viene espulso per doppio giallo dopo aver travolto Klose in area di rigore (il tedesco arriva in anticipo e riesce a calciare il pallone, l’episodio è dubbio). Orsato fischia la massima punizione, contestata duramente dal Cagliari e, soprattutto, da Cossu, anche lui cacciato dal campo. Dal dischetto Candreva non lascia scampo ad Agazzi, segnando un gol fondamentale per il campionato della Lazio, ma soprattutto un gol da tre punti. Per i sardi, giunti alla sesta sconfitta consecutiva, l’incubo retrocessione comincia a palesarsi concretamente. La Lazio di Petkovic, invece, si toglie la soddisfazione di eguagliare il record di Sven Goran Eriksson nell’anno dell’ultimo scudetto: a Formello, tredici anni dopo, sono tornati a sognare.

Nell’anticipo dell’ora di pranzo, in campo, al “Friuli” di Udine, Udinese e Inter. Per quanto riguarda i padroni di casa, davanti a Brkic giocano Hertaux, Danilo e Domizzi, sugli esterni agiscono Basta e Pasquale, in avanti c’è Muriel al fianco di Di Natale con Pereyra spostato dunque sulla linea dei centrocampisti insieme ad Allan e Lazzari. Stramaccioni risponde con un 3-5-2 orfano di Ranocchia (squalificato), Nagatomo e Milito (infortunati). In campo così vanno Cambiasso in difesa in mezzo a Samuel e Juan Jesus, a destra Jonathan, a sinistra Pereira e al centro Zanetti, Gargano e Guarin, a fare da una sorta di trequartista alle spalle di Cassano e Palacio. Solamente due sussulti in un primo tempo non certo entusiasmante. Succede tutto nel giro di due minuti, dal 25’ al 27’: prima l’Inter (che sfodera per la prima volta in campionato la divisa rossa da trasferta) chiede un rigore per un contatto nell’area dell’Udinese tra Palacio e Domizzi – l’argentino viene ammonito per simulazione – poi Di Natale scalda il pubblico di casa con un missile su punizione terra-aria che si stampa sulla traversa. Per il resto solito buon fraseggio degli uomini di Guidolin, con grande movimento dei centrocampisti a innescare le due punte Muriel e Di Natale e nerazzurri che partono con il freno tirato e poi fanno vedere qualcosa grazie alle invenzioni di Cassano e alle accelerazioni del formidabile Guarin. Ai nerazzurri manca, oltre ovviamente al Principe, la spinta sulle fasce: né la novità Jonathan sulla destra né Alvaro Pereira sulla sinistra si avventurano in avanti, preoccupandosi soprattutto alla copertura. L’unico spunto sulle corsie arriva da capitan Zanetti, che al 37’ sfonda dalla parte di Pasquale ma poi non trova nessuno dei suoi al centro pronto a battere verso la porta. Un minuto più tardi ci prova Gargano con un tiro da fuori, ma Brkic è bravo a respingere in calcio d’angolo. Nella ripresa parte bene l’Inter, che si affida come al solito alle invenzioni di Cassano. Da una di queste arriva la palla gol più clamorosa del match, ma Jonathan, da due passi, sparacchia clamorosamente a lato. Palacio è il più pericoloso sotto porta ma anche il più impreciso, sbagliando un paio di volte la mira e trovando, in una circostanza, un attento Brkic. Ed ecco che al 63’, all’improvviso, arriva il gol dell’Udinese: grande palla in verticale di Lazzari per Di Natale, che di contro balzo, col destro, non lascia scampo ad Handanovic. Appena due minuti dopo l’Inter resta anche in dieci uomini, per l’ingenua espulsione di Juan Jesus nel tentativo di fermare l’indiavolato Muriel. È proprio il numero 24 colombiano a sigillare la partita al minuto numero 75, sul perfetto servizio di Basta. Al 79’ Di Natale, ancora su assist di Lazzari, segna il terzo gol bianconero e regala una pessima Epifania a Stramaccioni (anche se l’allenatore nerazzurro, dopo la gara, se la prende ancora una volta solo con l’arbitraggio). Le cose non cambiano neanche con l’ingresso del nuovo acquisto Rocchi. Dopo la vittoria allo Juventus Stadium, paradossalmente, l’Inter ha ottenuto solamente 8 punti in otto partite. Davvero poco se si vuole puntare a qualcosa di importante.

Nel pomeriggio, occhi puntati sull’impegno della capolista, che in uno Stadium come al solito esaurito ospita la Sampdoria di Delio Rossi. La Juve vara un 3-5-2 con parecchie defezioni: il neo arrivato Peluso sostituisce l’infortunato Chiellini, Padoin e De Ceglie agiscono sugli esterni in luogo di Lichtsteiner (squalificato) e Asamoah (impegnato in Coppa d’Africa), Pogba in mezzo al campo viene preferito a Vidal mentre Matri fa rifiatare Vucinic, che si accomoda in panchina. La Samp risponde con il medesimo modulo, con Palombo in mezzo alla difesa (alla Bonucci) ed Eder e Icardi di punta. I bianconeri, stranamente, non partono a mille, anche se il primo tempo si gioca comunque a senso unico. Romero si dimostra attento sulla girata di Giovinco e su un pallone vagante in area di rigore che riesce a bloccare sulla riga di porta, ma si deve arrendere sul rigore calciato dalla stessa Formica Atomica. Grande azione tutta di prima della Juventus che porta Marchisio davanti al portiere blucerchiato, fallo da dietro di Berardi, penalty e ammonizione per il difensore doriano. Lo stesso Berardi è il protagonista negativo della prima metà di gara, perché alla mezz’ora si vede sventolare anche il secondo cartellino giallo per un’entrataccia su Barzagli. L’arbitro Valeri, nel finale di primo tempo, finisce nel mirino dei tifosi juventini quando per due volte fischia contro Matri (strattonato da Palombo) e Bonucci (presunta cintura di Gastaldello) altrettanti falli in area che potevano essere puniti con il calcio di rigore. La Juve, però, non è affamata come al solito e si vede. Il problema è che nel tentativo di chiudere una partita che pare senza storia, Pirlo e compagni finiscono con il riaprirla prima e buttarla via poi. Sul gol del pareggio di Icardi c’è lo sciagurato zampino di Buffon, che respinge nel peggiore dei modi un tiro centrale del giovane argentino, vedendo rotolare il pallone in porta senza poterci fare più nulla. Conte manda in campo anche Vucinic e Quagliarella, ma il guizzo decisivo lo trova ancora la Sampdoria, in contropiede, ancora con Mauro Icardi, stavolta servito da Pedro Obiang. Vucinic prende una traversa con un collo destro a botta sicura e, qualche minuto più tardi, non riesce a correggere in rete una sponda di testa di Quagliarella. Come se non bastasse, ecco l’infortunio di Marchisio (ma anche Bonucci si fa male a una caviglia) che trasforma in nerissima l’ultima giornata del girone di andata per i bianconeri. E mercoledì c’è il Milan in Coppa Italia.

Al “Franchi” di Firenze, con la prima volta per Giuseppe Rossi in tribuna, arriva il Pescara di Bergodi. La gara inizia come al solito per i viola, con tanto ritmo e con una invidiabile mole di gioco. Cuadrado e Pasqual spingono come forsennati, Pizarro e Borja Valero orchestrano alla perfezione e la Fiorentina arriva spesso e volentieri al tiro. Solo Jovetic non esprime il potenziale di cui dispone. Tutto bello, non fosse per un particolare: Mattia Perin. Nei primi 45 minuti la Fiorentina arriva sei volte al tiro in porta e sei volte trova l’opposizione del portiere del Pescara. Tra interventi facili ma spettacolari e parate miracolose (vedi il riflesso su Tomovic all’11’ e Aquilani alla mezz’ora), Perin tiene a galla un Pescara sempre in difficoltà. Il primo tiro in porta abruzzese arriva solo allo scadere con un colpo di testa di Jonathas. L’impianto di gioco viola che prevede marcatura asfissiante e una certa severità dell’arbitro Giacomelli (che distribuisce ammonizione solo agi ospiti) costringono gli uomini di Bergodi a rintanarsi spesso e volentieri nella propria metà campo. Poche e mal orchestrate le ripartenze. Lo 0-0 al 45’, insomma, non rispecchia affatto l’andamento del primo tempo. La ripresa si apre senza sostituzioni. Ma la Fiorentina, un po’ stanca e ansiosa di sbloccare finalmente il risultato, non riesce a essere incisiva come prima. Attacca ma senza la fluidità del primo tempo, tanto che il fortino Pescara regge subendo meno pericoli. Poi, come spesso succede in queste partite, arriva un episodio a scombinare il banco: Jonathas, che qualche minuto prima poteva essere addirittura espulso, approfitta di un’indecisione Savic-Aquilani per battere Neto di testa, su preciso cross di Weiss (indicato da Montella, alla vigilia, come potenziale pericolo). L’ansia della Fiorentina diventa paura, Jovetic, Cuadrado e Ljajic provano a fare tutto da soli abbassando il livello di gioco e la pericolosità complessiva. Montella sceglie Mati Fernandez e Seferovic per trovare il pareggio ma Perin è ancora bello sveglio. Il 2-0 finale di Celik, arrivato per colpa di una insolita leggerezza di Facundo Roncaglia, certifica la giornata nera dei viola. Al novantesimo gli applausi dello stadio testimoniano che il progetto viola è ancora vivo, la prestazione c’è stata. Funziona, invece, la cura Bergodi: nove punti in sei partite portano il Pescara a guardare con speranza il girone di ritorno. Per veder gioire anche Pepito ci sarà tempo, sicuramente.

Il Milan, dopo il brutto pomeriggio di Busto Arsizio, prova a ripartire dalla gara interna contro il Siena di Iachini. I toscani, almeno inizialmente, sono bravi ad accartocciarsi nella propria metà campo e giocare una partita ordinata, senza particolari sforzi. Il Milan fatica persino ad avviare l’azione: mancano tutti i centrali di difesa (tolto Acerbi) e Montolivo incappa in un primo pomeriggio da dimenticare. Così la manovra è appiccicosa e senza sbocchi. Solo un paio di iniziative di El Shaarawy, che il piccolo Faraone si procura totalmente in proprio, rischiano di mandare avanti il Diavolo: la prima volta si oppone Pegolo (13’), la seconda il pallone sguscia a lato. Il pubblico non gradisce e accompagna l’uscita dal campo dei propri beniamini con una marea di fischi. Da El Shaarawy il Milan riparte pure nella ripresa. Largo a sinistra, Stephan ci prova in tutti i modi ma l’occasione più limpida (la prima del match) è del Siena: rimpallo Montolivo-De Sciglio e conclusione ravvicinata di Rosina con Abbiati in versione superman. Scampato il pericolo, la squadra di Allegri si tuffa in attacco all’arma bianca e con il nuovo modulo, il 4-2-3-1. Bojan (subentrato a un pessimo Nocerino) dietro l’unica punta Pazzini, con El Shaarawy e Boateng a scorrazzare sulle corsie esterne. Al 59’ proprio Krkic avvia un’azione che – dopo essere transitata dai piedi di Boateng – il Faraone chiude fuori di un soffio. Al 67’ discesa di Boateng e Bojan infilza Pegolo di testa, e con tempismo perfetto, sul primo palo. Passano una manciata di minuti e sull’ennesima iniziativa di Bojan, Felipe appoggia una mano sulla schiena di Pazzini: rigore (più che discutibile) e 2-0, con l’ex doriano al quinto centro nelle ultime otto gare. Il Siena solo all’87’ ha un sussulto e accorcia con il colpo di testa Paolucci, mentre il Milan – nonostante un finale più che sofferente – porta a casa tre punti che più salutari non si può.

Continua a sognare il Parma di Donadoni, che gode anche di un inaspettato primato: è l’unica squadra imbattuta sul proprio campo. Contro il Palermo di Gasperini arriva il terzo successo consecutivo, anche se la prima frazione prometteva ben altro, vista la supremazia dei rosanero. I gialloblù passano al 63’ con la zampata di Belfodil, ma Budan (in sospetta posizione di fuorigioco) di testa trova il gol del pari a cinque minuti dalla fine. In pieno recupero ci pensa Amauri, con l’evidente complicità di Benussi, a regalare l’ennesimo sorriso a Donadoni e l’ennesimo dispiacere a Gasperini che, senza la penalizzazione del Siena, sarebbe ultimo con il suo Palermo.

Il Chievo batte per 1-0 l’Atalanta e la scavalca in classifica (i veneti ora sono undicesimi), compiendo così un balzo importante in chiave salvezza. Al Bentegodi decide un gol del giovane Cofie (37’), perfetto nel calciare al volo su gran cross di Thereau. I bergamaschi provano a reagire nella ripresa, ma la squadra di Corini controlla senza subire troppo. L’occasione più importante, per i nerazzurri, capita a Giacomo Bonaventura (54’), con Sorrentino bravo a respingere.

Dopo due pareggi consecutivi, rispettivamente contro Torino a Marassi e Inter a San Siro, il Genoa riesce finalmente a ritrovare la via del successo, che mancava dallo scorso 25 novembre e a risalire la china in classifica mettendo il muso fuori dalla zona retrocessione. A decidere la gara contro il Bologna ci pensa l’uomo mercato, Marco Borriello, che indirizza il match sui giusti binari infilando Agliardi per due volte nella ripresa: al 57’, dopo pregevole scambio con Immobile, e al 72’, con un diagonale di destro. Sicuri che il Genoa voglia ancora liberarsi di lui?

Il posticipo dell’ultima giornata del girone d’andata è il derby del sud tra Napoli e Roma. La partita prometteva tanti gol e non disillude le attese. Il primo contropiede del Napoli arriva dopo venti secondi, vanificato, ma già al 4’ la banda Mazzarri passa con il solito Matador. A mettere la punta in condizione di segnare ci pensa Goran Pandev, sfruttando la distrazione di Burdisso e Castan. Col vantaggio in saccoccia il Napoli può così fare la sua partita preferita fatta di attesa e ripartenze fulminee. Il pallino del gioco passa in mano alla Roma con la difesa alta e le maglie larghe capaci di infiammare Pandev e Cavani ad ogni tocco di palla. Nella seconda parte del primo tempo, però, la sfida si trasforma in un timido assedio. De Sanctis si supera su Destro e Pjanic, amministra sulle conclusioni di Lamela mentre Totti gira troppo al largo per essere un pensiero cattivo. L’imprecisione dell’ex attaccante del Siena, poi, fa il resto, anche nella ripresa, con un totale di almeno tre limpide occasioni gettate al vento. Tutto oro colato per il Napoli di Mazzarri che al rientro dagli spogliatoio ci mette ancor meno della prima parte a infilare la porta di Goicoechea, manco a dirlo con Cavani. Tre minuti di gioco, azione sulla sinistra di Zuniga e Pandev e tap-in fortunoso del Matador con una traiettoria infingarda a superare il portiere giallorosso. A quel punto la metà campo della Roma diventa un deserto tutto da conquistare per gli azzurri che prima si divorano il gol con Hamsik lanciato solo contro il portiere, poi trovano il tris da azione da calcio d’angolo con la zuccata del Matador. Hattrick e ennesimo pallone firmato portato a casa con sorpasso integrato a El Shaarawy in testa alla classifica dei cannonieri. Il sussulto della Roma si materializza con il solito acciaccato Osvaldo che entra e segna il 3-1, prima dell’espulsione di Pjanic che chiude i giochi ancor prima che Bradley sfiori il gol in ben tre occasioni. Un super De Sanctis dice di no e Maggio cala il poker (con tanto di fascia di capitano sul braccio) che sigilla il terzo posto in classifica con freccia a Inter e Fiorentina inserita per il sorpasso.

Per effetto di questi risultati, Juventus sempre in vetta alla classifica con 44 punti, seguita dalla Lazio a 39 e dal Napoli a 37. Cavani supera El Shaarawy in vetta alla graduatoria dei goleador del nostro campionato: 16 per l’uruguagio, 14 per il rossonero.

I TOP

Mauro Icardi (SAMPDORIA): Un po’ di sana fortuna sul primo gol, ma il secondo è un capolavoro vero e proprio. Si traveste da befana e porta solo carbone alla Juventus di Conte, facendo, oltre ai due gol decisivi, una partita di straordinario sacrificio. E pensare che doveva partire per il mondiale under 20… EROICO.

Edinson Cavani (NAPOLI): Che dire, dategli un big match e lui segnerà. Non uno, non due ben tre reti in una sfida caldissima (ne aveva fatti tre al Milan l’anno scorso, tre alla Juve due stagioni fa). Intanto è a quota 16 in 19 giornate. Gli aggettivi per questo giocatore sono terminati. Solo giù il cappello e rispettoso silenzio. EXTRATERRESTRE.

Mattia Perin (PESCARA): L’uomo della partita. Più la Fiorentina prova, più lui para. Se il Pescara porta a casa tre punti, deve ringraziare il suo portiere: non a caso al fischio finale si sono tutti fiondati su di lui. Il futuro è radioso, se rimane concentrato come oggi. SUPERLATIVO.

Note di merito indiscutibili anche per i due bomber, Borriello e Di Natale, che con le loro doppiette spianano la strada per i preziosi successi di Genoa e Udinese.

I FLOP

Jonathan (INTER): Debole in fase difensiva, inesistente in quella propositiva. Soprattutto un clamoroso errore/orrore a porta vuota. Strama lo ripropone ma è bocciatura secca. DISASTROSO.

Federico Peluso (JUVENTUS): E va bene che era l’esordio con la maglia juventina, e va bene che i demeriti della Juve sono stati altri. Si possono accettare tutte le scusanti del caso, ma il difensore ex Atalanta è colpevole su entrambi i gol e, come se non bastasse, è impreciso anche in parecchi appoggi. Senza voler mettere il dito nella piaga, ma quando torna Chiellini? RIMANDATO.

Francesco Lodi (CATANIA): 12 minuti in campo in cui si fa notare solamente per un ceffone gratuito a Meggiorini: che le sirene di mercato lo stiano facendo andare fuori di testa? DISTRATTO.

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