LA RIVOLTA ANTIMILITARISTA DEI “ NON SI PARTE ”

Di Pancrazio Caponetto – “Si tratta di un vero e proprio rigurgito di fascismo che in collusione con certi gruppi del movimento separatista, sfruttando le tragiche condizioni di esistenza del popolo lavoratore ( …) vuole impedire la partecipazione alla guerra di liberazione dei siciliani per mantenerli nell’attuale stato di prostrazione e aggravare la disgregazione politica e sociale dell’isola. “

Con queste parole la Direzione del Partito Comunista Italiano dava il suo giudizio politico sui moti popolari contro i richiami alle armi, scoppiati in Sicilia tra il dicembre 1944 e il gennaio 1945. I moti iniziarono quando il governo Badoglio cercò di ricostruire l’esercito dopo lo sbandamento dell’8 settembre ’43, inviando cartoline precetto ai giovani siciliani tra i venti e i trent’anni, da mandare sul continente a combattere contro i Tedeschi. L’iniziativa fu un clamoroso insuccesso. Pochi si presentarono ai distretti militari. I giovani rifiutavano di tornare a combattere prostrati da fame e disoccupazione. “ Per la sola Sicilia – ha scritto Andrea Maori nel suo Gli eretici della pace – secondo le stime più ottimistiche, lo stato Maggiore dell’Esercito disponeva di circa 15.000 unità, appena il 20% di quante ne erano state previste. “

I giovani richiamati manifestarono in cortei davanti alle prefetture, ai distretti militari, alle tenenze dei carabinieri al grido di “Non si parte” o “ Indietro non si torna “, dichiarando così esplicitamente il loro rifiuto del passato fascista e monarchico. I moti non ebbero solo un carattere pacifico. A Catania, il 14 dicembre 1944, l’esercito sparò sui dimostranti uccidendone uno e scatenando proteste che furono sedate solo dopo due giorni. La rivolta si estese anche ad altre località dell’isola: Comiso, Ragusa, Avola, Noto, Modica, Vittoria. A Comiso il 5 e il 6 gennaio molti carabinieri erano stati arrestati ed era stata proclamata una repubblica. Ebbe breve vita perchè l’11 gennaio I ribelli si arresero e circa 300 di loro vennero confinati ad Ustica e Lipari, per essere poi liberati nel 1946 con l’amnistia del governo dell’ Italia repubblicana.

A Ragusa l’esercito effettuò veri e propri rastrellamenti per scovare i renitenti alla leva. La popolazione si oppose. L’episodio più clamoroso vide protagonista una giovane donna, Maria OcchIpinti che si sdraiò davanti a un camion che trasportava giovani destinati alla coscrizione. La Occhipinti, che sui fatti di Ragusa scriverà un libro, ( Una donna di Ragusa ) così ricorda quei momenti: « Il camion carico di giovani veniva avanti come un carro funebre […] Allora urlai:”Lasciateli” e mi stesi supina davanti alle ruote del camion “Mi ucciderete, ma voi non passerete” […] Lo stradone in pochi minuti fu pieno di gente eccitata e pronta a tutto. Le autorità di polizia dettero ordine di lasciare andare i giovani e quelli, di corsa, sparirono tra la gente. Ma l’ira dei soldati fu tremenda, spararono sulla folla inerme. Un giovane comunista mi cadde ai piedi mortalmente ferito. La folla si dileguò. Restarono solo i più coraggiosi e disarmarono i pochi militari che c’erano… ».

Tra i rivoltosi di Ragusa molto attivi gli anarchici che pubblicavano un giornale manoscritto “ La scintilla darà la fiamma “ con espliciti contenuti antimilitaristi e antimonarchici. Anarchico anche uno dei capi della rivolta Franco Leggio che, insieme a Maria Occhipinti, ha sempre custodito la memoria di quegli eventi.
La rivolta di Ragusa verrà stroncata solo dopo due giorni con l’arrivo della divisione dell’esercito Sabauda. Molti ribelli furono arrestati compresi Leggio e la stessa Occhipinti che venne mandata prima al confine e poi in carcere a Palermo.

Sui moti siciliani del ’44 – ’45 esiste una testimonianza del deputato comunista Giacomo Cagnes che partecipò all’insurrezione di Comiso. Le sue parole fanno luce sulle cause delle rivolte e sul loro profilo politico – sociale: “ A mio parere il movimento di rivolta, specie a Comiso, fu assolutamente spontaneo e popolare, stimolato dal richiamo alle armi, ma alimentato dalle antiche esasperazioni proprie delle popolazioni del Sud. Il movimento fu chiaramente antimonarchico e repubblicano…fu contro lo Stato, così come appariva alle masse meridionali: accentratore, oppressivo e poliziesco, al servizio di interessi diversi da quelli popolari…fu antimilitarista e per la Pace. Caduto il fascismo, riconquistata la libertà, finita per il Sud la guerra – si diceva – per chi e per cosa si dovrebbe tornare a combattere ? Per quel re e per quella classe che avevano imposto la guerra fascista ed ora ne volevano un’altra ? “

Alla luce della testimonianza di Cagnes bisogna concludere che le accuse di separatismo e fascismo avanzate dal Partito Comunista ai rivoltosi siciliani appaiono completamente fuori luogo. Eppure esse hanno dominato per anni sulla ricostruzione storica di quegli eventi. Più equilibrato il giudizio di Andrea Maori nel suo Gli eretici della pace: ” Risultava quindi completamente fuorviante ridurre tutta l’agitazione contro i richiami, alla cospirazione fascista e dei separatisti: i fascisti erano sbandati e impauriti…Gli stessi partiti antifascisti non essendo legati neanche a radici locali, apparivano agli occhi dei rivoltosi come corpi estranei capaci di gestire esclusivamente posizioni di potere; in quel momento poi, dopo il dramma della Guerra, la decisione di richiamare i coscritti risultava inconcepibile…”

Simile il giudizio Di Rosario Mangiameli, il quale sottolinea che nelle proteste antimilitariste siciliane “ nessun movimento organizzato vi ebbe parte dirigente”, e aggiunge: la rivolta del non si parte “ pone il problema più ampio di una richiesta di cambiamento e di protagonismo da parte dei giovani che non trova nei partiti troppo facilmente officiati al potere, al di fuori di ogni investiture popolare, una risposta.”

Pancrazio Caponetto


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