Costume & Società

Guerra e Pace

di Pancrazio Caponetto – La pace tra i popoli: l’ideale più nobile e piu’ alto mai partorito nella storia dell’umanità. Già Erasmo da Rotterdam, nei suoi Adagia, composti nella prima metà del Cinquecento, denunciava gli orrori della guerra ai quali opponeva il messaggio di amore e di pace di Cristo.

Due secoli dopo Immanuel Kant nel suo Per la pace perpetua, disegnava un progetto di pacifismo giuridico strutturato in tre articoli che ” specificano i requisiti che devono essere soddisfatti perchè il pianeta non divenga semplicemente il ‘grande cimitero dell’umanità ‘, effetto desolante dello sterminismo ( bellum internecinum ) ” ( Salvatore Veca, Prefazione a Immanuel Kant, Per la pace perpetua ).

Tra la fine dell’ Ottocento e il primo Novecento troviamo altre figure di intellettuali che hanno speso la vita in difesa dell’ideale della pace. Bertha von Suttner, premio Nobel per la pace nel 1905, il cui romanzo antimilitarista Giù le armi (1889 ), ebbe un enorme successo e fu tradotto in una dozzina di lingue. Altro Nobel per la pace fu nel 1907, Ernesto Teodoro Moneta nel quale l’odio per il culto della guerra si congiunge con l’amore della patria e per l’indipendenza dei popoli.

Per restare in Italia, nel Novecento, abbiamo la figura di Aldo Capitini, gandhiano teorico della nonviolenza, organizzatore della prima marcia della pace tenutasi da Perugia ad Assisi nel settembre 1961.

Nel secolo scorso il pacifismo non è stato solo patrimonio di intellettuali illuminati, ma è diventato, per dir così, un fenomeno di massa. Penso ai movimenti per il disarmo nucleare ; alla grande marcia contro la guerra in Vietnam del novembre 1969 ; alle marce o carovane della pace a Sarajevo negli anni Novanta ; alle manifestazioni per la pace in occasione della prima guerra del Golfo ( 1990 – 1991 ).

Nel 2003 si è avuta poi la prima manifestazione mondiale dei movimenti per la pace, con oltre cento milioni di persone che sfilarono in tutte le piazze del mondo per protestare contro la ” guerra globale permanente ” voluta dall’allora Presidente americano George W. Bush. Le manifestazioni furono così imponenti che l’editorialista del new Jork Times Patrick Tyler parlò del movimento per la pace come di una “superpotenza mondiale “.

La sensibilità verso il problema della pace è cresciuta anche tra le classi dirigenti.Dopo gli orrori di due guerre mondiali è nata l’Organizzazione delle Nazioni Unite che ha come scopi il mantenimento della pace e della sicurezza, lo sviluppo di relazioni amichevoli tra le nazioni, la cooperazione nella risoluzione dei problemi internazionali e la promozione del rispetto per i diritti umani.

Tuttavia secondo il Crisis group, un’organizzazione indipendente che lavora per prevenire le guerre, il numero dei conflitti in corso o potenziali nel mondo è di 55, di cui almeno 10 definibili come guerra o scontro armato, con il 90% di vittime civili. Preoccupano soprattutto le situazioni in Ucraina e Medio oriente.

Non basta.” Secondo un calcolo statistico approssimativo, dal 3000 a.c., l’umanità avrebbe attraversato 14.538 guerre, in media 2,6 l’anno. ” ( You Ji e Zhang Shu, Pechino combatterà suo malgrado, Limes,4 – 2024 ).

Riflettiamo anche su un’altra lezione della storia : la pace come equlibrio armonico tra i popoli non si è mai realizzata. Essa il più delle volte non è altro che l’ordine imposto dai più forti, dai vincitori. Pensiamo alle paci che hanno chiuso i conflitti mondiali del secolo scorso. Con la Pace di Versailles le potenze vincitrici ridisegnarono la carta dell’Europa e imposero alla Germania durissime condizioni ( perdita delle colonie, amputazioni territoriali,pagamento delle riparazioni, riduzione dell’esercito ). Condizioni talmente dure che alimentarono le correnti politiche di estrema destra ( nazionalsocialismo in testa ) che si posero come obiettivo la revisione dei Trattati di Versailles. In pratica la pace che chiude il primo conflitto mondiale cova in sè alcune delle cause che hanno scatenato il secondo

Con la fine della seconda guerra mondiale la Germania di nuovo sconfitta venne occupata e divisa in due Stati. L’Europa dell’Est liberata dall’Armata Rossa gravitò nell’orbita del comunismo sovietico creando un blocco di potenze alternativo all’Occidente anglo – americano. Sappiamo tutti che i due blocchi si sono fronteggiati nella cosiddetta “guerra fredda “.

Rivolgiamoci ora alla riflessione filosofica. In un testo del 1932, Il concetto di “politico “ , del giurista tedesco Carl Schmitt, leggiamo: ” La specifica distinzione politica alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici, è la distinzione di amico ( Freund ) e nemico ( Feind ). ” Il nemico, scrive ancora Schmitt, ” è semplicemente l’altro, lo straniero ( der Fremde ) e basta alla sua essenza che egli sia esistenzialmente, in un senso particolarmente intensivo, qualcosa d’altro e di straniero, per modo che, nel caso estremo, siano possibili con lui conflitti…” Ne deriva che tutti i concetti, le espressioni e i termini politici hanno un senso polemico. ” Termini come Stato, repubblica, società, classe,e inoltre: sovranità, Stato di diritto, assolutismo, dittatura, piano, Stato neutrale o totale e così via sono incomprensibili se non si sa chi in concreto deve venire colpito, negato e contrastato attraverso quei termini stessi. ” ( Carl Schmitt, Il concetto di “politico “ ).

Nel concetto di nemico, prosegue Schmitt, rientra l’eventualità della lotta, della guerra.”La guerra consegue dall’ostilità poichè questa è la negazione assoluta di ogni altro essere. La guerra è solo la realizzazione estrema dell’ostilità.Essa non ha bisogno di essere qualcosa di quotidiano o di normale, e neppure di esser vista come qualcosa di ideale o di desiderabile: essa deve però esistere come possibilità reale, perchè il concetto di nemico possa mantenere il suo significato. “( Carl Schmitt, Il concetto di “politico “ ). Con ciò Schmitt non vuol dire che l’essenza della politica sia la guerra e che talvolta la corretta scelta politica non consista proprio nell’evitare la guerra. La sua definizione di “politico” non è nè bellicistica nè militaristica, nè imperialistica, nè pacifistica. “La guerra – scrive Schmitt – non è dunque scopo e meta o anche solo contenuto della politica, ma ne è il presupposto sempre presente come possibilità reale, che determina in modo particolare il pensiero e l’azione dell’uomo provocando così uno specifico comportamento politico. ” ” Infatti – aggiunge – solo nella lotta reale si manifesta la conseguenza estrema del raggruppamento politico di amico e nemico. E’ da questa possibilità estrema che la vita dell’uomo acquista la sua tensione specificamente politica. Un mondo nel quale sia stata definitivamente accantonata e distrutta la possibilità di una lotta di questo genere, un globo terrestre definitivamente pacificato, sarebbe un mondo senza più la distinzione fra amico e nemico e di conseguenza un mondo senza politica. “

La pace tra i popoli: ideale alto e nobile abbiamo scritto in apertura e non intendiamo correggerci. Tuttavia alla luce delle lezioni della storia e delle riflessioni di Schmitt, vala la pena di riprendere quanto scritto, qualche tempo fa, dal politologo Angelo Panebianco sul Corriere della sera. Egli distingueva tra pacifismo pragmatico e pacifismo assoluto o fondamentalista. ” Il pacifismo pragmatico – scriveva Panebianco – è proprio delle società aperte o libere. Esse preferiscono la pace alla guerra perché la pace favorisce insieme benessere e libertà individuale. La guerra mette a rischio entrambe e ne mina quindi i fondamenti. Ma poiché nella politica internazionale la forza pesa più del diritto, anche le società libere, per sopravvivere, devono contare sulla forza, i principi liberali devono venire a patti con le regole della politica di potenza. ” Così l’Occidente liberale si è trovato, nel secolo scorso, a combattere due totolitarismi: quello nazista e quello sovietico.

Il pacifismo fondamentalista si fonda su un’antropologia positiva ( l’uomo buono per natura ) e sulla conseguente convinzione ” che le asimmetrie di potere e l’esercizio del potere siano accidenti della storia anziché condizioni ineliminabili della vicenda umana. Diffida (quando non le è apertamente ostile) della società libera, la quale si regge sull’idea che gli abusi di potere possono essere evitati o attenuati solo se vari centri di potere si bilanciano e si controllano. Così come non crede che la libertà delle persone sia assicurata da una particolare disposizione dei rapporti di forza all’interno della società, il pacifismo fondamentalista contesta l’idea che la pace dipenda dai rapporti di forza fra gli Stati. Da qui un rifiuto assoluto della guerra, anche di quella difensiva.” Quest’ultimo punto è particolarmente “pericoloso” , per dir così. Di fronte al manifestarsi di un “nemico”, il rifiuto della guerra difensiva si traduce nella resa e nella sottomissione. La pace, concludeva Panebianco, dipende dai rapporti di forza e per garantirla occorre disporre di un potere deterrente che tenga a bada i potenziali aggressori.

In conclusione possiamo dire che abbiamo sempre più bisogno di un pacifismo pragmatico che cerchi la pace ma che sia anche pronto a difenderla.Il pacifismo assoluto è un’ideologia fondamentalista sconfitta dalla storia.Tuttavia i progetti, i sogni, le aspirazioni dei giovani e meno giovani che riempiono le piazze manifestando per la pace, sono degne di attenzione, degne di ascolto. Rappresentano comunque una tensione verso un mondo migliore che potremo costruire solo a patto, però, di uscire dall’utopia della pace assoluta e riflettere a fondo sulle lezioni della storia e del pensiero filosofico.


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