Aonio Paleario Poeta Filosofo Letterato e Martire Della Fede

di Pancrazio Caponetto – ” Vieni, dunque, o carnefice, lega le miei mani, copri il mio capo: mi offro ai tormenti e all’ira dei pontefici, colpisci con la scure! Quanto grande è questa crudeltà e sevizia che la morte stessa non sazia ? I pontefici non sono soddisfatti finché le nostre viscere non saranno dilaniate e gettate nel fuoco. Vieni, o carnefice! Sopporteremo anche questo “.

Queste parole di Aonio Paleario, poste in chiusura della sua operetta del 1566, Actio in pontifices romanos, contengono il doloroso presentimento del martirio che egli difatti subirà in Roma il 3 luglio del 1570.
Aonio Paleario, forma latinizzata di Antonio della Pagliara, nacque a Veroli nel 1503. Abbiamo poche notizie della famiglia, della fanciullezza e del periodo di studi a Roma tra il 1521 e il 1527. Sappiamo che fin da fanciullo venne affidato alla guida del notaio Giovanni Martelli che lo iniziò alla studio dei classici latini e forse greci. Questa formazione gli permise di seguire alla Sapienza di Roma i corsi di filosofia e lettere latine e greche.
Il periodo romano non fu solo un’esperienza di studio, il giovane Aonio visse con passione i dibattiti del giorno letterari, filosofici e religiosi : “ciceronianismo o eclettismo, imitazione o emulazione degli scrittori antichi, mortalità o immortalità dell’anima,libero arbitrio o servo arbitrio, Sacra Scrittura o tradizione”. ( Salvatore Caponetto, Aonio Paleario e la riforma protestante in Toscana ).

All’epoca l’Accademia Romana era “agitata”, per dir così, dalla polemica contro il grande umanista Erasmo da Rotterdam accusato di empietà, eresia, ostilità contro l’Italia e gli italiani, irriverenza verso Cicerone che gli intellettuali dell’Accademia Romana consideravano maestro assoluto. Erasmo risponderà con la sua opera del 1528 il Ciceronianus, vigoroso attacco all’umanesimo formalistico, diffusosi in Italia nel primo ‘500, fondato su una fedele imitazione di Cicerone. In questa tendenza culturale, Erasmo vedeva, da un lato, il rischio di un ritorno al paganesimo, dall’altro la manifestazione di una letteratura estetizzante priva di genuini contenuti educativi, etici e religiosi.
” Negli anni romani – ha scritto Salvatore Caponetto – Aonio visse questa tensione culturale e fece la sua scelta. La filosofia cristiana di Erasmo finirà per superare l’ammirazione dei modelli classici e della lingua di Cicerone. Il problema delle fonti del cristianesimo e della purezza della dottrina cristiana finirà per conquistarlo”.

Dopo il sacco di Roma e in seguito a uno screzio ( un’accusa di presunto furto di un manoscritto) con il cardinale Alessandro Cesarini, di cui fu segretario e forse bibliotecario, il Paleario lasciò la città nel 1529 per recarsi a Padova nel cui ateneo voleva ascoltare le lezioni del grande grecista Benedetto Lampridio e seguire da vicino il dibattito sull’immortalità dell’anima. Prima di giungere nella città veneta Aonio sostò per circa un anno a Perugia ospite di Ennio Filonardi, vescovo di Veroli e governatore della città, quindi a Siena dove in occasione della morte del nobile Giovan Battista Bogini, ( un amico che contribuì probabilmente alla venuta del Paleario in Toscana ) si adoperò per la composizione di un’antologia di poesie latine e volgari, in lode del nobile scomparso, scritte da una trentina di poeti senesi, verulani e romani. L’antologia contiene sette poesie latine e volgari di Paleario, in cui egli , agli esordi letterari,risente della lettura di Dante e Petrarca oltre che della lezione di Pietro Bembo.
Recatosi a Padova, Aonio vi soggiornerà in due periodi: dall’autunno del ’31 al 25 dicembre del ’32 e dalla primavera del ’34 all’11 febbraio del ’36. Anche su questi anni scarse sono le fonti e bisogna affidarsi all’epistolario del Paleario dove sono contenute solo le lettere destinate al pubblico dei lettori, ordinate secondo un criterio estetico e prive di date. Negli anni di Padova egli avrà modo di coltivare i suoi interessi filosofici e religiosi : aristotelismo, materialismo di Pietro Pomponazzi, filosofia cristiana di Erasmo, crisi della Chiesa. Frutto di queste meditazioni saranno la lettera a Erasmo e il ” De animorum immortalitate “.

Venuto a conoscenza dell’intenzione del Pontefice di convocare un concilio, Paleario, condividendo con gli ambienti del riformismo cattolico e dell’evangelismo erasmiano, la speranza di una riconciliazione tra cattolici e luterani, pensò di rivolgersi al grande umanista. Aonio vedeva in Erasmo la figura in grado di guidare i teologi tedeschi in un’opera di profonda Riforma della Chiesa nel nome del valore sacro e permanente della Sacra Scrittura. Nel poscritto egli, inoltre, si scagliava contro la corruzione della Chiesa romana, dei suoi rappresentanti “immersi nel fango di Satana e nell’abiezione. ” Pertanto un vero concilio avrebbe dovuto essere composto non dalle gerarchie ecclesiastiche ma da tutta la Chiesa la quale “non è altro che la comunione dei santi, l’assemblea dei buoni conducenti una vita cristiana” ” Abbiamo qui – ha scritto Salvatore Caponetto – la sua prima professione di fede, coincidente con l’evangelismo erasmiano, secondo gli ideali di ratio et veritas, di una Chiesa unita e riformata.”

Altro parto degli anni patavini fu il “De animorum immortalitate”, portato a termine nel ’34 o forse nel ’35. Si tratta di un poema dove si dimostra l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima utilizzando argomentazioni ispirate al neoplatonismo fiorentino. Il poema, dopo le prime due edizioni nel ’35 e nel ’36, venne ristampato cinque volte nell’arco del secolo e procurò all’autore larga fama in Italia e all’estero. L’obiettivo del Paleario era quello di portare un suo contributo alla questione dell’immortalità dell’anima, dibattuta nel mondo accademico dopo la pubblicazione nel 1516 del De immortalitate animae del filosofo Pietro Pomponazzi. Tuttavia, come ha osservato Salvatore Caponetto, rispetto al dibattito in corso l’opera “nulla apporta di nuovo e di originale”. Né ha – prosegue lo storico – quel “grandissimo valore” attribuitogli dal critico Giuseppe Morpurgo, nell’evoluzione del pensiero religioso del Paleario.
Prima del secondo soggiorno patavino Aonio fu di nuovo a Siena chiamato dall’ amico Antonio Bellanti esponente di una ricca famiglia senese. Questi era stato ingiustamente accusato di aver violato la legge salaria. Paleario si assunse la difesa dell’amico riuscendo a farlo assolvere e guadagnandosi l’ammirazione di molti senesi per la sua abilità nella retorica e nella dialettica. Rientrato da Padova egli si sistemò come precettore dei figli del Bellanti ( compito che mantenne fino al 1546 ) e come insegnante privato di un gruppo di giovani da lui avviati allo studio di Cicerone e della dialettica.
Nel 1537 Paleario si sposò con Marietta Guidotti, di ottima famiglia, e l’anno dopo andò a vivere a Colle Valdelsa con l’intento di dedicarsi interamente agli studi e alla famiglia ( dal matrimonio nasceranno cinque figli ).

Nel biennio ’40 – 42 Paleario fu coinvolto in una aspra polemica con il teologo domenicano Vittorio da Firenze e in un processo per eresia. Accadde che nella quaresima del 1540 venne a predicare a Colle Valdelsa il maestro domenicano Vittorio da Firenze, costui venne a conoscenza della presenza nella cittadina di amici e allievi del Paleario, che costituivano insieme a lui un gruppo che contestava l’autorità della Chiesa Romana. Pertanto il domenicano si scagliò contro Paleario e la sua cerchia mettendone in dubbio l’ortodossia. Quest’ultimo reagì alle accuse componendo un’apologia che inviò all’avversario, all’umanista Pietro Bembo e ad esponenti delle più note famiglie locali . La polemica finì per l’intervento dei due potenti ministri della Repubblica di Siena, Riccio e Campana che misero tutto a tacere invitando i due contendenti a riappacificarsi.

L’apologia scritta contro le accuse di Vittorio da Firenze fu seguita da un’operetta in volgare Della pienezza, satisfazione et sofficienza del sangue di Cristo, purtroppo andata perduta. Sappiamo qualcosa solo grazie a quanto Paleario ne dice nell’orazione Pro se ipso, di cui si vedrà. Nell’opera, “sulla falsariga dei riformatori, l’autore affermava la distruzione della nota d’infamia del peccato originale attraverso la morte di Cristo, la salvezza gratuita e la pace della coscienza per coloro che si affidano alle promesse di Cristo.” ( Salvatore Caponetto, Aonio Paleario e la riforma protestante in Toscana ).
Nel 1542, come detto, Paleario affrontò un processo per eresia. Il tribunale era composto dal vescovo di Siena Francesco Bandini Piccolomini e da tre teologi. L’accusato, interrogato sui punti centrali della dottrina cattolica, sui riti e sulla figura del teologo della Riforma Filippo Melantone fu assolto per insufficienza di prove, Sicuramente gli valse il comune sentire con il vescovo Bandini che al concilio di Trento sarà sostenitore della giustificazione per fede, punto centrale della dottrina riformata.

Su tutta la vicenda del biennio ’40-’42, Paleario scriverà, l’anno dopo o forse nel ’44, l’orazione Pro se ipso pubblicata poi nel ’52. L’orazione è stata definita da Salvatore Caponetto, “vigoroso discorso” da considerare “la sua professione di fede di quegli anni” e “un atto di coraggio e d’impegno civile e religioso.” L’autore era consapevole di quanto fosse mutato il clima nella Chiesa dopo il prevalere della linea intransigente e repressiva del Cardinale Gian Pietro Carafa, i primi provvedimenti del tribunale dell’Inquisizione, la fuga del generale dei cappuccini Bernardo Ochino sospettato di eresia. L’orazione pertanto, non è solo la difesa del caso personale “quanto piuttosto la difesa della libertà di coscienza, della libertà della cultura e della discussione, dei valori dell’umanesimo e della fede cristiana” ( Salvatore Caponetto, Aonio Paleario e la riforma protestante in Toscana ). Di fronte al pericolo della persecuzione e della morte Paleario non arretra: ” E’ poco essere accusato e gettato in carcere, non è indecoroso essere battuto con la verga, sospeso alla fune, ficcato in un sacco, gettato alle fiere, bruciato, se con questi supplizi la verità deve essere portata alla luce. ”

Vi è infine un ricordo appassionato di Bernardo Ochino, il grande predicatore, la cui opera spera possa ancora vivere al riparo dagli uomini fanatici, rozzi e volgari che lo hanno perseguitato e che andrebbero allontanati dalla città.
Alla notizia della convocazione del concilio a Trento, per il marzo del 1545, Paleario scrisse, nel dicembre 1544, una lettera ai teologi della Riforma: Lutero, Melantone, Bucero e Calvino. La lettera riprende quanto già espresso un decennio prima nell’epistola ad Erasmo ed ha l’obiettivo di giungere alla convocazione di un concilio “libero e generale “. Essa fu elaborata, scrive Paleario, con l’apporto di alcuni “fratelli” di cui egli non fa i nomi . Potrebbe trattarsi di Lelio Torelli, segretario di Cosimo I de’ Medici, e Mariano Sozzini, illustre giurista senese.
Il Papa e la curia, dunque, si apprestavano a convocare un concilio nel quale avrebbero consolidato la loro “tirannide iniquissima, ” il loro dominio non solo sui credenti, ma anche su imperatore, re e principi. Inoltre partecipanti al concilio sarebbero stati i vescovi la cui vita corrotta era provatissima e indizio di animo non cristiano. Altra era la strada da seguire secondo Paleario. Innanzitutto il concilio doveva essere indetto per ordine dell’imperatore, dei re e dei rappresentanti delle città degli Stati europei. In un secondo momento la comunità dei credenti, la plebs sancta, eleggerà uomini onesti ed esperti i quali indicheranno sei o sette persone per ogni nazione, sui quali, “dodici vescovi di vita specchiata e di santità”, scelti dal pontefice e dagli altri vescovi, imporranno le mani affinché ricevano la virtù dello Spirito Santo. Infine il papa, i vescovi, l’imperatore, i re e i rappresentanti delle città si costituiranno come “giudici di tutte le controversie” in un’assemblea conciliare destinata ad operare per il bene della cristianità.
Si trattava, dunque, di un progetto rivoluzionario soprattutto per il ruolo svolto dalla plebs sancta, la comunità dei credenti che difficilmente avrebbe potuto essere accolto da autorità ecclesiastiche e civili. Esso però, come nota Salvatore Caponetto, esprimeva due grandi valori: ” la fiducia nell’assistenza dello Spirito Santo e la fiducia nel dialogo tra le parti in contrasto per ritrovare il significato autentico dei principi essenziali dell’Evangelo e della dottrina degli apostoli.”

Deluso dalle vicende contemporanee ( il Concilio era iniziato a Trento nel dicembre del ’45 senza la presenza dei protestanti e questi ultimi apparivano sempre più divisi tra loro ), Paleario accettò nel luglio del 1546 la nomina a professore di lettere umane nelle scuole superiori di Lucca. Ivi resterà fino al 1555, pronunciando come richiedeva l’incarico, nove Orationes ad Senatum Populumquem Lucensem e scrivendo il Dialogo intitolato il Grammatico, overo delle false esercitazioni delle Scuole . Nelle orazioni esalta il governo della Repubblica di Lucca, perfetto esempio di unione tra aristocrazia e borghesia, nel Dialogo espone il metodo di insegnamento al quale deve conformarsi il retore. Gli anni di Lucca furono anni dedicati alla famiglia, all’insegnamento, alla corrispondenza con gli amici, all’impegno civile come oratore anche se non mancarono i contatti con i seguaci della Riforma tra questi l’umanista Celio Secondo Curione.

Paleario tornerà a Colle Valdelsa nell’aprile del 1555. Qui comporrà Dell’economia o vero del Governo della casa di messer Aonio Paleari , opera rimasta sconosciuta fino al 1963 e seguito di un primo libro sul “governo della città” andato perduto. Il testo, in forma di dialogo, appartiene al filone della trattatistica sul matrimonio e sull’educazione della donna dal Re uxoria di Ermolao Barbaro al Della famiglia di Leon Battosta Alberti, ma presenta alcuni tratti di originalità nella concezione del matrimonio e dell’educazione della donna. Definito il matrimonio come una “cara compagnia”, vi si afferma la perfetta uguaglianza fra uomo e donna che discende dalla comune umanità e dalla divinità della loro anima. La vita della coppia deve svolgersi armonicamente, ispirata dalla comune visione religiosa che discende direttamente dalla Sacra Scrittura. Nessuno spazio nell’educazione della donna e nella gestione del matrimonio è riservato all’istituzione ecclesiastica. Ritornano, inoltre, gli accenni polemici alla curia romana “viziosa e lorda feccia di tutti i vizi”, causa della corruzione di costumi. Respinta è anche l’educazione impartita dallo “sciocco fraticello” che vuole la donna sottomessa, “monna pecora” . Egualmente negative sono tutte le normative della letteratura ascetica e devozionale che vogliono la donna bigotta e ignorante. A queste concezioni Paleario contrappone ” una religiosità tutta interiore di ascendenza erasmiana, valdesiana e luterana, fondata sull’insegnamento della Sacra Scrittura, nella prospettiva di una vita in comune in eguaglianza di responsabilità verso i figli e il governo della casa sotto il timore di Dio;…”( Salvatore Caponetto, Aonio Paleario e la riforma protestante in Toscana ).

Per far fronte a difficoltà economiche che lo angustiavano, Paleario decise di accettare la nomina del senato di Milano come maestro di umanità.
Determinante per l’incarico fu l’appoggio di Francesco Grasso, giurista milanese, di Annibale Della Croce già segretario del Senato milanese e di Primo Conte, insegnante di retorica a Como. Il 29 ottobre 1555 pronunciò l’orazione inagurale nella Chiesa di Santa Maria della Scala di fronte al senato e al collegio dei giuristi e dei filosofi. L’orazione De ratione studiorum insieme al dialogo Il Grammatico, insieme ad alcune poesie sono quel poco che resta dei dodici anni di insegnamento di Paleario a Milano. Nell’orazione si afferma il legame fra scienza e retorica, fra l’Aristotele della Politica e le orazioni di Cicerone. Nel dialogo si sostiene il valore della lingua latina come mezzo di conoscenza di una cultura e di una società.
A Milano Paleario dovette affrontare un nuovo processo per eresia. Accadde che all’inizio del 1559, giunse a Milano il frate Vittorio da Firenze col quale Aonio si era scontrato vent’anni prima in un’aspra polemica. Il frate si presentò all’inquisitore per denunciare Paleario come “molto sospetto” di eresia per la polemica di cui si è detto, e per aver esaltato nell’orazione Pro se ipso Bernardo Ochino. Vittorio da Firenze si meravigliava, inoltre, di non trovare gli scritti di Paleario nell’Indice dei libri proibiti da poco uscito a Roma.
Tuttavia sia perché i testimoni chiamati a deporre non avanzarono accuse specifiche, sia perchè Paleario, presentatosi sponataneamente all’inquisitore ricordò che la polemica col frate Vittorio si era chiusa con una riappacificazione, il maestro di Veroli venne assolto.
Intanto con l’abdicazione di Carlo V e la pace di Cateau-Cambresis sembrava aprirsi per l’ Europa un periodo di pace e tolleranza religiosa. Paleario convinto di essere prossimo a vivere tempi migliori, scrisse una orazione, De pace, indirizzata all’Imperatore, al re Enrico II e agli altri re e principi. Nell’opera, innanzitutto, sono condannati i mali delle guerre ( le stragi, le devastazioni, le violenze sulla popolazione civile ) .Vi è poi un chiaro riferimento alla riforma luterana ( anche se il teologo tedesco non è mai citato direttamente ) che ha reagito alla profanazione della religiosità più autentica. Di qui la spaccatura del mondo cristiano e il proliferare di diverse opinioni di teologi, di sette, di controversie, di contrasti. La cristianità viveva tempi di disunione: “…tutto è sottosopra, dovunque è fomentata la sedizione; la carità della religione e il vincolo della pietà sono allentati e dissolti…”

Vi è quindi un appello all’ Imperatore e ai principi affinché si adoperino per la pace religiosa convocando a tal fine un libero concilio. Si tratta in sostanza della riproposizione del progetto contenuto nella lettera ai teologi riformatori del 1544.
Nel 1566 Paleario porta a compimento l’Actio in pontifices romanos, la sua opera principale, alla quale lavorava da tempo. L’operetta, stampata solo nel 1600 dal medico Taddeo Duno ad Heidelberg, fu inviata a Teodoro Zwinger, professore all’Università di Basilea, col quale Paleario era in contatto da qualche anno, affinché la recapitasse ai capi della Chiesa riformata di Basilea e di Augusta. Il libro era accompagnato da una lettera che Salvatore Caponetto considera il “testamento spirituale” di Paleario,”una delle più alte testimonianze dellla Riforma”. Nella lettera si sostiene la necessità di superare le dispute dottrinali tra i fedeli concentrandosi sui dogmi essenziali e si esprime fiducia nell’opera di Dio che condurrà all’unità tutte le Chiese disposte a sottomettersi al Vangelo.
L’opera si apre con un appello ai principi affinché cancellino l’antica e falsa opinione dell’infallibilità dei papi in materia religiosa e si affermino come nuovi apostoli per difendere e ristabilire le verità del Vangelo. Infatti nella chiesa cristiana vi furono, fin dalle origini, dei falsi apostoli che pervertirono il messaggio di Cristo contenuto nel Vangelo. Anche i papi e i loro seguaci hanno agito come falsi apostoli perché hanno negato “il beneficio del sangue di Cristo”, cioè la giustificazione per fede che è la dottrina dei veri apostoli e di tutti gli autentici cristiani. Tutti i credenti e tutte le chiese debbono sottomettersi alla Sacra Scrittura non alla tradizione della Chiesa. Quando è accaduto il contrario l’unità della cristianità è andata perduta per la giusta ribellione di Lutero. Le tradizioni umane, inoltre, hanno pervertito la spiritualità dei credenti diffondendo superstizioni come il culto delle reliquie, la credenza nel Purgatorio, il celibato ecclesiastico, la dottrina della transustanziazione.

Per Paleario il solo capo della vera Chiesa è Gesù Cristo ed essa è formata da tutti i credenti in ogni tempo e luogo eletti e giustificati secondo la dottrina di S. Agostino e dei teologi riformati. Tuttavia nelle chiese del suo tempo vi erano buoni cristiani, cristiani di scarsa fede e non cristiani . La causa di tutto ciò consiste nel fatto che la dottrina romana del primato papale si è sostituta all ‘insegnamento evangelico e apostolico che voleva fondata su Cristo la vera Chiesa. Per questo i papi per i loro abusi, per la loro corruzione ed anche per aver causato i mali dell’Italia vanno chiamati non successori ma eversori di S. Pietro. Il papa viene considerato, e qui Paleario riecheggia il pensiero di Bernardo Ochino, l’anticristo.
Pertanto compito dei principi sarà quello di convocare un concilio libero e universale per condannare le malefatte di papi e vescovi e avviare una riforma della Chiesa che rifondi l’unità dei credenti disposti a riconoscere l’autorità del Vangelo.
L’operetta si chiude poi quasi con una profezia, con il presentimento del martirio: ” …se accadrà qualcosa di grave a me, che ho assunto la causa comune per la gloria di Cristo, per la salvezza dei fratelli, con una decisione pericolosa ma con animo pio, certo non mi rincrescerà se, per aver difeso l’ Evangelo del figlio di Dio, accadrà quel che deve accadere. Vieni, dunque, o carnefice, lega le miei mani, copri il mio capo: mi offro ai tormenti e all’ira dei pontefici, colpisci con la scure! Quanto grande è questa crudeltà e sevizia che la morte stessa non sazia ? I pontefici non sono soddisfatti finché le nostre viscere non saranno dilaniate e gettate nel fuoco. Vieni, o carnefice! Sopporteremo anche questo “.
E il martirio fu. Accadde che l’inquisitore di Milano Angelo da Cremona, riesaminò l’orazione Pro se ipso che nel frattempo era stata ripubblicata con l’indicazione nel frontespizio “aucta, et revisa ab auctore” , indicazione che Paleario aveva chiesto al tipografo di eliminare e che quest’ultimo aveva mantenuto per errore. L’inquisitore, pertanto, osservò che la revisione non aveva eliminato i passi in cui l’autore celebrava Ochino, i teologi protestanti e attaccava la Chiesa cattolica e dispose infatti di interrogare Paleario il 19 aprile 1567. Nel primo interrogatorio l’accusato non riuscì a fornire i chiarimenti richiesti, tant’è che il 20 agosto 1567, su ordine del pontefice e del S. Uffizio gli fu imposto di recarsi a Roma per costituirsi al tribunale dell’Inquisizione. Incarcerato per non aver adempiuto all’ordine, Paleario presentò dei certificati medici che attestavano il suo grave stato di salute ed ottenne una dilazione e l’autorizzazione a risiedere fuori dal carcere. Pertanto fino al 2 maggio 1568 non fu trasferito a Roma e riuscì anche a riprendere l’insegnamento. Nel frattempo, alla ricerca di appoggi e protezioni, si era rivolto al principe di Sabbioneta, Vespasiano Gonzaga e all’ imperatore Massimiliano II, erasminano e filoprotestante, ma senza riuscire ad intaccare la volontà del papa che dispose il suo trasferimento a Roma. Egli vi giunse nell’agosto del 1568 e fu rinchiuso nel carcere di Tor di Nona.

Il processo di Aonio Paleario davanti all’Inquisizione romana è stato ricostruito da Salvatore Caponetto sulla base del Sommario e del breve resoconto che ne fece lo storico del Settecento Giacomo Laderchi, il quale conobbe l’originale. La svolta del processo fu nell’interrogatorio del 14 gennaio 1569, quando i giudici presentarono ad Aonio delle testimonianze a carico, di cui purtroppo nulla sappiamo, ma probabilmente relative al periodo senese e alla controversa orazione Pro se ipso. Due mesi dopo vista la difficoltà di portare avanti una linea difensiva, affermò con coraggio: ” Se le vostre signorie hanno tanti testimoni contro di me, è inutile che arrechiate a me e a voi ulteriore molestia. Ho deliberato di seguire il consiglio del beato Pietro apostolo, il quale dice. “Cristo soffrì per noi e vi ha lasciato un esempio affinché seguiate le orme di Colui che non commise peccato, e nella cui bocca non fu trovato inganno: il quale, venendo maledetto, non malediceva; venendo esposto, non minacciava, ma si consegnava a colui che lo giudicava ingiustamente”. Giudicate, dunque, e condannate Aonio e sia data soddisfazione ai miei detrattori e al vostro ufficio “.

Altro momento significativo del processo fu quando i giudici cercarono di persuadere Paleario a riconoscere nel papa il vicario di Cristo, al che egli replicò : ” Non può essere vicario di Cristo e successore di Pietro, chi non ha amore verso il prossimo e ubbidienza verso Dio.”
Di fronte a queste ferme e decise dichiarazioni e alla luce dell’esame della orazione Pro se ipso, i giudici potevano procedere alla condanna. Tuttavia a partire dal 1° luglio del 1569 gli furono concessi diversi giorni per organizzare una difesa, riconoscere gli errori e riconciliarsi con la Chiesa cattolica. Ma Paleario, saldo nelle sue convinzioni, rinunciò a qualsiasi difesa e dichiarò di non riconoscere errori. I giudici fecero ancora un tentativo affidando a due teologi gesuiti il compito di convincere il maestro di Veroli a rinunciare alle sue idee tenacemente difese. Ma fu tutto inutile. Nell’ultimo interrogatorio del processo ( 4 ottobre 1569 ), Paleario ribadì le sue accuse al papa e alla Chiesa cattolica. A questo punto uno dei due teologi gesuiti, padre Ledesma, scrisse una ritrattazione che negava quanto affermato da Aonio nel corso del processo, e lo convinse a firmarla e consegnarla ai giudici. Tuttavia lo storico Laderchi non accenna minimamente a pentimenti o confessioni, né riporta la ritrattazione non ritenendola evidentemente autentica. Paleario era per lui un eretico impenitente che, come emergeva dal processo, aveva sostenuto diverse dottrine eretiche fra cui negazione del purgatorio, giustificazione per fede, disprezzo verso la condizione e l’abito dei monaci.

Il 14 giugno del 1570 Paleario ricevette l’ordine di abiurare e sedici giorni dopo fu convocato dinanzi al papa e ai cardinali inquisitori per ricevere la sentenza. La sentenza gli imponeva di portare l’abitello, la veste penitenziale che doveva indossare il condannato per eresia e avendo egli dichiarato che in nessun modo lo avrebbe fatto, i giudici lo considerarono eretico impenitente e lo consegnarono al giudice secolare perché fosse punito.
con la condanna a morte. Nelle ultime ore di vita Paleario scrisse due appassionate lettere alla moglie e ai figli. Esse “non fanno cenno alcuno a pentimento o a rinnegamento delle proprie idee, anzi riconfermano la piena consapevolezza della sua testimonianza alla verità evangelica con l’abbandono fiducioso e sereno alla ‘ bontà e liberalità infinita ‘ del suo Signore.”( Salvatore Caponetto, Aonio Paleario e la riforma protestante in Toscana ).
Aonio Paleario fu prima impiccato e poi bruciato nella piazzetta adiacente al ponte Sant’Angelo, all’alba del 3 luglio 1570 in Roma.

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