Arte & Cultura

LA RIVOLUZIONE PROTESTANTE DI GIUSEPPE GANGALE

di Pancrazio Caponetto – Giovanni Miegge, teologo valdese, nel 1932 definì Giuseppe Gangale “l’uomo più interessante del protestantesimo italiano nell’ora presente. “
Nato a Cirò Marina nel 1898, Gangale si formò nel Collegio italo – albanese di San Demetrio Corone in provincia di Cosenza, dove conseguì la maturità classica. Dal 1916 fino al 1918, prese parte al primo conflitto mondiale come ufficiale di fanteria . Anni dopo, riflettendo sull’esperienza bellica Gangale rifiutava la visione nazionalistica ed imperialistica del conflitto e ne sottolineava il limite. La guerra non era stata “guerra di popolo “ perchè il popolo “incapace per la sua diseducazione cattolica sia di autonomamente volere che di autonomamente non volere”, era stato condotto nel conflitto da una minoranza di intellettuali borghesi “oscillante tra l’umanitarismo pacifista (Bissolati), il messianismo rivoluzionario (Mussolini) e il garibaldinismo nazionalisteggiante e irredentista (D’Annunzio e Marinetti)” .
Alla guerra non era seguita poi quella rivoluzione spirituale, quel rinnovamento morale necessari a far nascere in Italia il mito della Patria ben vivo invece in Francia, USA e Inghilterra.

Dopo la fine della guerra Gangale si iscrisse alla facoltà di Filosofia di Firenze dove si laureò nel 1921 con una tesi su Pascal. Seguì poi corsi di perfezionamento in storia delle religioni e storia delle religioni orientali. Nel 1923 entrò nella loggia massonica di Palazzo Giustiniani, e divenne anche maestro della loggia Tommaso Campanella di Catanzaro. Gangale si avvicinò al protestantesimo grazie ai contatti con gli ambienti dell’evangelismo italiano maturati tramite la futura moglie Maddalena Di Capua, valdese. Nel 1924 venne battezzato nella Chiesa Cristiana Evangelica Battista di Firenze. In precedenza era diventato redattore capo e condirettore della rivista “ Conscientia “ sulle cui pagine scrisse interventi sui temi della libertà religiosa, della mancata riforma in Italia, su fascismo e cattolicesimo al fianco di intellettuali di spicco come Lelio Basso, Antonio Banfi, Piero Gobetti, Giovanni Miegge, Romolo Murri, Giuseppe Prezzolini, Adriano Tilgher.

“ Conscientia” – come ha scritto il teologo Paolo Ricca nella postfazione dell’edizione del 2016 di “ Rivoluzione protestante “ di Gangale – conduceva una battaglia culturale,politica e religiosa per coinvolgere tutti coloro che ritenevano l’avvenire dell’Italia connesso con la sua rinascita spirituale. La rivista, nel titolo, riecheggiava la scelta di Lutero di non “ deporre la coscienza “ di fronte al Papa e all’Imperatore che gli imponevano di abbandonare le sue tesi ritenute eretiche.
Gangale fu tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce nel 1925. In verità il suo giudizio sul fascismo non era stato inizialmente negativo. Nel 1922, sulle pagine di “Conscientia “, Gangale aveva auspicato che il fascismo si facesse promotore di una riforma religiosa al fine di creare uno Stato etico come quello disegnato dal giornalista Mario Missiroli nel suo libro “ La monarchia socialista “; uno Stato moderno realizzabile solo nelle nazioni pronte a superare l’idea cattolica mediante la riforma protestante. Un anno dopo il giudizio sul fascismo era cambiato e il partito di Mussolini veniva accusato di statolatria. Fu certamente l’amicizia con Piero Gobetti a spingere Gangale su posizioni di antifascismo intransigente.

Come ha osservato Paolo Ricca, l’amicizia Gobetti – Gangale si fondava sulla consapevolezza della comune appartenenza a una solitaria minoranza di spiriti inquieti, destinata al martirio e pervicacemente votata ad agitare le coscienze. Gobetti iniziò la sua collaborazione a “Conscientia “ nel 1923 con un saggio sulla polemica anticattolica di Vittorio Alfieri, seguito da un altro, Alfieri e la “ tirannide religiosa “, in cui illustrava la critica religiosa e protestante dell’astigiano contro la tirannide e la sua morale intransigente di uomo libero in tempi di schiavitù. Inoltre tra Gangale e Gobetti vi era un tema comune: la riflessione sulla mancata riforma religiosa in Italia, causa della sua decadenza e arretratezza. Questa tematica sarà approfondita da Gangale nel suo testo “ Rivoluzione protestante”, una sorta di “manifesto – appello “ ,pubblicato nel gennaio 1925 dalla Casa Editrice di Piero Gobetti.

Nel XVI secolo la Riforma protestante aveva profondamente mutato, rivoluzionato la cristianità con l’eccezione dell’Italia dove era stata duramente repressa. Ora occorreva, secondo Gangale, una rinascita spirituale per far uscire la nazione dalla notte della Controriforma e farla entrare nella modernità. Occorreva un “nuovo protestantesimo “, nuovo non tanto rispetto all’insegnamento di Lutero e Calvino, ma rispetto al vecchio protestantesimo liberale dell’Ottocento considerato troppo razionale. Gangale preferisce la parola “rivoluzione” a quella più moderata di “riforma “ per descrivere la situazione italiana dove il cattolicesimo viene giudicato non riformabile. Le sue principali caratteristiche sono: “ il riformismo, l’accomodantismo, il gradualismo o peggio il quietismo “ , tutti aspetti che hanno fatto nascere una religione “tutta sociale e senza intimità “, una religione “ tutta compromessi, equilibri, abitudini, tradizioni…”Per questo è necessaria una “rivoluzione “, un cambio di prospettiva, un’inversione di tendenze , una vera e propria conversione spirituale, un modo diverso di essere cristiani nella società e nella storia. Il protestantesimo si configura pertanto come la “medicina “ in grado di guarire l’Italia “ammalata “ di cattolicesimo . “ Il cattolicesimo – scrive Gangale – è il male dell’Italia. E’ stato e continua ad essere la forza religiosa, politica e culturale inguaribilmente conservatrice che ha impedito all’Italia di diventare nazione moderna, nel campo del progresso economico e sociale, nella coscienza civile e nella vita morale. “

Gangale non analizza il cattolicesimo come teologia, ma come sistema di vita e di azione. Cattolicesimo e protestantesimo vanno confrontati per i comportamenti che producono nella società in cui si trovano ad operare. La Chiesa Cattolica, da secoli dominante nella società italiana, con la sua organizzazione fortemente gerarchica, ha educato i cittadini alla sottomissione, all’ubbidienza, spesso al conformismo, alla doppia morale, alla doppia verità più che alla libertà.
A tutto ciò si oppone il protestantesimo considerato da Gangale come “ un nuovo concetto di religione individuale “. A Dio non si arriva razionalmente, per dimostrazioni, ma lo si scopre nell’anima per fede, per illuminazione diretta. Nell’interiorità di ciascuno si manifesta Dio, direttamente senza la mediazione della istituzione ecclesiastica. Il protestantesimo si configura , pertanto, come “religione dello spirito “ in cui ciascuno è “ sacerdote a sè stesso. Una religione non facile, una religione che “esige un aspro autodominio del proprio credo e delle proprie azioni.”

Le posizioni di Gangale rientrano in quel dibattito sulla Riforma protestante che fu vivo nell’Italia degli anni venti e che vide protagonisti Gobetti,Missiroli ( già citati ) e Curzio Malaparte. A questo proposito Davide Dalmas, ricercatore di letteratura italiana all’Università di Torino, ha parlato di “mito della riforma “ perchè questi scrittori si riferiscono alla storia religiosa del Cinquecento non per uno studio puntuale ( da storici ), ma per cercare un modello ideale per comprendere e agire nel presente. “Parlare della Riforma negli anni Venti – ha dichiarato Dalmas – significava insomma cercare di capire la modernità, discutere l’eredità del Risorgimento, ragionare sui principi e i valori che dovevano nutrire la società e lo Stato, nel presente”. Gangale è sulla stessa lunghezza d’onda, per dir così, solo che per lui il “mito della riforma” è soprattutto un momento ispiratore da un punto di vista religioso.

Nonostante i suoi limiti – come ha notato un intellettuale come Dino Cofrancesco, senza una classe dirigente e intellettuale cattolica oggetto d’invidia da parte dell’Europa intera (i d’Azeglio, i Manzoni, i Ricasoli, i Minghetti, i Lambruschini, i Mamiani, i Pellegrino Rossi etc.) l’Italia non sarebbe mai riuscita a riunire le sue sparse membra in uno stato unitario degno di rispetto – a più di 90 anni di distanza il pamphlet di Gangale mantiene un singolare fascino. Secondo Paolo Ricca, colpiscono ancora due sue “ folgorazioni “ La prima riguarda il fascismo definito “raccoglitore di tutte le esasperazioni nazionalistiche di anteguerra e, quindi, con il suo divampare, di tutti i mali latenti in questa stanca Italia borbonico – cattolica. L’unica novità che esso contenga è riassumibile nella formula : L’imposizione dell’amor di patria a mezzo del manganello…la volontà di imporre la patria col manganello è certo in se stessa, indice di una civiltà inferiore. “
La seconda folgorazione riguarda il nesso tra democrazia e rivoluzione religiosa. Scrive Gangale . “ Noi crediamo che alla vera democrazia non si possa arrivare che attraverso e dopo una rivoluzione religiosa. La democrazia francese, di fronte a questa nostra pregiudiziale, non può non apparire equivoca. Preferiamo, quindi, guardare alle grandi conquiste delle democrazia inglesi e americane. “

Gangale lasciò l’Italia nel 1934. La sua opera rimase decisiva per la maturazione culturale e antifascista di alcuni intellettuali, fra questi lo storico Giorgio Spini, ( che ebbe in Gobetti e Gangale i punti di riferimento per il suo antifascismo ) e il teorico della nonviolenza Aldo Capitini ( che definiva “ Conscientia “ un foglio periodico protestante che conservava come preziosa ). Infine, come ha osservato il pastore valdese Giorgio Bouchard ( citato in una relazione di Anna Strumia: “Giuseppe Gangale: l’esilio di un evangelico “ ) Gangale ha esercitato una profonda influenza su tre o quattro generazioni di protestanti italiani, anche dopo la seconda guerra mondiale, nel clima della guerra fredda, e poi nel ’68, in un momento in cui il suo pensiero dava risposte a quanti volevano «essere laici e protestanti insieme» e cercavano una teologia che costruisse un rapporto tra il Vangelo e il mondo, «senza troppe mediazioni ecclesiastiche».


Tutti gli articoli del Prof. Pancrazio Caponetto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *