Alex Zanardi: l’Uomo oltre il Superuomo. Intervista a Cristina Brasi

La storia di Alex Zanardi viene raccontata attraverso l’uso di parole come “eroe”, “guerriero” o “superuomo”. Ma dietro la favola dell’eccezionalità si cela un processo umano di adattamento, resilienza e rielaborazione dell’identità, che merita di essere compreso nella sua complessità clinica e psicologica. Ne parliamo con la Psicologa Cristina Brasi in questa intervista che ci ha concesso a margine del suo articolo per DireNewsOggi.


 

Nel suo articolo per Dire News Oggi “Alex Zanardi: l’uomo oltre il superuomo” lei critica la tendenza quasi universale dei media e delle persone a definire “supereroi” o “esseri sovrumani” coloro che riescono a superare traumi immensi spingendosi oltre i propri limiti. Perché ritiene che questa narrazione sia fuorviante e problematica?

Perché etichettare queste persone come “superumane” non è, in realtà, un vero tributo al loro enorme sforzo, ma un sofisticato meccanismo di difesa psicologica di chi osserva. Quando vediamo un individuo affrontare e superare un evento devastante ricostruendo la propria vita, subiamo intimamente quella che la letteratura psicologica definisce una minaccia da confronto sociale verso l’alto (upward social comparison). Di fronte a modelli di successo che mettono a nudo le nostre fragilità quotidiane, la nostra mente attua un “distanziamento difensivo”. Categorizzando Zanardi come un “alieno” o un “supereroe”, lo collochiamo in una specie diversa dalla nostra. Così facendo, disinneschiamo la minaccia per la nostra autostima: se lui ha i superpoteri e io no, sono scusato se non riesco a misurarmi con il suo livello di adattamento.

Dunque lei suggerisce che questa etichetta serva in realtà a mascherare un nostro problema, ovvero la profonda non volontà di cambiare e di superare le nostre resistenze quotidiane?

Esattamente. Celebrare l’impresa altrui chiamandola “magica” o “innata” è l’alibi cognitivo perfetto per giustificare il nostro immobilismo. Il cambiamento personale costa una fatica immensa. C’è un costrutto che lo definisce appieno, quello di Fixed Mindset (mentalità fissa): la credenza secondo cui le qualità umane, inclusa la forza d’animo, siano tratti genetici immutabili. Attribuire a Zanardi doti sovrumane significa aderire a questa mentalità fissa per risolvere la nostra dissonanza cognitiva. Per non provare il senso di colpa o l’ansia derivante dalla nostra pigrizia o dalla mancanza di volontà nel cambiare schemi di vita che ci rendono infelici, ci convinciamo che chi ce la fa possieda un dono sovrannaturale. Applaudire un eroe irraggiungibile ci evita di assumerci la dolorosa e faticosa responsabilità del nostro personale cambiamento.

Nel suo articolo lei si allontana nettamente dalla retorica del “se vuoi, puoi”, chiarendo con realismo che “non tutti possono fare tutto”. Come si concilia questo limite oggettivo con l’idea che ognuno di noi abbia la possibilità di adattarsi alle avversità?

Si concilia separando i limiti fisici e ambientali dalle universali capacità di adattamento mentale. La scienza respinge la “positività tossica”: ci sono barriere biologiche, cliniche e fisiologiche irreversibili. Non tutti possono scalare montagne o vincere medaglie d’oro. Ma c’è una differenza abissale tra la performance fisica eccezionale e l’adattamento psicologico. La tanto nominata e abusata resilienza umana non è una dote sovrannaturale, ma una magia ordinara (Ordinary Magic). I dati empirici confermano che la capacità di adattarsi ai traumi più gravi non deriva da poteri mistici o eccezionali, ma si fonda sull’attivazione dei normativi e universali sistemi di adattamento del cervello. Non poter fare tutto non significa non poter fare nulla. Accettare i limiti invalicabili è indice di salute mentale, ma usarli come scusa per dichiararsi impotenti di fronte all’intera esistenza è un autoinganno.

Arriviamo alla chiave di volta: se ci spogliamo del mantello del supereroe, in che modo ognuno di noi, nella propria vita, può cambiare i propri schemi mentali e adattarsi anche alle situazioni peggiori?

Il cambiamento avviene attraverso processi cognitivi e neurobiologici complessi, ma accessibili a tutti. Quello principale è la “Rivalutazione Cognitiva” (Cognitive Reappraisal), un meccanismo di regolazione emotiva. Questo processo sfrutta la neuroplasticità per modificare attivamente il significato che attribuiamo a un evento traumatico. Se non possiamo cambiare il fatto in sé, possiamo ristrutturare come lo interpretiamo. Questo enorme sforzo mentale apre la via alla Crescita Post-Traumatica (Posttraumatic Growth). Le tragedie distruggono i nostri vecchi assunti sul mondo, obbligandoci a fare la fatica di elaborare schemi mentali totalmente nuovi per navigare la nuova realtà. L’uomo “oltre il superuomo” è colui che accetta questa fatica immensa. Non è magia: è l’esplorazione del massimo potenziale adattivo umano. Un potenziale che appartiene a ciascuno di noi, se solo decidiamo di smettere di cercare scuse.

 

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