Articolo del Prof. Pancrazio Caponetto

Nella storia d’Italia il nome di Ernesto Rossi è legato soprattutto al MANIFESTO DI VENTOTENE, scritto insieme ad Altiero Spinelli nel 1941. Spinelli e Rossi, confinati a Ventotene dal regime fascista, disegnavano nel loro testo l’idea di un’Europa libera ed unita, un federazione di stati capaci finalmente di superare le ostilità reciproche che avevano prodotto due guerre mondiali. Il MANIFESTO viene considerato documento fondamentale che pone le basi teoriche del movimento federalista europeo.


Meno conosciute, ma non meno interessanti le riflessioni di Rossi sul problema del finanziamento dei partiti politici italiani. Sono contenute in una serie di articoli ( LE SERVE PADRONE, LA PADELLA E LA BRACE,
UNA MALATTIA SEGRETA, I PAGURI NELLA CONCHIGLIA, L’INSAZIABILE FAME ) comparsi sul settimanale IL MONDO tra il 1950 e il 1952. I testi sono stati ristampati qualche anno fa ( 2012 ) dalla Casa Editrice Chiare Lettere, nel volume CONTRO L’INDUSTRIA DEI PARTITI ( il libro contiene anche un altro testo di Rossi: IL COMBUSTIBILE DEI PARTITI, risalente al 1963 )

Per risolvere il problema dell’intreccio tra politica e affari in Italia, venne introdotto nel 1974 il finanziamento pubblico diretto ai partiti politici. La misura venne cancellata da un referendum del 1993, quando il 90% dei cittadini, molto probabilmente sull’onda dell’indignazione causata da Tangentopoli, abrogò la legge. Tuttavia non sono cessati gli episodi di malaffare nelle politica italiana. Per questo pensiamo sia interessante tornare alle considerazioni di Ernesto Rossi, utili per ricostruire la storia della prima Repubblica italiana, e, forse, per offrire spunti per una riflessione sul nostro futuro.

Nella sua analisi sul finanziamento dei partiti Rossi era consapevole della difficoltà del problema. Scriveva infatti: “Il modo col quale sono finanziati i partiti è da noi una malattia vergognosa, di cui sembra non sia lecito parlare tra persone bene ducate.” Egli si riferiva a quanti temevano di screditare la democrazia rivelando i difetti del suo funzionamento. Timori da superare perché dalla soluzione del problema del finanziamento dei partiti dipendeva l’avvenire della libertà d’Italia. Ecco perché egli guardava in faccia la questione: “ Nelle democrazie moderne – scriveva – il successo dei partiti politici dipende essenzialmente dall’efficienza della loro macchina, e l’efficienza della macchina dipende essenzialmente dai quattrini disponibili.”
L’attività di un partito consisteva in stampe di giornali, affitto di sale per riunioni, stipendi di impiegati, affissione di manifesti, organizzazione di congressi. Tutto ciò richiedeva l’impiego di parecchi milioni, spese che aumentavano enormemente durante le campagne elettorali.

Riprendendo e ampliando considerazioni del giornalista Adelfi sulle elezioni amministrative del 1952, Rossi osservava che il problema del finanziamento die partiti riguardava l’estrema Destra ( Movimento Sociale e Partito Monarchico di Achille Lauro ), la Sinistra ( “ da molte parti si continua a ripetere che il Partito Comunista viene finanziato attraverso le società di importazione dei paesi al di là della cortina di ferro” ) e il Centro ( “durante le ultime elezioni amministrative è circolata insistentemente la voce che la Confindustria invece di contribuire alla campagna elettorale dando i quattrini direttamente al Partito democristiano, come faceva in passato, avrebbe preferito … darli attraverso l’Azione Cattolica” ). Da ciò derivava un’”influenza occulta” che i finanziatori ( industriali, affaristi, governi stranieri ) esercitavano su parlamentari e ministri eletti o nominati per merito dei loro quattrini. Ma il male non stava solo nel sistema dei partiti. Scriveva Rossi, infatti : “ Il male forse più grave è che molti degli espedienti usati dagli uomini politici per finanziare i partiti non possono essere messi in pratica senza la convivenza dei funzionari preposti ai più importanti servizi pubblici. Una volta che abbiano aiutato gli uomini politici in tali pratiche camorristiche, i più alti papaveri della burocrazia romana diventano intoccabili. Anche se non hanno voglia di lavorare, anche se sono completamente inadatti ai loro compiti, anche se rubano a man salva, non possono più essere rimossi. Le loro malefatte sono tutte perdonate per timore che vengano altrimenti scoperti dei pericolosi altarini. “

A quest’analisi critica seguiva una riflessione sulle leggi proposte in Italia e in Europa per risolvere il problema del finanziamento ai partiti politici. Esse erano di tre tipi: 1) Leggi per contenere entro certi limiti le forme di propaganda più costose; 2) Leggi per imporre la pubblicazione dei bilanci dei partiti; 3) Leggi per il finanziamento pubblico dei partiti.
Per quanto riguardava le prime misure Rossi osservava: “ Disposizioni di questo genere fanno soltanto spostare le spese a quelle forme di propaganda che non sono limitate…Poiché ogni partito cerca quattrini per vincere la concorrenza degli altri partiti, se vengono così eliminate certe spese dai bilanci di tutti i partiti non si diminuisce il loro fabbisogno; si consente di concentrare la disponibilità finanziaria su altri titoli di spesa…”
La proposta, poi, di rendere pubblici i bilanci dei partiti, aveva trovato la sua formulazione giuridica in un disegno di legge presentato da Don Luigi Sturzo nel 1958. Essa, commentava Rossi, “sembra particolarmente ingenua in un paese come il nostro in cui anche le società per azioni controllate dallo Stato tengono doppia contabilità. “, una ufficiale per il fisco e gli azionisti e un’altra interna ( la vera ) per pochi iniziati, gli affettivi amministratori.

Infine, sulla questione del finanziamento pubblico ai partiti, Rossi faceva valere la sua sferzante ironia: “Comunque lo Stato pagasse le spese dei partiti, non ne sazierebbe mai la fame: le somme assegnate sul pubblico bilancio sarebbero soltanto delle nuove posizioni di partenza dalle quali i partiti si muoverebbero per prendere, con i denari che ancora riuscirebbero a spillare ai privati, delle iniziative che oggi non possono prendere.
Pensare di risolvere con l’intervento del Tesoro il nostro problema, sarebbe perciò, altrettanto ingenuo quanto proporre di riportare sulla via della virtù le donne di facili costumi, assicurando loro, a spese dei contribuenti ,un reddito uguale a quello che riescono a procurarsi facendo la vita. La ragazza che prima cercava un cliente per pagarsi le calze di seta ora lo cercherebbe per la pelliccia e quella che lo cercava per la pelliccia lo cercherebbe per comprarsi la macchina.”

La critica di Rossi all’industria dei partiti si basava su una concezione pessimistica della democrazia moderna. Essa era nata fondandosi su una visione ottimistica dell’uomo, tipica dell’illuminismo. L’uomo era considerato naturalmente buono e capace di realizzare il vero bene; i singoli perseguivano interessi che coincidevano con quelli della collettività; il popolo veniva ritenuto capace di scegliere, tramite elezioni, i suoi migliori rappresentanti.

Tuttavia nella pratica, la democrazie del primo Novecento aveva mostrato un altro volto. Essa era degenerata nel totalitarismo in Italia e Germania, mentre le democrazie occidentali mantenevano un comportamento ambiguo di fronte alla guerra civile in Spagna, all’impresa d’Abissinia, alla crisi di Monaco. Per questo scriveva Rossi: “ Il nostro attaccamento alle istituzioni democratiche non deriva più da una concezione ottimistica , ma da una concezione estremamente pessimistica dell’umanità: dalla nostra sfiducia nella capacità politica nelle masse; dalla consapevolezza che il potere corrompe anche i migliori; dalla paura dell’arbitrio dei governanti e della potenza maciullatrice dello Stato moderno; dalla tragica esperienza che abbiamo vissuto sotto la dittatura dell’uomo della Provvidenza che aveva sempre ragione.”
Anche il suffragio universale , strumento principe delle democrazie moderne, veniva sottoposto ad analisi critica: “ Le elezioni politiche non sono strumenti idonei per accertare la volontà popolare, e anche se lo fossero non sapremmo che farcene. Perché la grande massa degli elettori non ha alcuna opinione propria sui maggiori problemi politici di interesse nazionale…”

L’analisi di Rossi si spinge sino alle estreme conclusioni: bisogna inventare una democrazia senza partiti. Egli scrive: “ Non è possibile mantenere in piedi dei grandi partiti puliti, senza finanziamenti più o meno camorristici: se non si vogliono gli effetti bisogna eliminare le cause, cioè bisogna cercare un ordinamento che garantisca le libertà civili e politiche senza richiedere l’intervento della macchine per fabbricare voti.”
Una posizione questa , che si direbbe qualunquista, oggi sui parlerebbe di populismo, di antipolitica. Tuttavia la critica di Rossi al sistema dei partiti non è dettata dal risentimenti, dalla rabbia ma si fonda su una lucida analisi storica e politica. Una critica a cui non segue , però, un’analisi altrettanto lucida della democrazia senza partiti. Come costruire un “ordinamento che garantisca le libertà civili e politiche ” senza l’intervento dei partiti ? E’ questa una domanda a cui Rossi non dà risposte.

Forse le considerazioni più equilibrate sul tema le troviamo nelle pagine di Giuseppe Maranini, dimenticato intellettuale italiano, fustigatore della partitocrazia. Nel 1955 ( dunque negli stessi anni delle riflessioni di Rossi ), egli scriveva: “ Lo Stato democratico è e deve essere Stato di partiti: poiché dove c’è circolazione di notizie e di idee sorgono e debbono sorgere orientamenti diversi e le forze affini per idee e per interessi tendono a solidarizzare e a raggrupparsi. Ma condizione della civiltà liberale è che i partiti rimangano nella maggior misura possibile organizzazioni libere e fluide, dove la base sia quasi tutto, o almeno dove la macchina non sia tutto; e che comunque l’autonomia di ogni organo dello Stato sia garantita anche in confronto alle macchine dei partiti e non solo in confronto agli altri organi dello Stato.”