Via libera al mandato d’arresto europeo. Reintrodotti i gravi indizi come condizione per la consegna del ricercato.
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Il Ddl torna al Senato dove
sarà ripristinata l’autorità centrale
Con un voto non proprio scontato come succede magari per altri provvedimenti,
ieri l’Aula di Montecitorio ha approvato il Ddl che recepisce il mandato
d’arresto europeo.
Ricompaiono i gravi indizi, mentre l’autorità centrale verrà ripristinata al
Senato, hanno giurato esponenti del Centrodestra: 211 i voti a favore, 23 i no e
175 gli astenuti. Anche se questo non farà altro che allungare i tempi di
approvazione, ma ormai è noto, siamo ben oltre la figuraccia (gli ultimi a
recepire la decisione quadro del Consiglio Gai del 13 giugno 2002 e anche
lontani dal traguardo, visto che doveva essere approvata entro il 31 dicembre
del 2003).
Proprio perchè dovrà tornare comunque al Senato, dove verrà ripristinata l’autorità
centrale, sono stati reintrodotti, all’articolo 17 sulla richiesta di esecuzione
del mandato, i gravi indizi; ossia "in assenza di cause ostative la corte di
appello pronuncia sentenza con cui dispone la consegna della persona ricercata
se sussistono gravi indizi di colpevolezza ovvero se esiste una sentenza
irrevocabile di condanna". La commissione Giustizia e il Governo hanno cambiato
il proprio parere innanzitutto nel tentativo di allontanare ulteriormente le
posizioni di Rifondazione, che sul voto finale si è astenuta, con l’Unione dei
democratici, da sempre contrari al progetto, ma anche per reinserire quelle
garanzie che il Senato aveva cancellato. Tanto, diceva un esponente della
maggioranza, il testo dovrà comunque ritornare a Palazzo Madama.
Dopo la bocciatura dell’autorità centrale attuata giovedi’ scorso (vedi tra gli
arretrati del 18 febbraio 2005), il voto di ieri non era scontato e alla fine
contando gli astenuti e i contrari la maggioranza avrebbe comunque ottenuto il
si’ con uno scarto di tredici voti. Ma per arrivare a questo numero erano stati
richiamati anche diversi sottosegretari, a partire da Luigi Vitali (Fi), anche
se in Aula per il provvedimento era presente Jole Santelli (Fi), presente pure
Mario Pescante dei Beni Culturali e Salvatore Cicu (Fi). A richiamare all’ordine
è stata soprattutto Forza Italia: "Stiamo reggendo noi il governo",
sussurravano alcuni azzurri, sottolineando al contempo le assenze tra gli altri
banchi del Centrodestra. Presente fino alle 16,30 anche il ministro per le
Riforme, Roberto Calderoli (Lega) poi richiamato a Palazzo Madama per seguire la
riforma federalista.
Che il voto sul provvedimento non fosse scontato lo si era capito da subito,
quando sia da destra che da sinistra si rimandavano le dichiarazioni a dopo il
voto finale. All’inizio del pomeriggio sembrava imminente una sconfitta della
maggioranza, almeno per quanto riguarda articoli più complicati come il nove,
sulla ricezione del mandato d’arresto, che tra le altre cose prevede al comma 1
che sia il ministro a ricevere il mandato d’arresto europeo emesso dall’autorità
competente e a trasmetterlo senza ritardo al presidente della Corte d’appello
competente. Un articolo duramente criticato dalla Lega e dall’opposizione vista
la soppressione dell’articolo 4 sull’autorità centrale. Nel pomeriggio si
prospettavano quindi diverse possibilità: l’Unione che votava contro con la
Lega, Rifondazione si asteneva e il rischio per la maggioranza di andare sotto
diventava sempre più concreto. Poi arrivava la seconda possibilità: fermo
restando l’astensione di Rifondazione, e il voto contrario dell’Unione, la Lega
sarebbe uscita per protesta al momento del voto ma salvava la maggioranza. Poi
la soluzione finale, emersa con le dichiarazioni di voto sull’intero
provvedimento: la Lega dichiarava ancora una volta un no convinto e netto al
provvedimento "per dare voce a chi crede che la legge e lo Stato siano al
servizio dei cittadini e non viceversa", come diceva Sergio Guido Rossi, mentre
la Margherita e i Ds dichiaravano una sofferta astensione.
"E’ un provvedimento pasticciato, confuso e retrogrado" diceva Giannicola Sinisi
(Margherita), "perchè introduce il principio della tripla incriminabilità e
con l’articolo 8 (Consegna obbligatoria, ndr) verrà applicato in maniera
diversa dal nostro Codice penale: immagino la confusione di chi dovrà
applicarlo". "All’articolo 9 – aggiungeva Sinisi – rimane che al ministro
dovranno inviare i mandati di cattura che pero’ non potrà ricevere vista la
soppressione dell’articolo 4, cosi’ si tornerà agli anni 50, quando ancora non
c’era la Convenzione e il nostro Paese sarà il rifugio per i criminali
d’Europa". "Ci asterremo, pur essendo determinanti per mantenere questo
provvedimento evidenziando pero’ le vostre contraddizioni ed emergerà la vostra
incapacità di portare avanti una politica europea".
"Il Governo non ha la maggioranza in Parlamento sulla politica giudiziaria"
diceva la responsabile Giustizia per i Ds, Anna Finocchiaro. "Il nostro giudizio
sul provvedimento è negativo, il punto politico è che il governo è in
minoranza e lo è per sua volontà, perchè questo governo non è appassionato
alla politiche di cooperazione giudiziaria". E se i Ds si sono astenuti, ha
spiegato ancora Anna Finocchiaro non è certo per salvare "una maggioranza
rissosa e incolta, perchè basta rivedere le dichiarazioni dell’onorevole Dussin
o dell’onorevole Rizzi", ma lo ha fatto "perchè abbiamo una storia che ci dice
quanto crediamo nell’Europa, quanto crediamo alla dignità e all’autorevolezza
del nostro Paese in Europa, crediamo, passatemi l’espressione, all’onore
dell’Italia, per questo il voto di astensione, per evitare l’ignominia, non per
il rispetto al governo, nè al suo ministro Castelli, nè a questa rissosa e
incolta maggioranza".
"Convertito" al voto a favore anche Carlo Taormina che giovedi’ scorso aveva
invece votato insieme a Lega e opposizione: "Il provvedimento non mi entusiasma,
ma lo abbiamo ricondotto entro i margini della Costituzione". (p.a.)


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