Pietro Ellero e la battaglia per l’abolizione della pena di morte nell’Italia dell’Ottocento.

di Pancrazio Caponetto – Dopo la proclamazione del regno d’Italia ( 1861 ) il processo di unificazione amministrativa e legislativa fu uno dei più gravi problemi che il nuovo Stato dovette affrontare. Venne risolto estendendo agli stati italiani pre – unitari parti molto importanti dell’ordinamento legislativo, amministrativo, finanziario e militare del Regno di Sardegna. Non fu opera facile visto che gli ogni Stato italiano pre – unitario conservava i propri ordinamenti o istituzioni e leggi particolari. Queste difficoltà emersero anche a proposito della presenza della pena di morte nei codici penali. La pena capitale era prevista negli stati italiani preunitari ( in forme diverse, il Piemonte, ad esempio, nel 1857 aveva fortemente limitato i casi di applicazione ), con l’eccezione della Toscana, dove era stata abolita il 30 aprile 1859, richiamando la riforma voluta nel 1786 dal Granduca Pietro Leopoldo che aveva definito la pena di morte, “ atto conveniente solo ai popoli barbari”.

Dopo l’unità d’Italia, si accese pertanto un intenso dibattito intorno al tema dell’abolizione della pena di morte. Nel maggio 1860 era stata presentata alla camera dei deputati, dal parlamentare Angelo Mazzoldi, una proposta di abolizione della pena capitale ritenuta “ marchio di ferocia senza diritto e senza bisogno “. La proposta non fu approvata.

Nel 1861 due giuristi Pietro Elllero e Francesco Carrara, fondarono “Il Giornale per l’abolizione della pena di morte” per sostenere apertamente la tesi abolizionista. Pietro Ellero fu, si può dire, l’anima della rivista.

Egli era nato a Cordenons ( vicino Pordenone ) nel Lombardo – Veneto austriaco, nell’ottobre del 1833.La sua formazione giuridica maturò all’Università di Padova, che iniziò a frequentare nel 1851 e dove conseguì il titolo di dottore in leggi nel 1858.Nello stesso anno pubblicò la sua tesi di laurea, Della pena capitale, testo che costituisce il suo primo passo della lunga battaglia per l’abolizione della pena di morte. La diffusione dell’opera gli costò una denuncia da parte della polizia austriaca per il reato di perturbazione della pubblica tranquillità a causa della seguente frase di tono sovversivo: « per tutte le suesposte ragioni la pena di morte è inutile, immorale,ingiusta; ed è una convenienza politica, un dovere etico, un obbligo giuridico il proscriverla».

Assolto in prima istanza e condannato in appello, Ellero affidò le ragioni della sua difesa ad un nuovo testo : «In difesa della imputazione di perturbata tranquillità pel libro ‘Della pena capitale’»,pubblicato a Venezia dal «Giornale di giurisprudenza pratica». Egli sostenne che la frase incriminata era contenuta in un’opera di natura filosofico – giuridica che non aveva alcun intento di polemica politica. Ellero venne prosciolto, ma gli fu negata la libera docenza all’Università di Padova, città di dominio austriaco.

Nonostante ciò egli mantenne le sue posizioni fino al punto di dare vita, come si è detto, al “ Giornale per l’abolizione della pena di morte. “ Del periodico usciranno 12 numeri tra il 1861 e il 1864. Ecco come Ellero presentava l’impegno abolizionista della rivista: « La durata prefissa a cotal opera è di necessità precaria: perocchè, esaurita la discussione, appagato il voto, assicurato il trionfo,essa non ha più ragione d’esistere. Quindi la vita di questo giornale dura sino a che rimane in diritto la morte: nasce col desiderio e colla speranza di non vivere a lungo, nasce per morire ».

Alla rivista collaborarono giuristi italiani ed europei, ma anche poeti, linguisti e psicologi. Fra i giuristi vi furono Francesco Carrara, Enrico Pessina e i tedeschi Carl Joseph Anton Mittermaier e Joachim Wilhelm Franz Philipp von Holtzendorff. Carrara pubblicò interventi tratti dalle proprie lezioni all’Università; Errico Pessina scrisse « Teoremi giuridici intorno alla Scienza delle prigioni », un testo nel quale sostenne che una delle finalità della pena detentiva dovesse essere il recupero educativo del condannato; von Holtzendorff presentò la relazione, tenuta nel 1862 alla Società dei giuristi di Berlino, nella quale dava risalto al lavoro del “Giornale “; Mittermaier invitò a diffondere le tesi abolizioniste con ragioni pratiche fondate sui fatti e non con argomentazioni filosofiche.

Fra i non giuristi che collaborarono alla rivista spiccano gli interventi di Giosuè Carducci ( “ talora il poeta vede più a fondo e più lontano del giureconsulto “, sosteneva Ellero ), Niccolò Tommaseo, Carlo Livi. Quest’ultimo, psicologo, evidenziò gli effetti che la pena di morte ( “ spettacolo di sangue, di inumanità e di ferocia “ ) poteva avere sulla natura fisica e morale degli uomini.

Per sostenere le tesi abolizioniste Ellero organizzò anche diversi incontri pubblici a Firenze, a Napoli, a Perugia, a Milano, il più importante si tenne a Bologna, nel 1865, dove intervenne Giosuè Carducci.

L’obiettivo dell’abolizione della pena di morte sembrò raggiunto quando nel marzo 1865 , il deputato Pasquale Stanislao Mancini presentò un disegno di legge in tal senso che fu approvato con larga maggioranza dalla Camera dei deputati. Il risultato fu però vano, visto che un mese dopo il Senato espresse voto contrario. Preso atto di questa situazione, la rivista di Ellero terminò le pubblicazioni nel maggio 1865. Il giurista si congedò dai lettori con un editoriale intitolato: “ Epilogo del Giornale per l’abolizione della pena di morte”. “

Nell’articolo egli lamentava la discordia manifestatasi tra le due assemblee parlamentari e soprattutto faceva notare il doloroso contrasto che si veniva a creare con l’imminente spostamento della capitale a Firenze dove la pena di morte era abolita. In questo modo non si realizzava il processo di unificazione delle leggi degli Stati italiani e ciò era “un ‘onta alla moralità pubblica e alla dignità nazionale. “ Ellero concludeva il suo intervento affidando al neonato “ Comitato esecutivo centrale per il monumento a Cesare Beccaria “ il compito di riprendere la battaglia abolizionista.

Nonostante la chiusura e il mancato raggiungimento dell’obiettivo, resta il ruolo di primaria importanza svolto dal “Giornale “ di Ellero in Italia. Come ha scritto Iacopo Benevieri in un articolo del luglio 2020, “ non solo prima del 1861 non si rinviene alcuna iniziativa editoriale di così ampio respiro volta alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla questione abolizionista, ma con la pubblicazione della rivista il tema divenne di dominio pubblico. Se infatti inizialmente le tesi abolizioniste erano patrimonio di una ristretta élite di giuristi, con il Giornale tali posizioni finirono col diffondersi in misura sempre maggiore, sino a diventare largamente condivise.”

Il Giornale, inoltre,presentò, nei suoi anni di vita, una ricca serie di argomentazioni abolizioniste che influenzeranno il dibattito politico in occasione del varo del codice Zanardelli che cancellerà la pena di morte nel 1889.

L’eredità di Ellero e del Giornale per l’abolizione della pena di morte, verrà raccolta dal giurista padovano Luigi Lucchini il quale fonderà, nel 1874, La rivista penale, e contribuirà, sulla scia della lezione di Ellero, ad innovare il giornalismo giuridico grazie agli apporti di altri rami del sapere:antropolgia, psichiatria, medicina legale. Inoltre La rivista penale rilancerà la battaglia per l’abolizione della pena capitale, affiancandola all’impegno per l’introduzione di un moderno e rieducativo sistema carcerario e di un adeguato sistema di pene. Questo lavoro porterà Lucchini a diventare collaboratore del Ministro della Giustizia Giuseppe Zanardelli e ad assumere un ruolo di primo piano nella commissione per la riforma del codice penale, ( di cui anche Ellero fece parte ), scrivendo la relazione di accompagnamento.

Fu proprio con l’approvazione, quasi all’unanimità, del nuovo codice penale ( 1889 ) che la pena di morte venne abolita in Italia, rimanendo in vigore solo nel codice penale militare.

Dopo la chiusura del Giornale per l’abolizione della pena di morte, Ellero continuò la sua attività culturale nel mondo accademico ( cattedra in Diritto penale all’Università di Bologna ), fino al 1880, quando, abbandonato l’insegnamento universitario, fu nominato magistrato della corte di cassazione a Roma. Non mancò nella sua vita anche l’impegno politico fu eletto deputato nel 1866 e nominato Senatore del Regno nel 1889. Come parlamentare fece parte della commissione per il trattato di pace con l’Austria ( 1866 ).

Egli fu anche autore di libri che possiamo definire di polemica politica, il più famoso, forse, uscì nel 1879: La tirannide borghese, una presa di coscienza dei limiti e dei difetti del sistema borghese da parte di un esponente della stessa borghesia, la denuncia dell’ “oppressione o tirannide di un centesimo della popolazione su tutto il rimanente. “ ( Luigi Bulferetti ).

Negli ultimi anni della sua vita Ellero lamentò con delusione una sorta di isolamento culturale, una “generale noncuranza “ verso la sua opera, al punto di distruggere il manoscritto de La ragione criminale, ( un lavoro che lo aveva impegnato per quarant’anni ) e un altro suo testo gli Aforismi storici.

Pietro Ellero morì a Roma all’età di cento anni il 31 gennaio 1933.


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