Le parole usate dal pm Giovanni Musarò aprendo la requisitoria del processo bis sula morte di Cucchi, per cui 5 carabinieri rispondono di omicidio preterintenzionale, falso e calunnia

ROMA – “Non è semplice questa discussione perché non è semplice sintetizzare due anni di un processo complicato e perché all’inizio di questo processo dovevamo ricostruire la storia che iniziava l’11 ottobre 2009, con l’arresto di Stefano Cucchi, e finiva la mattina del 22 ottobre con la constatazione del suo decesso, poi nel processo abbiamo scoperto che dopo la morte di Cucchi è iniziata un’altra storia, di cui dobbiamo parlare perché questa seconda storia ha rischiato di condizionare la prima”. Il pm Giovanni Musarò ha iniziato così la sua requisitoria del processo bis sula morte di Stefano Cucchi che vede imputati 5 carabinieri – Francesco Tedesco, Alessio di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Roberto Mandolini e Vincenzo Nicolardi – accusati a vario titolo di omicidio preterintenzionale, falso e calunnia.

Riferendosi al primo processo sulla morte del giovane geometra romano, conclusosi con le assoluzioni di tre agenti della Penitenziaria e del personale medico e paramedico dell’ospedale Pertini, Musarò lo ha definito “kafkiano, con gli imputati al posto dei testimoni e viceversa, il catetere messo per comodità e le fratture che non si vedono, frutto di un depistaggio cominciato nella stazione Appia dei Carabinieri e proseguito successivamente. Non possiamo fare finta di non capire che quel processo kafkiano è stato frutto del depistaggio perché si stava giocando una partita truccata, all’insaputa di tutti. Abbiamo dimostrato che è stato un depistaggio a 360 gradi e lo abbiamo fatto con un’attività integrativa di indagine condotta tra il settembre 2018 e il marzo 2019″.

Per capire quello che è successo a Stefano Cucchi, secondo Musarò, “bisognerà fare un passaggio sull’inquinamento probatorio iniziato subito dopo la morte, perché c’è una serie di false verità che abbiamo sentito ripetere ossessivamente in questi anni. E’ ormai chiaro e pacifico che Stefano Cucchi al momento del fotosegnalamento fece resistenza, ma nell’altro processo Cucchi era uno collaborativo e scherzoso con gli operanti. A un ministro della Repubblica è stata fatta dire una menzogna in Senato davanti a tutti. Un’altra falsa verità è che Cucchi il giorno del suo arresto era un cadavere che camminava ed è quindi morto di suo perché era tossicodipendente in fase avanzata, anoressico e sieropositivo”.

“PER IL CARABINIERE CC CHE LO PICCHIO’ ERA ‘SOLO UN DROGATO DI MERDA’”

Per Raffaele D’Alessandro, uno dei cinque carabinieri imputati nel processo bis sulla morte di Stefano Cucchi, lui “era solo un drogato di merda che pesava 40 chilogrammi. E tu l’hai arrestato, gli hai rotto due vertebre e gli hai dato un calcio in faccia”. Sono le parole del pubblico ministero, Giovanni Musaro’, nel corso della requisitoria davanti alla I Corte d’assise del Tribunale di Roma.

D’Alessandro è imputato per omicidio preterintenzionale, come pure Alessio Di Bernardo e Francesco Tedesco (che è imputato anche per falso e calunnia), mentre a Roberto Mandolini sono contestati il falso e la calunnia e a Vincenzo Nicolardi la calunnia. In particolare, in relazione alla posizione di D’Alessandro, durante la discussione, Musaro’ si è soffermato sulle intercettazioni (sia quelle tra il militare e la sua ex moglie sia quelle con altri gli indagati) dalle quali si è evinto che il calcio sferrato dal carabiniere a Stefano Cucchi ha causato la rottura di alcune vertebre del giovane geometra romano: “Nella sua deposizione, Anna Carino disse che, del racconto che le fece il suo ex marito, le rimase impresso il forte calcio di D’Alessandro a Cucchi che ne provocò una caduta rovinosa. Questo è un dato fondamentale perché fu quella caduta a provocare la frattura”.