LA RIVOLUZIONE CONCRETA DEL ” LO STATO MODERNO”
di Pancrazio Caponetto – Il Partito della Resistenza. Con questa definizione gli storici indicano, comunemente, il Partito d’Azione fondato nel 1942 e scioltosi nell’ottobre 1947. Partito della Resistenza in quanto gli azionisti svolsero un ruolo di primo piano nella lotta di Liberazione e contribuirono con forza al dibattito politico – culturale accesosi in Italia nei primi anni del secondo dopoguerra.
Era un Partito con diverse anime. Alla fondazione vi confluirono gli eredi di Giustizia e Libertà, movimento antifascista fondato a Parigi nel 1929 dai fratelli Rosselli; gli esponenti del movimento liberalsocialista nato in Italia verso la fine degli anni Trenta e, infine, uomini politici di ispirazione repubblicana e democratica.
Il Partito d’Azione fu, come detto, in prima fila nella lotta armata contro il nazifascismo, ma non mancò di offrire alla politica e alla cultura italiana riflessioni di notevole spessore. Ruotavano intorno al partito una serie di riviste : le riviste repubblicane, ” La Costituente” di Giovanni Conti e “La “Critica politica” di Oliviero Zuccarini, le azioniste, “L’Acropoli” di Adolfo Omodeo, “La Nuova Europa” di Luigi Salvatorelli e ” Lo Stato Moderno”. ” Lo Stato Moderno”, ” rivista di critica politica economica e sociale “, come è scritto sul frontespizio, fu ideata nel febbraio 1944 da un gruppo di intellettuali : Mario Paggi, Mino Steiner, Antonio Basso e Carluccio Galimberti.
” Nella condizione di proscritti in patria, – ha scritto Elena Savino, autrice di uno studio su “Lo Stato Moderno ” – braccati da nazisti e repubblichini, il progetto era quasi una scommessa con la sorte. Gli obiettivi erano chiari e ambiziosi: orientare le forze democratiche del paese alla vigilia della rifondazione dello Stato e guidare i compagni del Partito d’azione, nato da pochi mesi e già nel vivo della partita politica che si giocava in Italia dopo la caduta di Mussolini “.
Tra gli ideatori della rivista, Mino Steiner che, secondo Paggi ” ne era l’anima organizzativa “, fu arrestato nel marzo del ’44, per morire poi a Mathausen. Carluccio Galimberti fu catturato nel novembre dello stesso anno e ucciso dai fascisti.
Nonostante le gravi perdite la rivista andò avanti grazie a Cesare Cabibbe, redattore del “Corriere della Sera ” che si occupava dell’amministrazione, del coordinamento e della stampa e all’editore che era il siciliano Gaetano Baldacci che nel 1942 aveva fondato la casa editrice Gentile.
Nella redazione iniziale spiccavano le figure di Antonio Basso, Arturo Barone, Vittorio Albasini Scrosati, Mario Boneschi, Enrico Bonomi, Giuliano Pischel che insieme a Mario Paggi costituivano, secondo Elena Savino “le anime” della rivista. “Educati da vent’anni di militanza politica nel nome della libertà, cresciuti non solo idealmente a fianco di figure quali Ferruccio Parri e Riccardo Bauer, temprati dalla fedeltà al metodo e alla sostanza delle loro giovanili adesioni – il liberalismo rinnovato dall’apporto dell’ideale di giustizia e il riformismo illuminista lombardo – , Paggi e i suoi amici erano tra i pochissimi a proporre soluzioni concrete, piani e obiettivi possibili, realizzabili subito. Fin dal primo numero clandestino, Paggi aveva chiamato il loro approccio alla politica rivoluzione concreta”. ( Elena Savino, “Lo Stato Moderno” , Mario Boneschi e gli azionisti milanesi ).
Il gruppo degli intellettuali del ” Lo Stato Moderno” si formò attraverso un confronto costante con tre grandi maestri della cultura italiana : Benedetto Croce, Giovanni Amendola e Piero Gobetti. Croce fu un saldo punto di riferimento per gli antifascisti liberali e democratici. Da lui appresero che la libertà è una continua conquista non un dono ricevuto dall’alto e che il corso della storia procede sia pure lentamente, faticosamente verso la rivelazione dell’idea di libertà.
” Amendola – scrisse Paggi anni dopo – tentò la prima organizzazione moderna delle forze di democrazia radicale”. Con la sua Unione Democratica Nazionale Amendola aveva indicato la strada a quei liberali, repubblicani, socialisti e giellisti che negli anni Trenta, cercarono un punto di incontro tra tutte le forze antifasciste autenticamente democratiche.
Quanto a Gobetti, occorre dire che la sua analisi dei problemi italiani, condotta dalle colonne della “Rivoluzione liberale”, esercitò influenze profonde sul gruppo del “lo Stato Moderno” al punto che, come ha osservato Elena Savino, il liberalismo della rivista di Paggi è “profondamente gobettiano “. Gobetti aveva esortato il politico alla conoscenza dei problemi pratici. E infatti il gruppo del “Lo Stato Moderno “, “…ha sempre anteposto la precisa e documentata conoscenza dei fatti e dei problemi alle scelte politiche…Un atteggiamento simile, oltre a condurre il gruppo milanese al rifiuto di ogni approssimazione, di quei programmi generici e astratti, buoni solo sulla carta, dava concretezza all’intuizione della necessità di legare l’azione politica a una salda conoscenza storica”.( Elena Savino, “Lo Stato Moderno” , Mario Boneschi e gli azionisti milanesi ).
Altra influenza gobettiana si avverte nell’importanza attribuita dal gruppo del ” Lo Stato moderno” al problema della formazione delle future classi dirigenti, condizione indispensabile per giungere ad una vera riforma dello Stato. Pertanto la rivista prestava grande attenzione ai luoghi di selezione delle élites come scuola e università.
Liberalismo, dunque, come humus ideologico della rivista, ma un liberalismo lontano da posizioni conservatrici e aperto ( ancora un’influenza di Gobetti ) alle istanze del socialismo e delle classi operaie e contadine. Tuttavia molte delle tesi del socialismo marxista apparivano superate : il capitalismo non era crollato e il sistema aveva accolto alcune delle richieste del movimento operaio ( miglioramento dei salari e delle condizioni di lavoro, legislazione sociale ) ; la rivoluzione era scoppiata in un paese capitalisticamente arretrato; non si era affatto giunti all’estinzione dello Stato. Inoltre molti esponenti socialisti non avevano compreso la natura reale del fascismo considerandolo un fenomeno di reazione capitalistica di fronte all’avanzata del movimento operaio. Non avevano considerato che il fascismo, come insegnava Gobetti, andava messo in relazione con la storia d’Italia, con i limiti del processo risorgimentale e con l’ascesa del nazionalismo nel primo decennio del secolo. Oltre a ciò, comunisti e socialisti massimalisti avevano rifiutato qualsiasi allenza con le forze democratico – borghesi, alleanza che avrebbe potuto frenare l’ascesa del fascismo.
Altri due aspetti del marxismo ortodosso erano respinti dagli intellettuali del ” Lo Stato Moderno ” : il determinismo e l’indifferenza per la libertà e la democrazia. Il determinismo, proprio della concezione materialistica della storia, rischiava di diffondere nell’individuo un ‘inerte passività motivata dall’attesa dell’avvento, ritenuto inevitabile, della rivoluzione. Quanto al secondo punto, quasi tutti i redattori della rivista erano cresciuti sulle pagine di maestri liberali come Croce, Einaudi,Calamandrei e avevano come punto di riferimento il socialismo di Rosselli aperto al liberalismo. Pertanto essi erano giunti ad una “concezione eterodossa e libertaria del socialismo, fuori dalla vulgata marxista. Li aveva uniti negli anni venti e poi sotto la dittatura, quando le convinzioni di ognuno si erano meglio consolidate, la difesa degli ideali di libertà, di democrazia, di giustizia sociale, di europeismo in chiave antinazionalista”.( Elena Savino, “Lo Stato Moderno” , Mario Boneschi e gli azionisti milanesi ).
Fin dal primo numero compaiono sulla rivista temi che ne caratterizzeranno la linea: le riflessioni di Paggi sulla “rivoluzione concreta”, il problema dei ceti medi, la convinta “fede” negli Stati Uniti d’Europa, la formazione di una classe dirigente all’altezza dei tempi e la funzione formativa delle università. Per quasi quattro anni la rivista continuò il suo impegno al fianco del Partito d’Azione, fino al suo scioglimento, e per la rinascita democratica dell’Italia
Quale fu il giudizio degli uomini de ” Lo Stato Moderno ” sulla Resistenza ? Quale il loro contributo nei tempi della auspicata nuova democrazia ?
Come ha scritto Mario Boneschi, personalità di spicco della rivista, gli uomini di “Stato Moderno ” sapevano che “la Resistenza era stata, nella sua realtà umana, una grande ora, ma era nella sua proiezione storica una modesta battaglia di avanguardia, con il fascismo sconfitto dagli anglosassoni. Non c’erano state nè liberazione spontanea dal fascismo, nè rivoluzione. L’Italia democratica…era tutta, proprio tutta da rifare. ”
Altrettanto lucido era il giudizio sull’Italia di De Gasperi, in cui era rimasta pressocchè intatta la legislazione illiberale del fascismo sotto la cappa della costituzione democratica. A proposito della carta costituzionale, rimane memorabile il punto di vista di Mario Paggi comparso su ” Lo Stato Moderno” in un numero speciale del 1947 : ” Fragile tessuto di non armoniose giustapposizioni cattoliche da un lato e marxiste dall’altro, con qualche malinconico residuo di un liberalismo che ha persino il pudore della parola libertà.”
Tra le cause del’involuzione democratica gli uomini di ” Stato Moderno” individuavano l’impreparazione del socialismo ad assumere il potere. Messe da parte le utopie rivoluzionarie, i socialisti avrebbero dovuto avere “l’audacia intelligente di riconoscere che il loro ruolo storico era quello di avanguardia evoluzionista della civiltà europea, avente in quel momento la possibilità di fondare la democrazia. I socialisti preferirono la posizione integralista, il che significò consegnare l’Italia alla democrazia cristiana “. ( Mario Boneschi in Elena Savino, “Lo Stato Moderno” , Mario Boneschi e gli azionisti milanesi ). Insomma i socialisti non si affermarono come autentica forza riformista e ” Lo Stato Moderno ” si ritrovò a dover combattere la sua battaglia contro il comunismo di Stalin e il clericalismo di Pio XII. Battaglia di minoranza, come quella del Partito d’Azione. Come ha osservato Massimo Teodori nel libro scritto insieme ad Angelo Panebianco, La parabola della Repubblica, ” Senza nulla togliere alla grande influenza che gli azionisti ebbero sia nel Cnl sia nella prima fase del dopoguerra, la fragilità del Partito d’Azione dipendeva non solo dall’essere un movimento di intellettuali ( molti dei quali di alto profilo ) privo di radicamento nel Paese, ma anche da divisioni ( per esempio sul cruciale tema della ricostruzione economica ) fra liberali, democratici e socialisti che contribuirono al suicidio di quell’esperimento”.
Queste cause di fragilità del Partito d’Azione possono valere anche per ” Lo Stato Moderno “. Soprattutto occorre ricordare che i grandi temi proposti dalla rivista ( liberalsocialismo, Federazione europea, riforma dello Stato, unità delle forze democratiche antifasciste ) finirono in secondo piano nel dibattito politico – culturale italiano caratterizzato dal confronto estremo, all’ombra della guerra fredda, fra forze cattolico – reazionarie e Partito Comunista. A distanza di anni ritorna, però, in un mutato contesto politico, il valore di quelle proposte, soprattutto per quanto riguarda il socialismo liberale, gli Stati Uniti d’Europa, l’unità delle forze di sinistra. Ci pare, insomma, che la poltica attuale abbia sempre più bisogno di quelle idee, abbia sempre più bisogno di quella “rivoluzione concreta” teorizzata anni fa dal ” Lo Stato Moderno. “
Sul sito della Biblioteca Gino Bianco https://www.bibliotecaginobianco.it si può leggere l’intera collezione del ” Lo Stato Moderno”



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