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Felice Cavallotti Un Radicale Dell’ottocento

di Pancrazio Caponetto – ” La grande esperienza del volontariato garibaldino nel 1860 non ha soltanto galvanizzato le forze democratiche preesistenti, ma ha rapidamente portato alla democrazia molti ( specialmente giovani e giovanissimi ) che inizialmente erano su posizioni moderate, cavouriane o genericamente liberali… Questa presa di Garibaldi e del garibaldismo sui giovani, sui volontari …non è solo un fatto sentimentale, ma un fatto politico, le cui conseguenze si potranno misurare a scadenza più o meno lontana, allorchè molti di questi giovani entreranno nella politica attiva, aderendo in gran parte al movimento radicale.”
Con queste parole, contenute nel suo fondamentale I radicali in Italia 1849 – 1925, Alessandro Galante Garrone descriveva il processo di democratizzazione dei volontari garibaldini. Come esempio dell’efficacia politicamente formativa dell’esperienza garibaldina, Galante Garrone ricordava l’uomo che sarebbe divenuto il capo più prestigioso del radicalismo italiano: Felice Cavallotti.

Felice Cavallotti era nato a Milano nel 1842 e fin da giovanissimo aveva manifestato grande interesse per la politica e per il giornalismo. Nel 1860, quando era ancora studente liceale, era un entusiasta cavouriano che vedeva nello statista piemontese “il liberatore d’Italia”. Nello stesso anno, come molti giovani lombardi, partì da Genova con la spedizione guidata dal Generale Medici col compito di sostenere i Mille di Garibaldi già impegnati in Sicilia. Quest’esperienza segnò il suo passaggio dalle posizioni cavouriane a quelle garibaldine. Nelle lettere alla famiglia e nelle corrispondenze al giornale ” L’Indipendente”, il quotidiano nato a Napoli a sostegno dell’impresa dei Mille, diretto dallo scrittore francese Alexandre Dumas, emerge la sua ammirazione per Garibaldi, il suo distacco dalla politica dei liberali moderati e il suo sdegno per l’atteggiamento dei piemontesi sempre sospettosi verso i volontari garibaldini. ” E’ ancora il partito d’azione e i radicali – scriveva Cavallotti – che sono stati messi al bando, come paria della patria ed appestati, come infami, come traditori…”

Dopo l’esperienza come volontario garibaldino, Cavallotti si era dedicato al giornalismo diventando nel 1863 redattore della “Gazzetta di Milano”, giornale della sinistra moderata. In effetti per alcuni anni egli si mantiene su posizioni politiche ancora lontane dal movimento radicale, approva, ad esempio, la Convenzione di settembre del 1864, l’accordo diplomatico stretto tra Italia e Francia che venne considerato dalla sinistra italiana un atto di rinuncia alla liberazione di Roma. Nel 1866, Cavallotti partecipa ancora come volontario garibaldino alla Terza guerra di indipendenza e inizia a seguire una linea politica più avanzata, che lo porterà l’anno seguente, dopo contatti con Carlo Cattaneo, uno degli intellettuali di riferimento del radicalismo italiano, ad aderire compiutamente alla democrazia radicale lombarda. Nel 1867 diventa uno dei redattori e per qualche mese anche il direttore, del “Gazzettino rosa”, giornale di Milano che si segnala nel panorama della stampa democratica per il suo atteggiamento battagliero. Ecco come Alessandro Galante Garrone ricorda i caratteri fondamentali del “Gazzettino”: ” Un violento repubblicanesimo, che vuole diversificarsi da quello di Mazzini ( la cui religiosità mistica è apertamente ripudiata ), gli scherni oltraggiosi all’indirizzo della monarchia – anche attraverso le ballate di Felice Cavallotti, che comincia a far parlare di sè – gli attacchi furibondi al governo, la commiserazione dell’infelicissima sorte dei contadini, angariati dal macinato, le polemiche con la stampa moderata, …le veementi apostrofi contro Napoleone III o il papa, ci rivelano come l’esigua pattuglia dei redattori, o quanto meno una parte di essa, si sia deliberatamente posta in totale conflitto con la classe politica al potere.”

Tra il 1869 e il 1870 si accende tra i redattori del “Gazzettino rosa” la polemica tra i fautori dell’astensione e i fautori della partecipazione alla vita parlamentare. Era una questione poltica che da tempo travagliava i democratici repubblicani italiani. Gli astensionisti, con rigida intansigenza, rifiutavano qualsiasi partecipazione alla vita parlamentare ritenendola una forma di legittimazione della monarchia. I partecipazionisti pensavano invece che, lottando anche all’interno del parlamento si potessero conquistare riforme, spazi di democrazia e preparare così l’avvento della repubblica. Cavallotti si schiera decisamente con questi ultimi citando in un suo articolo, l’esempio della Francia, dove i radicali repubblicani avevano eletto un folto numero di rappresentanti al Corpo Legislativo, contribuendo così ad indebolire la saldezza dell’Impero di Napoleone III. Egli inoltre attacca frontalmente gli astensionsiti e scrive: ” Ma voi che ricusate l’esercizio del voto per non riconoscere, voi dite, il sistema: voi che disdegnate usare per combattere la monarchia delle sue armi medesime, siccome cosa immorale ed illogica, che cosa fate voi dunque…Delle armi che vi capitano tra le mani per combattere, voi scegliete soltanto alcune: noi troviamo che tanto fa pigliarle tutte; e tutte le adoperiamo.Qui è tutta la differenza tra noi e voi, militanti per una stessa fede…”

Nello stesso periodo Cavallotti inizia a farsi conoscere per le sue battaglie contro la corruzione condotte dalle colonne del ” Gazzettino rosa”, in occasione dello scandalo della Regìa ( così si chiamava all’epoca il monopolio dei tabacchi ), il primo grave scandalo della storia d’italia che svelò gli oscuri intrecci tra ambienti politici e il mondo della finanza. Lo scandalo interessò l’opinione pubblica italiana per diversi anni e vide in prima fila nelle denunce i giornalisti del “Gazzettino rosa” e Cavallotti. ” Ci si rivela così, per la prima volta – ha scritto Galante Garrone – quello che sarà un altro frequente aspetto del radicalismo italiano, specialmente di quello cavallottiano: l’appassionata denuncia del malcostume della classe politica, la campagna moralistica spinta all’estremo…”

Nel 1873 Cavallotti accettò la candidatura per l’elezione alla camera dei deputati nel collegio di Corteolona. La sua scelta riaccese la polemica tra astensionisti e partecipazionisti: avrebbe accettato Cavallotti il giuramento di fedeltà alla monarchia richiesto a tutti i deputati eletti ? Achille Bizzoni, direttore del “Gazzettino rosa” lo ammonì con queste parole: ” Non lasciarti sedurre da piccine soddisfazioni di amor proprio; …Lasciati eleggere, ma rifiuta poi…l’ora di entrare in Parlamento non è ancora venuta… il Parlamento è un sozzo porcaio.”

Opposto il parere che gli venne da Giuseppe Garibaldi. Quest’ultimo, in una lettera a Cavallotti consigliava “l’arena parlamentare ove sembrami possiblie far progredire la causa santa.”

Cavallotti eletto in Parlamento, il giorno prima del giuramento di fedeltà alla monarchia, diffuse sui giornali una lunga lettera in cui ribadiva la sua fede repubblicana, la sua determinazione a condurre la lotta per la Repubblica sulla stampa, nelle associazioni e in Parlamento e definiva il giuramento richiesto una formalità arbitraria, imposta, pertanto un giuramento moralmente e giuridicamente nullo agli occhi suoi e degli elettori.
Quel che è certo è che, come hanno sottolineato gli storici ( Leo Valiani e Alessandro Galante Garrone ), Cavallotti, con il suo ingresso in Parlamento si poneva come la nuova guida dei democratici radicali e la storia del radicalismo italiano entrava in una nuova fase.

Essa si aprì con l’ascesa al potere del primo governo dell a Sinistra guidato da Agostino Depretis, nel 1876 . Il contrasto tra radicali, Cavallotti e governo Depretis emergeva in varie questioni.Innazitutto nell’interpretazione del recente passato risorgimentale. Nei suoi interventi alla camera Cavallotti rivendicò il valore di alcuni episodi insurrezionali di matrice repubblicana ( moti mazziniani di Milano del 1853, spedizione di Sapri del 1857 ) che i monarchici moderati tendevano a cancellare. Altre battaglie condotte da Cavallotti alla Camera, durante il governo Depretis, furono quelle in difesa della libertà d’opinione, del diritto d’associazione e contro ogni arbitrio del potere escutivo.Ciò avvenne quando fu espulso dall’Italia il socialista francese, membro della Comune, Benoit Malon e in occasione della vasta operazione di repressione poliziesca seguita al tentativo rivoluzionario degli anarchici internazionalisti nel beneventano.

Nel marzo 1878 il governo Depretis, entrato in crisi per contrasti interni alla maggioranza, cadeva e veniva sostituto da un esecutivo guidato da Benendetto Cairoli. Si trattò di una svolta democratica e riformista che trovò il sostegno dei radicali che votarono la fiducia al governo. Ma fu un’esperienza di breve durata. Nel dicembre 1878, Benedetto Cairoli, attaccato da Destra e da esponenti della Sinistra come Nicotera, Crispi e Depretis fu costretto a dimettersi. Con la caduta del governo Cairoli inizia un processo di involuzione democratica in Parlamento e nel paese che caratterizzerà la storia d’Italia fino al cadere del secolo. A questa deriva autoritaria reagirà con forza l’opposizione radicale. Sarà questa per molti anni la sua funzione: ” rappresentare – ha scritto Galante Garrone – in modo quasi esclusivo le istanze di rinnovamento, lo spirito di contraddizione, la critica al regime dominante. “

In questa battaglia radicale contro il regime in prima fila sarà Felice Cavallotti. In alcuni discorsi alla Camera del 1879, egli si schiera contro il nuvo governo Depretis. Cavallotti denuncia la politica autoritaria dell’esecutivo ( “associazioni sciolte, processi, sequestri di giornali, arresti, perquisizioni” ) e l’incapacità di affrontare i mali del Paese( scioperi, emigrazione, miseria ). Sono con lui anche amici, come Achille Bizzoni, che in passato aveva sostenuto l’astensionismo, e il leader radicale Agostino Bertani che condivide con Cavallotti la delusione per le mancate riforme dei governi di Sinistra. Tra queste, la più auspicata dai radicali era la riforma elettorale con la proposta di sostituire il collegio uninominale con lo scrutinio di lista. Nel 1882 il governò varò finalmente la riforma elettorale decidendo l’allargamento del corpo elettorale ( da circa mezzo milione a due milioni ) e lo scrutinio di lista. Cavallotti contribuì a questo risultato con i suoi numerosi interventi parlamentari che gli valsero l’epiteto di ” can da guardia della riforma “.
Ma questo fu l’unico risultato positivo dei governi della Sinistra, per il resto il regime dominante si chiuse ad ogni progresso democratico dando vita a quella pratica di governo che è stata definita trasformismo, un accordo parlamentare tra Destra e Sinistra, che ebbe una spiccata tendenza antiradicale. “I trasformati – disse un uomo polico come Giovanni Bovio – sono un partito di resistenza comune contro la vasta apparizione della democrazia radicale dopo la riforma elettorale.”

Cavallotti denunciava il trasformismo individuandone il carattere di “decadimento morale”, in quanto aveva ridotto il parlamentarismo a “scuola di particolarismo gretto, di egoismi,di scoraggianti incoerenze, di più scoraggianti audacie, di piccoli intrighi, di piccole astuzie, di una politica piccina…”

Nell’agosto del 1887 diventa Presidente del Consiglio Francesco Crispi. Di fronte al suo governo l’atteggiamento dei radicali oscilla fra collaborazione e opposizione. Non dimenticavavano il suo ruolo di primo piano nella spedizione di Mille e alcuni di loro immaginavano fosse possibile la formazione di un vasto fronte delle sinistre, comprendente i radicali, a sostegno del suo governo. Al tempo stesso però, sulla stampa democratica si diffondono le prime accuse all’esecutivo, di dittatura, autoritarismo, prepotenza dello Stato. Cavallotti, in una lettera all’Onorevole Luigi Ferrari, esprime le sue opinioni sulla questione.Commentando la posizione del deputato radicale Alessandro Fortis, convinto che fosse giunto il momento per i radicali di entrare nel governo senza porre alcuna condizione, egli scrive: “…io credo che questa ora non sia giunta e che resti ancora alla democrazia un compito lungo, vasto e utile per adempiere al mandato avuto dal paese.” Questo compito consisteva nel lottare per riforme concrete, utili per i bisogni dell’Italia e accrescere così il proprio consenso elettorale in modo da risultare determinanti per gli equlibri di ogni futura maggioranza governativa.
Conformemente a questo indirizzo, nel 1888, i radicali e Cavallotti votarono alcune riforme proroposte dal governo Crispi, come il progetto di un nuoco codice penale e la legge comunale e provinciale. In politica estera sorgevano invece contrasti insanabili. I radicali erano contrari alla politica coloniale in Africa, ostili alla Triplice alleanza, ( l’accordo diplomatico tra Italia, Austria e Germania ), sostenitori dell’irredentismo,( il movimento politico che si batteva per la liberazione di Trento e Trieste ) . Per Crispi, invece, antitriplicismo e irredentismo erano sinonimi di sovversivismo.

Questa tendenza anticrispina divenne più evidente nel programma del Patto di Roma del maggio1890, l’accordo tra radicali, repubblicani e socialisti finalizzato alla creazione di un fronte comune in vista delle future elezioni politiche. Il programma, di cui Cavallotti fu uno dei registi, prevedeva tra i punti più importanti, la revisione dell’articolo 5 dello Statuto albertino che affidava al solo Re il potere esecutivo ( Cavallotti la propose con l’intento di rafforzare i poteri del Parlamento soprattutto nell’esercizio del diritto di pace e guerra e limitare così l’avventurosa politica estera di Crispi ); la rivendicazione dei diritti di libertà ( diritto di riunione e di associazione ), un ampio sviluppo delle autonomie locali ( con la proposta dell’elezione del sindaco), il divieto di cumulo dei portafogli ministeriali. Gli ultimi tre punti erano chiare risposte alla politica interna di stampo autoritario del governo Crispi e alla sua gestione del potere.

Nelle elezioni del novembre 1890 i radicali non raggiunserro l’obiettivo ( il raddoppio della rappresentanza parlamentare ) che era considerato necessario per la realizzazione del Patto di Roma. Di qui ha inizio, secondo Galante Garrone, la parabola discendente del radicalismo italiano, l’affievolirsi del suo vigore combattivo.
Di fronte ai governi Di Rudinì ( 1891 – 1892 ) e Giolitti ( 1892 – 1893 ), Cavallotti tenne saldo il suo ruolo di oppositore, ma era sempre più preoccupato di mantenere l’unità tra le varie correnti radicali, tra cui emergeva da tempo l’ala “legalitaria” o”ministeriale” decisa all’ingresso nella maggioranza di governo. Quest’ultima opererà una scissione votando la fiducia a Giolitti e riuscirà ad eleggere una trentina di deputati nelle successive elezioni ( i radicali cavallottiani o antigovernativi saranno circa la metà ).

Gli sforzi di Cavallotti per ricostruire l’unità tra i radicali avranno successo quando scoppierà lo scandalo della Banca Romana ( già nel 1889 un’inchiesta amministrativa aveva svelato le gravisssime irregolarità della Banca. I risultati dell’inchiesta, a lungo tenuti nascosti, furono svelati solo nel 1893 dal radicale Napoleone Colajanni che fece scoppiare lo scandalo ). In quest’occasione Cavallotti si lanciò in un’accesa campagna contro Giolitti ( che aveva fatto nominare senatore il discusso Bernardo Tanlongo, governatore della Banca Romana ). Sulla “questione morale” sollevata da Cavallotti, i radicali “legalitari” e “antigovernativi”, ritroveraranno la loro coesione.

Negli ultimi anni della sua vita ( Cavallotti morirà ucciso in duello dal giornalista Ferruccio Macola il 6 marzo 1898 ) il leader radicale sarà ancora fiero oppositore di Crispi dando vita, prima( 1894 ) alla Lega italiana per la difesa della libertà, una risposta all’autoritarismo crispino ( repressione dei Fasci siciliani, leggi antianarchiche, scioglimento delle organizzazioni socialiste ) e pubblicando poi (1895 ) la Lettera agli onesti di tutti i partiti, appassionata requisitoria contro lo statista siciliano, accusato di falsa testimonianza, concussione, bigamia.
Con la morte di Cavallotti si chiude un periodo nella storia dei radicali italiani e dell’intera nazione. Ne fu consapevole il leader socialista Filippo Turati che nel suo discorso al Cimitero monumentale di Milano ( 9 marzo 1898 ), pronunciò queste parole : ” E’ morto, ed è l’ultimo…l’ultimo. Intendete, cittadini, lo strazio di questa parola ? Perchè essa ci annuncia che qui non a un uomo diciamo addio, ma a una generazione d’uomini; a quanto fu in essa di bello, di alto, di fiero; che non un sepolcro è questo che spalanchiamo, ma un cimitero vastisimo, nel quale un’era della storia riposa; che non fra due anni, come novella il lunario, ma oggi, qui, il secolo si suggella.”

Pancrazio Caponetto


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