Un Movimento Di Opposizione Al Fascismo: Il Liberalsocialismo

di Pancrazio Caponetto – “Antifascismo dei giovani”: con questa definizione ( da intendersi con qualche approssimazione ), lo storico Giorgio Candeloro indicava i nuovi gruppi antifascisti che nacquero in Italia tra il 1936 – 37 e il 1942. Si trattava di formazioni antifasciste composte da giovani studenti o neo laureati, provenienti dai sindacati fascisti o dai GUF ( Gruppi Universitari Fascisti ), che avevano progressivamente maturato un rifiuto di diversi aspetti negativi del fascismo: il fallimento della politica economica corporativistica; l’esaurirsi dell’entusiasmo nazionalista nato con l’intervento in Etiopia; il sostegno al Generale Franco nella guerra di Spagna; le leggi razziali e l’antisemitismo; l’alleanza con la Germania nazista.

Si formarono pertanto diversi gruppi antifascisti: marxisti, che confluirono in gran parte nel Partito Comunista e in minor misura nel Partito Socialista; cattolici di sinistra e liberalsocialisti.Questi ultimi costituirono un’esperienza assolutamente nuova nella storia del pensiero politico democratico italiano, non avendo nessun legame con precedenti movimenti politici. Il liberalsocialismo nacque e si sviluppò in ambito universitario dall’incontro ideologico di due intellettuali: Aldo Capitini e Guido Calogero. Essi furono autori di due libri che segnarono le giovani generazioni che si distaccavano dal fascismo: Elementi di un’esperienza religiosa di Capitini del 1937 e La scuola dell’uomo di Calogero del 1939 .

Capitini era approdato all’antifascismo fin dagli anni della sua presenza alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove fu studente e borsista, prima e segretario poi (1930 ). Egli lasciò questo posto nel 1933, quando si rifiutò di prendere la tessera del partito fascista e si ritirò a vivere a Perugia, sua città natale. Nel 1937 , grazie all’interessamento di Benedetto Croce, pubblicò , per la casa editrice Laterza, gli Elementi di un’esperienza religiosa, testo in cui sosteneva i principi della sua “riforma religiosa”, estranea a tutte le chiese istituzionali e fondata sui valori della non violenza, della fratellanza, dell’ascolto verso gli umili e i sofferenti.

Il libro disegnava anche il profilo di una “nuova socialità”: “L’ideale – scriveva Capitini – è che tutti partecipino alla vita comune. E’ perciò da auspicare e da studiare ad esempio, come le aziende agricole e le industrie socializzate possano reggersi sui “consigli” di tutti i partecipanti, pur distinti… secondo le singole competenze. Questo autogoverno chiama nella cultura e nella dignità della coscienza tutti.”

Si trattava, come ha notato Paolo Bagnoli, di un progetto che si nutriva delle utopie socialiste e della spinta evangelica e che puntava a una sintesi di liberalismo e socialismo. “Oggi – scriveva ancora Capitini – sono una cosa sola liberalismo o senso della ricerca interiore; socialismo o organizzazione della giustizia sociale su base comune togliendo la schiavitù dell’uomo dall’uomo; internazionalismo; federativismo giuridico e morale tra le nazioni.”
Il liberalsocialismo di Capitini veniva pertanto definendosi, ha osservato ancora Paolo Bagnoli, come metodo religioso di rinnovamento della società non fondato su una rottura rivoluzionaria, ma su una conquista spirituale.
Guido Calogero, giovane professore di storia della filosofia all’Università di Pisa, intellettualmente vicino all’idealismo di Benedetto Croce e Giovanni Gentile, pubblicò nel 1939, La scuola dell’uomo, un vero e proprio manifesto della libertà. Anche in Calogero, come in Capitini troviamo una riflessione sul binomio giustizia e libertà. ” Commisurare la libertà – scriveva Calogero – non può significare che distribuire equamente le libertà: la libertà che si vuole è la libertà giusta,e in questo senso l’ideale della giustizia si manifesta identico a quello stesso della libertà.”

La scuola dell’uomo era un opera di antifascismo militante, ” un’opera di battaglia – ha osservato Eugenio Garin – che trae il suo mordente da un intento preciso e da un nobile bisogno di azione.” Era in definitiva, una chiamata all’impegno, un invito a conquistare la libertà, ad essere uomini fino in fondo.

Capitini fu attento lettore del libro di Calogero, lo definì un “manifesto di vita” e ne scrisse una lunga recensione.Tra i due intellettuali vi era un minimo comun denominatore: “l’uomo come moralità – ha notato Paolo Bagnoli – centro del vivere e della costruzione morale. Da ciò ne scaturisce la visione comune del liberalsocialismo: vale a dire la moralità che incontra il sociale.”

I testi di Capitini e Calogero caratterizzano il periodo di incubazione culturale e filosofica del liberasocialismo. I due manifesti del movimento che verranno redatti nel 1940 e nel 1941, saranno la trasposizione politica delle tesi espresse nei due lavori.

Intorno a Calogero e Capitini si formò una rete molto vasta di contatti, dalla Toscana all’Umbria, da Roma al Nord Italia, composta, in gran parte di giovani intellettuali, tra questi ricordiamo: Carlo Ludovico Ragghianti, Tristano Codignola, Piero Calamandrei, Enzo Enriques Agnoletti, Luigi Russo, Umberto Morra, Giorgio Candeloro, Paolo Alatri. Tutti saranno protagonisti non solo della stagione dell’antifascismo, ma anche della vita politica e culturale dell’Italia del secondo dopoguerra. Insieme a questo gruppo di intellettuali, Calogero preparò il primo Manifesto del liberalsocialismo, diffuso in copie dattiloscritte nel 1940.

Ecco, in questo passo, il cuore del Manifesto del 1940: ” Non si può essere seriamente liberali senza essere socialisti, nè essere seriamente socialisti senza essere liberali. Chi è pervenuto a questa convinzione, e si è persuaso che la civiltà tanto meglio procede quanto più la coscienza e gli istituiti del liberalismo lavorano ad inventare e ad instaurare sempre più giusti assetti sociali e la coscienz a e gli istituti del socialismo a rendere sempre più possibile e intensa e diffusa tale opera della libertà; ha raggiunto il piano del liberalsocialismo.”

Alla teoria politica si accompagnavano proposte concrete per la fissazione delle regole fondamentali della democrazia.Si sosteneva, infatti, la creazione di un quarto potere accanto ai tre tradizionali poteri dello Stato, una corte costituzionale, suprema garante e regolatrice della vita democratica. Vi era poi un programma economico che prevedeva la nazionalizzazione dei grandi complessi produttivi, bancari , assicurativi e l’espropriazione dei latifondi.

Nel complesso il Manifesto ha un carattere chiaramente riformatore e non rivoluzionario ( non è prevista, ad esempio, l’abolizione della proprietà privata ), esso presenta, insomma, come ha scritto Paolo Bagnoli, ” un taglio decisamente democratico, di tipo laborista e socialdemocratico avanzato.”

Il secondo Manifesto del liberalsocialismo, redatto da Calogero nel 1941, presenta rispetto al primo solo qualche novità, come la proposta della formazione di “un comune fronte della libertà”. In sostanza il liberalsocialismo si presentava come ” movimento che mira al ristabilimento della libertà politica per sè come per ogni altro movimento o partito rispettoso della libertà.”

L’analisi dei due manifesti liberalsocialisti non si può concludere senza considerare due ultime questioni: le affinità con il movimento di Giustizia e Libertà, fondato in Francia dai fratelli Rosselli e il rapporto con Benedetto Croce. Sul primo punto occorre dire che il libro di Carlo Rosselli, Socialismo liberale, fu conosciuto dai liberalsocialisti solo nel dopoguerra. Pertanto quella di Capitini e Calogero fu un ‘elaborazione teorica autonoma anche se convergente per alcuni aspetti con le riflessioni di Rosselli: critica del marxismo e della vecchia politica del Partito Socialista e dei liberali.Per questo tra i due movimenti si realizzò quasi una fusione nel senso che entrambi confluiranno nel Partito d’Azione.

Sul secondo punto bisogna ricordare che Calogero fece conoscere a Benedetto Croce il Manifesto liberalsocialista, riconoscendo in lui un punto di riferimento per tutti gli antifascisti. Croce criticò con forza il Manifesto la cui natura gli sembrava troppo sbilanciata verso il socialismo. Inoltre sottolineò gli errori filosofici della sintesi tra liberalismo e socialismo operata da Calogero, in cui individuava influenze di Gentile.

Il distacco da Croce allontanava il liberalsocialismo dal Partito Liberale e al tempo stesso, troppo ampie erano le divergenze con i socialisti. Pertanto i liberalsocialisti insieme ad esponenti di Giustizia e Libertà e ad altri gruppi poltici di orientamento democratico – repubblicano, aderirono al Partito d’Azione, il nuovo Partito che nacque nel 1942.

Capitini ne prese le distanze per paura che ” la trasformazione in partito circoscrivesse il Movimento…alla dipendenzadi una direzione soverchiamente politica e di un democraticismo che mi pareva insufficente rispetto all’esigenza del socialismo.”

L’adesione dei liberalsocialisti al Partito d’Azione, insieme ad altri gruppi , era motivata da un’analisi storico – politica del fallimento del liberalismo e del socialismo, entrambi sconfitti dal fascismo, e dalla volontà di dare vita a un profondo rinnovamento morale e politico dell’Italia.

In effetti il Pd’Az. fu una delle forze politiche più attive nella lotta partigiana e nella vita politica italiana del dopoguerra, al punto da ottenere la presidenza del Consiglio con Ferruccio Parri. Caduto il suo governo ( 1945 ), il Partito fu travagliato da contrasti interni tra l’ala socialista (Lussu, De Martino), quella liberalsocialista di Guido Calogero e quella liberaldemocratica e repubblicana facente capo a La Malfa e Parri. Alle elezioni per la Costituente del 1946, il Partito ottenne appena l’1,5%. La scissione del gruppo di Parri e La Malfa pose fine all’esperienza del P.d’az.; cio che ne restava finì in parte nel PSI, mentre altri gruppi confluirono nel PRI, nel PSDI e talora nel PCI.

Dunque bisogna concludere che la capacità di incidere dei liberalsocialisti nella realtà storico – politica fu limitata. Tuttavia resta la grande forza delle loro idee. Si pensi alla proposta di un socialismo non marxista e di un liberalismo attento alla giustizia sociale. Quando il Partito Socialista prima e il Partito Comunista, poi, hanno preso le distanze dall’Unione Sovietica e dai regimi affini, queste idee sono riemerse nella cultura e nella politica italiana. Pertanto è ancor oggi, vitale una riflessione sul liberalsocialismo e sui suoi maestri: Aldo Capitini e Guido Calogero.


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© Litis.it – 27 Luglio 2020 – Riproduzione riservata


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