Veronica Franco Cortigiana E Poetessa

di Pancrazio Caponetto – “ Diventare cortigiane era la sola possibilità offerta alle donne delle classi medie e povere per sottrarsi alla dura disciplina sociale e per vivere una vita autonoma dalla dipendenza economica dell’uomo; troppo spesso la sola alternativa era il convento. “

Con queste parole Anna Brasi, in un articolo comparso sulla rivista EFFE, nel 1978, faceva comprendere le motivazioni che spingevano alcune donne nel Cinquecento a diventare cortigiane. Le cortigiane, le “donne di piacere”, erano divise tra “donne di strada” e di “alto bordo”, le “cortigiane oneste”, queste ultime spesso donne colte dedite al culto delle arti. E’ il caso di Veronica Franco che fu cortigiana e poetessa.

Veronica era nata a Venezia nel 1546 ed era figlia di una cortigiana che l’educò per fare di lei una donna dedita alla stessa “arte “. Ella fu – come ha scritto Benedetto Croce – “perfettamente contenta e serena per la professione che aveva abbracciata, quanto può essere per qualsiasi altra che natura e fortuna ci abbiano assegnata…e non pensando punto che quella professione non comportasse senno, saggezza, buon giudizio, amore del bene, rispetto e ammirazione della virtù, osservanza dei doveri; tutte doti delle quali si conosceva fornita.”

Molte notizie sulla sua vita e sul mondo in cui visse ci giungono da un suo biografo Giuseppe Tassini, autore di Veronica Franco celebre poetessa e cortigiana del secolo XVI e da Arturo Graf, scrittore e critico letterario che ha studiato l’arte e la sensibilità di poetessa della Franco. Sappiamo che la sua casa era frequentata dal pittore Tintoretto, che le fece un ritratto, da Domenico Veniero, patrizio e letterato veneziano e da molti altri artisti e intellettuali della Venezia del Cinquecento. Sappiamo che era in corrispondenza col Duca di Mantova, Guglielmo, col cardinal d’Este, Luigi e che ebbe l’onore di ospitare nella sua casa il futuro Re di Francia Enrico III e il filosofo Montaigne. Da ciò si comprende – ha notato – Giulio Dolci- “ come la sua fine personalità emanasse un fascino non volgare ma signorile.”

Nel 1570 Veronica maturò una vera e propria conversione spirituale, lasciando scritto nel testamento di quell’anno che in mancanza di eredi diretti il suo residuo fosse lasciato a due “donzelle da bon” o in alternativa a due meretrici che “volessero lasciar la cattiva via a maritarsi o a monacarsi”. Inoltre, insieme ad alcuni patrizi, si adoperò per fondare un ospizio per le donne abbandonate e convertite.

Nel 1580 subì l’umiliazione del processo pubblico di fronte al Tribunale dell’Inquisizione difendendosi personalmente dalle accuse di vita immorale e antireligiosa che gli furono mosse da Rodolfo Vannitelli, un suo dipendente. Nel processò ribattè colpo su colpo alle domande dei giudici grazie all’abilità retorica maturata nelle frequenti tenzoni poetiche. Ma fu soprattutto l’intervento del patrizio veneziano Domenico Veniero, protettore di Veronica, a far cadere le accuse.

La disavventura con l’Inquisizione non frenò il percorso di maturazione religiosa di Veronica. Ne sono testimonianza questi versi di un suo sonetto dedicato a sè stessa:

“ E tu, pura alma, in tanti affanni involta,
slègati omai, e al tuo Signor divino
leggiadramente i tuoi pensier rivolta:
sforza animosamente il tuo destino
e i lacci rompi, e più leggiadra e sciolta
drizza i tuoi passi a più sicur cammino.”

Veronica Franco morì nel 1591 a soli 45 anni.

Veronica Franco ci ha lasciato diverse opere: una raccolta di Lettere, pochi sonetti e le Terze Rime. La raccolta delle lettere ( prima edizione 1580 ) è dedicata al cardinale Luigi d’Este e – come ha scritto – Giulio Dolci – è interessante perchè “ ci mette nel mondo veneziano còlto di allora. Le lettere sono scritte senza accenti retorici… e costituiscono documenti per penetrare nell’animo,nella cultura di Veronica.”

Sono giunti a noi, poi, alcuni sonetti sopravvissuti tra quelli che ella scrisse. Tra questi da ricordare i due sonetti al futuro Re di Francia Enrico III. Nel complesso i sonetti sono “ testimonianza di momenti di vita, di relazioni amichevoli, di stati d’animo, non trasformati in arte originale.” ( Giulio Dolci )

Le Terze Rime sono composte da 25 canti o Capitoli. Alcuni – nota – Arturo Graf – sono scritti con molta schiettezza di pensiero e di forma, con brio, con buona lingua… Si vede in essi che la Veronica rimava con facilità e con piacere.”

Oltre a Graf e a Croce altri critici si sono occupati della Franco. Giuseppe Toffanin la ricorda accanto a Gaspara Stampa, altra poetessa veneziana, Francesco Flamini loda il suo “ardore per gli studi”, ma non trascura la sua sensualità che non le “ facea punto dimenticare gli erotici diletti.”. La Franco “ neppure ha voluto nella poesia far dimenticare la cortigiana.”

Infine, più recentemente, anche Anna Brasi ha accomunato Gaspara Stampa e Veronica Franco concludendo che “ le loro rime, le loro lettere rivelano un’indipendenza di spirito, un controllo sulle loro condizioni sociali di esistenza quotidiana, un desiderio incolmabile di libertà, da presentarsi come un documento tra i più interessanti nella storia dell’emancipazione femminile.”


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